C’è bisogno di eroi anche nei sogni

Articolo apparso originariamente su RivistaSTudio.com che ringraziamo.

Cosa resta degli eroi

Dall’undici settembre passando per terremoti e disastri naturali, è il pompiere l’unica figura capace oggi di incarnare ancora i tratti dell’eroismo?

C’è bisogno di eroi anche nei sogni, non solo nelle catastrofi. Dopo l’11 settembre 2001 pareva fossero aumentate le presenze di azioni dei pompieri anche nei sogni notturni, perché la coscienza collettiva ha bisogno di protezione anche a occhi chiusi e i pompieri, nel corso di quella tragedia americana, hanno lavorato nell’immaginario globale arrivando a fissarsi come la sintesi tra eroi comuni e supereroi.

Anche in Italia, come in occasione del terremoto del 24 agosto ad Amatrice, la figura del pompiere identifica sempre di più la quintessenza della protezione, lo spirito sano del sistema dei soccorsi: la presenza dei vigili del fuoco in un luogo colpito da una calamità rappresenta l’interminabile speranza di salvezza. Senza armi, con l’istinto, libero dagli impulsi emotivi, reso mansueto dal senso pratico, il pompiere è un eroe non perché combatta un nemico, né perché sia abile nell’arte della sopraffazione, né ­– come gli eroi della mitologia – per particolari doti di forza o violenza. Infatti, a differenza dell’esercito, delle forze militari armate e della polizia, l’azione silenziosa dei pompieri nelle tragedie svolge il compito di un sostegno che non si fa contaminare da ciò che contrasta: in guerra, anche i giusti o i buoni sono costretti ad abbassarsi al livello del nemico e, per quanto si possa tornare dalle battaglie, con la testa alta dei vincitori, il sangue che si è sparso rende inevitabilmente non trasparente l’identità di chi torna.a.

terremoto amatrice vigili del fuoco

Davanti al male invece il pompiere mantiene una forza ideale, pura, cristallina, non adulterata né dal dovere di compiere a sua volta infrazioni all’etica, né da ombre di patriottismi. Il pompiere pare sempre pronto a dare la vita senza mai toglierla a nessuno. Alla fine del Ventesimo secolo, in cui l’antimilitarismo, il pacifismo e il rispetto sacro per le vittime e per gli innocenti ha negato la possibilità che si possa essere santi, o eroi, compiendo il male, il pompiere sta diventando l’unica figura capace di incarnare ancora i tratti dell’eroismo. La sua immediata capacità di assistere e di tutelare davanti a disagi tragici ed epocali – se non biblici – si riflette sulla schiera di persone al suo fianco, che va dai volontari agli infermieri, dai medici ai soccorritori, tutti trainati da quella equilibrata miscela di compassione e freddezza. Per i crolli ad Amatrice e Accumuli e nelle altre località colpite dal sisma, i pompieri sono entrati in funzione subito, con mini ruspe (Gos) per rimuovere le macerie dopo i crolli e squadre Usar (Urban Search & Rescue) specializzate nel soccorso di persone che restano sepolte dalle macerie, per ricercare e recuperare i superstiti intrappolati. Nei paesi distrutti i pompieri scavano, estraggono i corpi, ascoltano le voci dei feriti, l’unica cosa che chiedono è un po’ di silenzio.

Quando è arrivato sul posto il presidente del consiglio Matteo Renzi ha dato un abbraccio forte e caloroso a un pompiere, segno non solo di stima ufficiale ma dell’affetto umano che suscitano quando li si incontra (Renzi aveva già recentemente ceduto allo stesso slancio fisico arrivando in Puglia, dopo l’incidente ferroviario).

Nell’albo Marvel in cui l’Uomo Ragno, l’11 settembre, si avvicina al fumo delle Torri Gemelle appena crollate, la prima frase che si sente rivolgere da un passante è: «Voi dov’eravate?». E poi: «Come avete potuto permetterlo?» (domande che dopo la Shoah erano rivolte a Dio). Davanti al dolore non è più tempo per i supereroi di carta. Quando l’Uomo Ragno raggiunge finalmente il luogo del disastro trova già all’opera i pompieri del dipartimento di New York che scavano con le mani tra le macerie. I supereroi ammettono la loro impotenza: «Con tutti i nostri costumi e i nostri poteri, impallidiamo al confronto con i veri eroi. Quelli che sfidano il fuoco senza paure né armature». Nell’illustrazione che accompagna questa didascalia un gruppo di pompieri in divisa, insieme ai poliziotti, è al lavoro sommerso da polvere e cenere, sullo sfondo di grattacieli cadenti. Ecco il passaggio di testimone tra vecchi e nuovi eroi, sigillato dai supereroi stessi: con le loro tutine aderenti e sgargianti impallidiscono davanti ai nuovi “veri eroi”.

