102/2016: Irvine Welsh, L’artista del coltello, trad. Massimo Bocchiola, Guanda 2016, pag. 285

Irvine Welsh Discusses His New Short Stories Collection

Irvine Welsh, un nuovo (nerissimo) romanzo in arrivo

Sarà in libreria il 15 settembre “L’artista del coltello”. Ce ne parla l’autore

Irvine Welsh, un nuovo (nerissimo) romanzo in arrivo

Non li ha mai più abbandonati, dopo aver dato loro vita in quel libro che diede un pugno allo stomaco a un’intera generazione. Lui è Irvine Welsh e il libro, naturalmente, è Trainspotting, reso magistralmente in tutta la sua violenza dall’omonimo film culto. Perché Welsh ha continuato a parlare di quei personaggi in tutti i romanzi successivi. Fino ad arrivare a L’artista del coltello, in uscita in Italia il 15 settembre per l’editore Guanda. Questa volta si parla di Franco Begbie, sociopatico e violento ai tempi, appunto, di Trainspotting e ora in versione ripulita e “normalizzata”: fa l’artista, ha una moglie giovane e ricca e due splendide bambine.

Com’è cambiato il mondo da Trainspotting a L’artista del coltello?

“Il mondo si è trasformato in un pianeta senza profitto e pagamenti: siamo alla fine del capitalismo. Il processo è iniziato con la perdita di lavoro per la working class delle industrie di cui parla Trainspotting per arrivare all’oggi, dove è la middle class a essere disoccupata e senza potere”.

Perché ha scelto proprio il personaggio di Franco Begbie?

“Sono interessato a sapere cosa succede negli anni ai miei personaggi e nel caso di Begbie il cambiamento sembrava dirompente, mentre poi si scopre che in realtà è poca cosa…”.

Begbie è l’artista del coltello: lo utilizza per le sue creazioni artistiche. Perché?

“Credo che il coltello sia da sempre il suo strumento prediletto. E qui rappresenta l’elemento di continuità tra la nuova e la vecchia vita, che si ripresenterà prepotentemente a causa di un lutto”.

Perché scrivere degli stessi personaggi in libri (e situazioni) diverse?

“Per me, i personaggi sono strumenti forgiati su misura. Dunque, se hai un altro lavoro, non corri subito fuori a comprare un nuovo set di attrezzi: prima ti accerti se quelli vecchi possono ancora funzionare. Insomma, li vedo come mezzi per raccontare la storia che ho in mente”.

http://www.panorama.it/cultura/libri/irvine-welsh-un-nuovo-nerissimo-romanzo-in-arrivo/


101/2016: Claudio Magris, Istantanee, La nave di Teseo 2016, pag. 178

magris-u43060584597655pyf-u432307854126335zb-140x180corriere-web-sezioniClaudio Magris e le piccole epifanie quotidiane che illuminano il presente

Nella raccolta «Istantanee» di Claudio Magris nevrosi, debolezze e virtù del nostro
tempo. Brevi fulminazioni letterarie e un ritratto (di sbieco) anche di se stesso

di CRISTINA TAGLIETTI

«Le parc des sources», opera del 1970 dell’artista britannico David Hockney (1937)
«Le parc des sources», opera del 1970 dell’artista britannico David Hockney (1937)

«Anche il cuore ha le sue latrine» diceva Gustave Flaubert e anche in quelle uno scrittore deve entrare. Cita il grande autore francese Claudio Magris in una delle sue «Istantanee», brevi fulminazioni letterarie in cui una scena, un’immagine, un dialogo, suscitano una riflessione sulla vita (e spesso sulla morte). Magris scrive le sue Istantanee da quasi vent’anni sul «Corriere della Sera» e ora le ha raccolte in un volume in uscita il 13 ottobre dalla Nave di Teseo, nei Fari, la collana inaugurata con le «Bustine di Minerva» di Umberto Eco (Pape Satàn aleppe), pochi giorni dopo la morte del semiologo.

Una raccolta «senza un filo logico, ma soltanto cronologico» come spiega lo stesso Magris, «che non parte da una visione del mondo, da una conoscenza approfondita di un tema, ma da occasioni quotidiane che non si possono provocare: immagini che ti entrano dentro, parole, l’espressione di un viso». Quarantotto testi scelti tra i tanti scritti dal 1999 al 2016 («ho eliminato quelli che, per tante ragioni, mi sembravano più fiacchi, ma anche quelli in cui l’osservazione morale diventava troppo esplicita»), chiusi tra un lemma del Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia secondo cui l’istantanea è «eseguita con un tempo di esposizione molto breve, senza l’impiego di un sostegno», e una citazione di Aldo Palazzeschi («la morte fu istantanea»).