amatrice vigili del fuoco

Poco prima della fine dell’albo, dal titolo Amazing Spider-Man 36 (di Straczynski e Romita Jr.), si trova un’altra frase esplicita e ammantata di retorica: «È in giorni come questi che nascono gli eroi. Non gli eroi come noi. I veri eroi del ventunesimo secolo». Il Ventunesimo secolo si è aperto con un trauma più grande delle catastrofi che la finzione aveva potuto immaginare e per l’impatto che la cultura americana ha ancora nel mondo si è disegnato forse allora il volto di un nuovo eroe, vicino all’uomo comune. Di cui il poliziotto mantiene il volto, sebbene lo superi in efficacia e coraggio, diventando contemporaneamente l’anello di congiunzione tra il cittadino e l’austera difesa istituzionale.

Nelle immagini delle macerie del terremoto nel centro Italia filtra dunque la luce e l’esperienza con cui ormai si guarda operare i pompieri, l’unica traccia di una forza in grado di contrastare la minaccia del terrore politico (nel caso americano) e della natura (nel caso italiano). Non è tanto l’ingegneria né la modestia dei sismologi ad attirare lo sguardo, quando la disarmata assistenza dei vigili del fuoco. Sono bravi non solo a salvare ma anche a nascondere il loro dolore. Nel film La 25ª ora di Spike Lee, nel celebre monologo allo specchio, il protagonista accenna al padre, ex pompiere che dopo l’11 settembre lavora dietro al bancone di un bar, e serve whisky «con il suo insanabile dolore». Soffre, ma tiene dentro.

La speranza sembra finire solo quando anche i pompieri si ritirano, quando vengono sepolti anche loro, quando muoiono per salvare le persone in difficoltà estreme. Fa impressione pensare che fino a poco tempo fa il termine pompiere fosse associato a qualcuno che tentava di spegnere gli animi, moderare i conflitti, soffiare sugli entusiasmi. Dopo l’11 settembre forse tutto è cambiato, anche troppo, esagerando nel procedere nella direzione opposta: «I pompieri oggi sono come i cowboy del passato», scrivevano allora i giornali, riportando uno psicoterapeuta di New York. Bush amava farsi fotografare con i pompieri. I vigili del fuoco venivano raffigurati con la esse di Superman sul petto e si sosteneva che fossero i nuovi miti delle donne americane. Quando negli Stati Uniti la passione culturale per i pompieri si stava trasformando in fanatismo, un reporter delToronto Sun si stupì scoprendo che «nessuno dei Vigili del Fuoco riteneva di essere l’Uomo del Nuovo Millennio. Alcuni non erano impressionati dalla definizione e mi hanno rimproverato – scrisse il giornalista – perché farli passare come oggetto del desiderio o di qualsiasi altra cosa avviliva la loro impegnata e spesso pericolosa professione».

Sono eroi anche i pompieri che stanno giorno e notte sugli Appennini, ma di certo non amano essere star.

Immagini: Fillippo Monteforte (Getty Images).

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Xu Xing. «A parte Mao, tutto era considerato feudale e revisionista, si poteva spaccare qualsiasi cosa. Per un ragazzino era un onore partecipare alla devastazione.

Articolo apparso originariamente su Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo.

La chiamavamo Rivoluzione culturale

Xu Xing, scrittore e documentarista cinese, che ai tempi era uno scolaro, racconta come iniziò la campagna maoista. Sembrava «una festa». Poi vennero i controlli, le delazioni. E la gente cominciò a sparire…

1966. Una squadra di Guardie rosse composta da studenti al termine di una parata (Jean Vincent/Afp/ Getty Images)

1966. Una squadra di Guardie rosse composta da studenti al termine di una parata (Jean Vincent/Afp/ Getty Images)

PECHINO. Qual è il confine tra bene e male, nella mente di un bambino? «Non ho nessun ricordo, ma gli adulti sentivano già che qualcosa stava per succedere. I giornali avevano cominciato a criticare tante opere letterarie. La voce dell’annunciatore alla radio era spaventosa, faceva rizzare i capelli. A scuola si avvertiva che gli insegnanti avevano sempre più paura degli studenti». Xu Xing è scrittore e documentarista. Ha sessant’anni. Ne aveva dieci quando cominciò la Rivoluzione culturale.

«Tutto partì da lì, dalle scuole» racconta. «Poi iniziarono le critiche contro le “erbacce” nel cinema, nella letteratura, nella cultura. Nel ‘66 non eravamo più intimoriti dagli insegnanti. Poi comparvero sempre più libri di propaganda, ricordo Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij. E poi ricordo la storia delle diapositive. A scuola avevamo la sala dove portavano tutte le classi, a turno, per vedere immagini della storia cinese. Visto che in quel periodo era tutto allo sbando, la stanza era stata devastata e le diapositive erano tutte sparse per terra. Noi potevamo anche non andare a scuola, ma con i ragazzi più grandi entravo in quella sala e facevamo delle pile di diapositive, poi un buco nella pellicola e le buttavamo sopra il fuoco, così scoppiettavano e noi stavamo ad ascoltarle. Prima, era stato tutto così serio. Ci mettevano in fila per andare a vedere le diapositive. Provavo il gusto di distruggere. Dopo, crescendo, ho capito che è come drogarsi» dice Xu Xing.

«A parte Mao, tutto era considerato feudale e revisionista, si poteva spaccare qualsiasi cosa. Per un ragazzino era un onore partecipare alla devastazione. Dalla terza elementare si poteva diventare membri dei Giovani pionieri, ma io non ero mai stato ammesso perché avevo sempre l’insufficienza in matematica. Con la Rivoluzione culturale cancellarono questa norma ed ebbi la mia rivincita. Diventammo tutti Guardie rosse, tutti alla pari, eravamo sempre più drogati, dovevamo fare la rivoluzione».

All’epoca, lui abitava in un compound abbastanza borghese. «Mia madre era medico. Lì vivevano dottori e intellettuali. Ci viveva anche un falegname che chiamavamo “il capo Wang”, era il più umile e casa sua era la più vicina al gabinetto. All’improvviso diventò il più potente di tutti. Ogni mattina guidava un piccolo corteo interno di medici e intellettuali portando un ritratto di Mao, quelli erano costretti a seguirlo gridando slogan maoisti e inchinandosi di fronte all’immagine. In quel posto non successero cose troppo terribili: le Guardie rosse facevano delle perquisizioni, ogni tanto chiudevano qualcuno dentro unsanlunche (veicolo a tre ruote) e lo menavano. Tutti erano però terrorizzati che qualcosa di molto più grave potesse succedere». 

Suo padre era un militare. «Lo vedevo tutte le sere scrivere disperatamente delle lettere. Probabilmente erano autocritiche, perché lui era figlio di un proprietario terriero e veniva dal Nord-Est. Era andato a scuola e si era formato sotto l’occupazione giapponese. Poi sparì, mi dissero che probabilmente doveva essere a guardia di qualcosa d’importante, ma questa storia non me l’hanno mai raccontata bene neppure i miei fratelli maggiori. Comunque c’erano sempre più case vuote, perché parecchi venivano spediti in campagna a rieducarsi. Così noi ragazzi entravamo negli appartamenti abbandonati per fumare e divertirci. Poi, nel ‘67 ci spedirono tutti nel Gansu, compresi me e mia madre. In città potevano stare solo i neolaureati, tutti gli altri medici dovevano andare a curare i contadini, perché già nel 1965 Mao aveva fatto il discorso che attaccava la sanità pubblica, accusandola di occuparsi solo delle classi urbane privilegiate e non della popolazione rurale. Così erano nati i “medici scalzi” nelle campagne».

Quando capì che c’era qualcosa di storto? «La propaganda diceva che bisognava dubitare di tutto e distruggere tutto, così un giorno chiesi a mio padre: “Ma allora si può dubitare anche di Mao Tse-Tung?” Lui diventò verde in faccia e mi diede una botta in testa, poi proclamò: “Mao è l’arma per dubitare e distruggere tutto”. Insomma, Mao voleva fare tabula rasa per riscrivere tutto».

Continua il regista: «L’opera teatrale La destituzione di Hai Rui, scritta da Wu Han, era diventata il male assoluto, perché si diceva fosse un attacco indiretto a Mao. La critica contro quest’opera aveva dato il via alla Rivoluzione culturale ed era stata avviata da uno che sarebbe stato della Banda dei Quattro, Yao Wenyuan. In giro si continuava a sentire il suo nome, a me suonava effeminato e pensavo che fosse una donna. Lo dissi a un altro bambino. Non l’avessi mai fatto. Il giorno dopo, mia madre fu convocata per una seduta di autocritica. Quando tornò a casa era furente e mi disse: “Le cose che non capisci, tienitele per te”».