 [Esplora il significato del termine: Claudio Magris (foto di Fabrizio Villa), Trieste, 1939] Claudio Magris (foto di Fabrizio Villa), Trieste, 1939

[Claudio Magris (foto di Fabrizio Villa), Trieste, 1939]

Magris contiene nella sua opera una doppia anima. Da un lato ci sono la grande architettura romanzesca — come in Non luogo a procedere, il libro uscito lo scorso anno da Garzanti — e gli studi approfonditi e appassionati del germanista. Sono questi i «libri che nascono — spiega lo scrittore — dal desiderio di dire sempre tutto. È una sorta di ingordigia, di ansia, anche di amore, che ho avuto fin da bambino, quando non riuscivo a completare nel tempo previsto il tema assegnato dalla maestra e poi, il giorno dopo, invece di ricominciare da dove ero rimasto, iniziavo da capo». Dall’altro lato c’è «il senso di queste improvvise epifanie, illuminazioni di cui siamo debitori al mondo e che possono nascere anche soltanto dall’aprire una finestra».

Le «Istantanee» sono anche ritratti autobiografici fatti un po’ di sbieco, dove l’autore non è mai un protagonista in primo piano, ma è presente come osservatore discreto e ironico, pronto a riconoscere e denunciare, nelle debolezze del prossimo, anche le proprie. Fa eccezione a questa impostazione l’ultima «Istantanea» che non a caso è stata intitolata «Selfie» e ritrae un iroso automobilista bloccato da un’auto abusivamente posteggiata davanti all’ingresso del garage e occupata soltanto da un’incolpevole e spaventata bambina di sette o otto anni.

La biografia di Magris ricorre, naturalmente, nei luoghi e negli ambienti: la sua città, Trieste, e in particolare la riviera di Barcola, quella sottile striscia di spiaggia libera che costeggia la strada principale di accesso alla città, dove lo scrittore, insieme ad altri habitués, è solito fare il bagno. È lì che, per esempio, Magris osserva due bambini, lui bianco italiano, lei tedesca nera come l’ebano, che giocano insieme. Quando lui viene rimproverato per una monelleria condivisa, protesta che, allora, bisogna rimproverare anche la bambina, «quella che parla che non si capisce niente», non passandogli nemmeno per la mente di identificarla con il colore della sua pelle. Sempre lì vede un attempato e corpulento signore pronto ad affrontare da solo (con grande sollievo dell’autore-osservatore) un gruppo di giovani bulli che molestano una ragazza, diventare, subito dopo, mansueto agnello di fronte alla moglie che lo rimbrotta per aver fatto il bagno nell’acqua fredda, essersi levato la canottiera, aver fumato una sigaretta.

Il mondo accademico e letterario è un altro set privilegiato in cui osservare tic e debolezze, anche entrando in dettagli che possono apparire lievemente pruriginosi o triviali e che invece segnano cambiamenti dei costumi (chi può ospitare nella sua camera d’hotel il professore invitato a un convegno; l’affollamento al buffet post-conferenza). Gli scompartimenti dei treni o i tavoli dei ristoranti offrono postazioni privilegiate da cui osservare dinamiche di coppia e relazioni sentimentali. E mentre nei romanzi di Magris i rapporti sono sempre visti nel loro aspetto amoroso, qui il tono è spesso più acre, anche se bonario.

Fanno la loro apparizione, con moderazione, politici e personaggi pubblici, temi di dibattito (Gli embrioni orfani), tic della società dei consumi (La maledizione del numero verde), velleità del mondo artistico (Nella galleria di Castelli).

Soffia, in questi testi che offrono anche puntate in India o nei Paesi nordici, l’aria della Mitteleuropa, domina la caustica leggera dello scrittore che cuce insieme pubblico e privato, grandi scenari e comportamenti individuali gettando una luce fioca ma sempre rivelatrice sul nostro caotico presente.

http://www.corriere.it/cultura/16_ottobre_11/claudio-magris-instantanee-la-nave-di-teseo-23fd80a6-8fd6-11e6-a48d-80f1fedf0a64.shtml


100/2016: Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, trad. Luca Briasco, Neri Pozza 2016, pag. 511

thViet Thanh Nguyen, com’è arduo tradire l’amico in nome del comunismo

Un infiltrato vietcong negli Usa dopo la caduta di Saigon diviso tra la fedeltà all’ideologia e gli affetti personali

Sudvietnamiti in fuga dopo la caduta di Saigon nel 1975

Pubblicato il 27/11/2016
domenico quirico

Per favore! Fate leggere questo romanzo, Il simpatizzante, vincitore del Pulitzer, a Salvini e ai suoi leghisti. Imponetelo come premessa elettorale a madame Le Pen, alla svelta protervia di tutti gli xenofobi, indigeni e da esportazione. Soprattutto: accertatevi che questi avvelenatori dei pozzi della psicologia collettiva scorrano la biografia dell’autore, Viet Thanh Nguyen, figlio di migranti vietnamiti negli anni settanta, rifugiato di seconda generazione diventato professore di inglese e studi americani alla Ucla, la prestigiosa università della California, autore di saggi sulla memoria e l’oblio e ora anche potente romanziere: il romanziere AMERICANO dell’anno. Che ha scelto come tema per il suo esordio letterario gli anni «americani» del Vietnam che furono proprio quelli che fecero tremare Popoli, Terre, Spiriti in tutte le loro fondamenta.

E’ compito bello e amabile presentare l’opera di un grande scrittore e Thanh Nguyen lo è. Bello chiosare la singolarità di una delle sue pagine: ad esempio, nel racconto delle ultime notti di Saigon ormai accucciata, esausta, nella morsa salda dei «liberatori», la scena in cui descrive le strade che portano all’ultima via di fuga, l’aeroporto, sui marciapiedi le divise abbandonate dai disertori prima di travestirsi da civili, scena classica di ogni débacle anche nostrana. Ma qui le divise non son gettate qua e là alla rinfusa, ma ben ripiegate, elmetto giubba pantaloni scarpe, in ordine rigoroso dall’alto al basso, quasi fossero esposte in vendita «… ma nessuno in una città in cui niente andava sprecato, nessuno osava toccarle…».

E’ bello additare al lettore indaffarato o insensibile, la frase, il personaggio, la battuta, certe bellezze ingegnose di una ispirazione mai incauta o incolta… «Era un uomo sincero che credeva in tutto quello che diceva anche quando mentiva…». Che storia è la sua: tragica terrificante bizzarra! Libro perfetto dunque come sono quelli dove ogni orrore e dolore, verità e menzogna, odio e morte diventano destino e struttura.

Tutto questo è vero: ma scopro che la vita dell’autore, la sua condizione umana, di persona e non di personaggio, mi folgora e mi attrae quanto e forse più della sua opera. Perché dimostra, con pertinenza didascalica, cosa sono e possono diventare i migranti, «invasori» descritti come devoti al saccheggio, impermeabili a ogni integrazione, che sia anche accettazione di ciò che siamo. Possono diventare ad esempio maestri in grado di darci lezioni nei nostri idiomi. Oppure di vincere il premio letterario più prestigioso. Tra dieci, venti anni avremo anche noi, in Italia, un vincitore del Campiello o dello Strega arrivato, bambino, sul molo di Lampedusa su una slabbrata caravella, o alla deriva per torridi deserti incalzato dalla paura: che è stato insomma Migrante.

Il libro è, a ridurlo a trama di vertiginosa proliferazione, la storia di un uomo, il Capitano, l’apprezzato braccio destro del capo della polizia di Saigon ma anche rivoluzionario vietcong, marxista, abilissimo infiltrato a cui i nordvietnamiti chiedono di seguire il generale fuggiasco in America per sorvegliare possibili «revanche» degli sconfitti. Nguyen ne coglie magistralmente la seduzione, il torbido fuoco, quanto basta a consentirci l’affaccio sul pozzo senza fondo della vita e vederci confusi, in ambigui intrecci, il bene e il male.

Un tempo ci avvertivano che non si debbono leggere libri per sapere come vanno a finire, né voltare le pagine per sapere cosa accade dopo. Che errore! Confesso di leggere per sapere, appunto, ciò che accadrà, quello che ci porterà la pagina dispari dopo quella pari.