Poi, i “tour organizzati”: «Quando andammo in Gansu ci vollero quaranta ore solo per arrivare a Xi’an. Fu il viaggio in treno più lungo della mia vita, guardavo dal finestrino e vedevo tanta miseria, mentre ci dicevano che noi cinesi eravamo i più fortunati del mondo. A quel punto già non ci credevo più. Però nessuno fu in grado di spiegarmi cosa stesse accadendo e questo non fece che aumentare la mia sfiducia. Mi è rimasta dentro, fino a oggi. Rividi mio padre nel 1969, quando venne a trovarci nel Gansu. Io e mia madre tornammo a Pechino solo nel 1971, ma quella è già un’altra storia».

Dopo il ritorno a Pechino, Xu Xing prese una cotta per una ragazzina e le scrisse una lettera d’amore anonima. Lei si spaventò e riferì tutto a un insegnante, che riuscì a scoprire l’autore. Xu Xing fu sbattuto in galera in quanto «controrivoluzionario». Aveva sedici anni. Ha raccontato questa storia, insieme a quelle di altre persone passate attraverso il «periodo catastrofico» (definizione ufficiale) nel suo primo film: Wo de Wenge Biannianshi (“Una cronaca della mia Rivoluzione culturale”, 2008). Ci è ritornato su con Zuixing Zhaiyao (“Il sommario dei crimini”, 2014), la storia di una comunità di contadini perseguitati durante quel periodo. Ma non aveva ancora raccontato a nessuno l’inizio di tutto, quando la Rivoluzione era una grande festa.

(6 maggio 2016)

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/05/09/news/la_chiamavano_rivoluzione_culturale-139203955/


70/2016: Antonio Manzini, Cinque indagini romane per Rocco Schiavone, Palermo, Sellerio, 2016

downloadQuesto volume riunisce i racconti pubblicati in diverse antologie di questa casa editrice, a partire daCapodanno in giallo. Raccolti assieme, permettono di ricostruire quello che può chiamarsi l’antefatto di un personaggio che ha oggi vasta notorietà letteraria, il vicequestore Rocco Schiavone. Un poliziotto tutt’altro che buonista, piuttosto eccentrico nei panni del nemico del crimine. Di mattina, per darsi lo slancio si accende uno spinello; quando capita, non disdegna qualche affaruccio con la refurtiva di un colpo sventato; è rozzo con tutti, brutale con i cattivi, impaziente con le donne. Ciononostante chi legge le sue avventure lo vorrebbe amico.
Per punizione, i comandi lo trasferiranno in mezzo alla neve di Aosta, dove sono ambientati i romanzi che gli hanno dato tanta notorietà. Intanto, nelle storie di questo volume, lo incontriamo prima del forzato trasloco. Sa che sta per dire addio alla città amata, ma non sa quale sia il suo destino. In questa incertezza, il passato lo stringe da ogni parte scolpendo il suo pessimismo, nutrendo la sua malinconia.
Percorre Roma, luoghi familiari, vecchie conoscenze, mentre nel suo modo sfaticato intuisce soluzioni impensate agli enigmi criminali. E questi hanno sempre sfondi di oscura umanità. Tanto che i suoi difetti appaiono l’altra faccia, necessariamente antiretorica, della medaglia della viva pietà per i derelitti e del grande dolore che una volta gli ha straziato il cuore. Insomma, sembra una specie di angelo caduto.

Antonio Manzini, scrittore e sceneggiatore, ha pubblicato i romanzi Sangue marcio e La giostra dei criceti. La serie con Rocco Schiavone è iniziata con il romanzo Pista nera (Sellerio, 2013) cui sono seguiti La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015) e Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016). Nel 2015 ha pubblicato Sull’orlo del precipizio in altra collana di questa casa editrice.

fonte: http://sellerio.it/it/catalogo/Cinque-Indagini-Romane-Rocco-Schiavone/Manzini/8638


69/2016: Michael Connelly, Il dio della colpa, Piemme 2013

il dio della colpaPer l’avvocato Haller non è un periodo semplice. Ha perso le elezioni per diventare procuratore, nonostante i sondaggi lo dessero in vantaggio di cinque punti rispetto al suo avversario. Uno dei suoi clienti, che ha aiutato a uscire dal carcere, ha investito e ucciso due donne, l’ amica di sua figlia Hayley e la madre: per questo motivo la ragazza ha dovuto cambiare scuola e non vuole più rivolgergli la parola. Come se non bastasse, lo studio non naviga in buone acque perché i casi civilistici rendono poco e sempre meno gente è in grado di pagare.