Ma non nel caso de Il simpatizzante. Ogni parola scritta con magistrale perizia dal migrante Nguyen è, automaticamente, per una sorta di traslazione biografica, anche una pietra scagliata contro il pregiudizio, l’ottusità degli xenofobi, la meschinità di tutti gli egoismi, razziali ed economici. Sì. Il simpatizzante è un libro che nasce dal coraggio dell’uomo, è impastato dalla sua mirabile capacità di adattarsi e di crescere, della generosità del sopportare il dolore e il distacco da ciò che eravamo e non possiamo più essere. Che ci dice come gli uomini siano più saldi e buoni di quello che credono. Anche se talvolta lo sono meno di quello che dicono.

http://www.lastampa.it/2016/11/27/cultura/tuttolibri/viet-thanh-nguyen-com-arduo-tradire-lamico-in-nome-del-comunismo-dW1xf2KEiMUqyrs3rD64uN/pagina.html


99/2016: Arto Paasilinna, La prima moglie e altre cianfrusaglie, trad. Francesco Felici, Iperborea 2016, pag. 215

“La prima moglie e altre cianfrusaglie”, storia di un accumulatore seriale

La nevrosi accumulatrice di un assicuratore finlandese che ama collezionare le più bizzarre cianfrusaglie
pubblicato il 19/11/2016
bruno gambarotta

Festa grande per i lettori – una vera legione – di Arto Paasilinna, vivente smentita del luogo comune secondo il quale l’umorismo non è esportabile. Con La prima moglie e altre cianfrusaglie, pubblicato in Finlandia 22 anni or sono, siamo al 16° titolo nel catalogo della benemerita Iperborea. Come tutti sanno, gli Accapeliti sono i mercenari finlandesi al soldo del re di Svezia Gustavo Adolfo nella Guerra dei Trent’anni. E «il bavaglio dell’accapelita» è la prima delle 25 «cianfrusaglie» del titolo, collezionate dall’assicuratore Volomari Volotinen, quasi sempre esercitando la nobile arte del baratto, tranne un paio di casi risolti con la volgare compravendita.

Protagonista e autore sono coetanei, nati entrambi nel 1942, nel pieno svolgimento della Seconda Guerra Mondiale, con la Finlandia alleata della Germania nazista. Due date precise segnano il tempo narrativo delle avventurose vicende di Volomari: dal giorno della sua nascita, 15 giugno 1942, al 28 giugno 1974. Quando ha dieci anni, nel 1952, un incendio distrugge la casa della sua famiglia; si salva solo il bavaglio dell’accapelita, che costituirà il primo pezzo della sua collezione di anticaglie. Si tratta di un pezzo di legno di frassino lungo una ventina di centimetri provvisto di lacci di cuoio per legarlo alla nuca dell’antenato Stepan Volotius per impedirgli di gridare mentre il chirurgo gli taglia la gamba destra; il paziente morde il legno che porta incise le profonde impronte delle sue arcate dentarie. Con i genitori morti prematuramente e i fratelli dispersi, Volomari è allevato da una zia e studia giurisprudenza. Tranne una breve parentesi nelle ferrovie, lavora come ispettore delle assicurazioni e in questa veste inquadra le persone che entrano per la prima volta nel suo campo visivo: «Era il genere di cliente che è meglio non accettare di assicurare sulla vita, pensò Volomari. Si vedeva di primo acchito che si trattava di un caso azzardato».

Il secondo pezzo della collezione è la dentiera del Maresciallo di Finlandia Carl Gustav Mannerheim, eroe di guerra e in seguito presidente della Finlandia. Volomari scopre che è conservata in un convento di suore svizzere le quali, prima di affidargliela, interpellano la Santa Sede: il permesso è accordato, visto che non si tratta della dentiera di Gesù Cristo ma solo di un presidente della Repubblica. Grazie a questo reperto Volomari trova la compagna della sua vita; studente a Helsinki, viene raccattato da una pietosa panettiera mentre, ubriaco, pretende di mangiare in un ristorante di lusso visto che indossa la dentiera del maresciallo. Laura Loponen ha vent’anni più di Volomari e si rivela una moglie perfetta, in parecchie occasioni alleata preziosa per la conquista dei reperti. «Una donna matura è un buon investimento», sentenzia Paasilinna.

Lo spettro della collezione di Volomari è amplissimo, si va da «i più antichi peli di passera d’Europa», pelo pubico trovato nello scheletro di una donna vissuta 12.000 anni fa nell’estremo nord della Norvegia, alla «clavicola di Cristo» sottratta da una mostra mercato di reliquie organizzata a Londra dalla compagnia di Gesù. È autentica, un documento dimostra che è stata fabbricata nel 700 dopo Cristo.

Ogni reperto è occasione di spassose avventure ogni volta diverse e non importa quanto ingombranti siano e quanto impegnativo sia il loro trasporto. Talvolta si tratta di sindoni laiche (il costume da bagno di Tarzan e il berretto di Lenin), come sarebbero per noi la camicia rossa di Garibaldi o la pipa di Pertini.

Questo Volomari Volotinen si fa amare dalla prima all’ultima pagina; è vitale, positivo, furbo, cade sempre in piedi, pronto a girare a suo favore le situazioni incresciose nelle quali va a cacciarsi; ricorda i personaggi di Jaroslav Hašek e di Bohumil Hrabal. Leggendo il libro, ho sentito il bisogno di tenere a portata di mano una cartina della Finlandia e del Nord Europa.

Arto Paasilinna, «La prima moglie e altre cianfrusaglie», (trad. Francesco Felici), Iperborea, pp. 224, € 16

http://www.lastampa.it/2016/11/19/cultura/tuttolibri/la-prima-moglie-e-altre-cianfrusaglie-storia-di-un-accumulatore-seriale-EucGipesYzZaHaY97ZHiuO/pagina.html


98/2016: Gerard Russel, Regni dimenticati, trad. Svevo d’Onofrio, Adelphi 2016, pag. 385

Le religioni minacciate del Medio Oriente


Gerard Russell, diplomatico inglese di primo piano, ha vissuto a Il Cairo, Gerusalemme, Baghdad, Kabul, Gedda. All’inizio di questo secolo è stato anche portavoce del governo britannico per i canali di informazione in lingua araba. Il suo primo libro, “Regni dimenticati”, uscito nel 2014 e al quale ha atteso diversi anni, esce tradotto da Adelphi (pp. 392, euro 25).

Sono pagine dedicate alle religioni minacciate del Medio Oriente. Riguardano Mandei, Yazidi, Zoroastriani, Drusi, Samaritani, Copti, Kalasha. Viaggiando, soprattutto dialogando con fedeli che sembrano presi in prestito da un libro di storia, raccontando con notevole mestiere personaggi e situazioni verificate direttamente, Russell offre un quadro prezioso di un mondo che sovente si considera in via di estinzione ma ha ancora innumerevoli cose da dire al terzo millennio.

Un libro fascinoso che racconta, alla maniera di un romanzo intelligente (genere in via di estinzione), come i Mandei credano in un paradiso e lo chiamano Mondo della Luce, o in uno spirito maligno che non è Satana, ma è femminile e lo appellano Ruha. Praticano il battesimo. I Samaritani, presenti anche nelle parabole del Nuovo Testamento, sono ritrovabili in queste pagine. Attendevano un messia, il Taeb; credevano che dovesse giungere nel mondo non per versare sangue ma per portare la pace; anzi, previdero la sua presenza intorno al 1910. I drusi, invece, sono circa un milione: una buona metà vive in Siria, gli altri sono divisi tra Israele e Libano. Uno dei loro principi confida a Russell: “Tre cose contano nella nostra fede: la reincarnazione, il rispetto per tutte le religioni celesti e la credenza in una Mente Universale”.

Dei Copti si potrebbero aggiungere molte notizie, oltre quelle che ci recano le cronache sovente intrise di violenza contro tale comunità, le uniche diffuse dai media su questi ancestrali cristiani dell’Egitto. La loro lingua discende direttamente da quella degli antichi egizi e quando i monaci offrono ai visitatori un pane in segno di benedizione, le decorazioni che esso reca risalgono a migliaia di anni fa. I loro sacerdoti – così prevede il diritto canonico copto – hanno l’obbligo del matrimonio.

Il libro di Gerard Russell è denso di osservazioni e di incontri. E’ l’inventario di un mondo che a noi interessa marginalmente, anche se conserva innumerevoli tracce delle origini della fede occidentale. Incontrare questi testimoni delle religioni minacciate del Medio Oriente è come guardarsi allo specchio. Per capire chi siamo e da dove veniamo.