Mentre si trova in tribunale, Haller riceve un sms dall’ex moglie e segretaria Lorna che lo informa di un caso di omicidio a loro assegnato: André La Cosse, sviluppatore di siti web e social pr, è accusato di aver ucciso una delle sue clienti, la prostituta Giselle Dallinger, e pare che sia stata proprio quest’ultima a segnalargli Haller come avvocato difensore. Negli archivi dello studio non risulta nessuna Giselle Dallinger, ma Haller resta di sasso quando scopre che in realtà si tratta di Gloria Dayton, prostituta conosciuta come Giorni di gloria che in passato aveva difeso in parecchi casi e che aveva tentato più volte di aiutare a cambiare vita.

Il caso sembra essere legato a un’altra vicenda, quella di Hector Arande Moya, uno spacciatore di droga condannato all’ergastolo in seguito alla denuncia di Gloria per detenzione illegale di cocaina. Haller, all’epoca avvocato dell’accusa, viene chiamato a deporre da Sylvester Fulgoni, noto avvocato finito in carcere per evasione fiscale: a esercitare è il figlio Sylvester Jr., un ragazzo laureato da poco e del tutto incapace, manovrato dal padre a distanza. I Fulgoni hanno infatti presentato istanza di revisione del processo a carico di Moya perché è emersa una prova che ne potrebbe determinare la scarcerazione: una pistola, detenuta illegalmente dallo stesso Moya, trovata insieme alla droga della cui esistenza l’accusato era del tutto ignaro. Haller capisce che il legame tra i casi La Cosse e Moya è molto forte e, nonostante i rapporti ostili con Fulgoni, decide di collaborare con lui per risolverli entrambi. L’indagine si spinge però molto in la, fino a coinvolgere addirittura la DEA, e alcuni personaggi poco raccomandabili della malavita locale.

fonte: wikipedia


Articolo apparso originariamente su CriticaLetteraria che ringraziamo.

  • Roberto Bazlen. Un’eminenza importante

  • Se volessimo chiederci, per puro senso di gratitudine, chi dobbiamo ringraziare per avere la possibilità di leggere alcuni (sono pochi) di quei libri che, anche se non la cambiano, almeno la vita ce la segnano, be’, a volte rischieremmo di stare senza risposta. Farsi una tale domanda diventa però spesso fondamentale. È quello che ho pensato quando ho letto per la prima volta Svevo; va bene, Una vita e Senilità sono stati inizialmente ignorati da critica e pubblico per cui sarebbe ancora più difficile ringraziare qualcuno. Stessa domanda mi colse però con Kafka, o Musil. Non so perché, me lo chiesi anche quando provai a affrontare Freud; o quando un giorno mi prese la curiosità di sapere come diamine potesse essere nata una bellissima casa editrice come Adelphi, e per colpa di chi. E indagando, ho conosciuto un nome che nella prima metà del ’900 i cosiddetti addetti ai lavori conoscevano e rispettavano, con quasi una devozione alcuni, e con vera insofferenza altri (sembra abbia detto Vittorini: «Bazlen io lo lascerei ad Astrolabio»).

 

Roberto Bazlen (detto Bobi) nacque nel 1902 a Trieste (ancora asburgica) e crebbe su un humus mitteleuropeo che ne segnò la ricerca estetica e la passione letteraria; minuto, con gli occhiali, delicato, vivrebbe bene in un romanzo di Bernhard. Divenne intimo di Montale (tanto che lo si potrebbe definire con l’odiernamente inflazionato  termine “editor”: editor di poesie, sì, anche di quelle: leggendo il loro epistolario si capisce quanto il poeta lo tenesse in considerazione nella “lavorazione” delle sue liriche), a cui segnalò il talento ignorato di Svevo («Vorrei far scoppiare la bomba Svevo con molto fracasso», scriveva a Montale nel 1925), che finalmente ebbe il timbro critico, che lo emancipò, di una figura importante come quella dell’autore di Ossi di seppia.

Bazlen fu un consulente editoriale
sotterraneo e indipendente che passò tra la Frassinelli e le Nuove Edizioni Ivrea di Adriano Olivetti (con Luciano Foà), la Ubaldini e la Boringhieri, Guanda e la Bompiani, Astrolabio, la Einaudi: godeva di una reputazione direi quasi metafisica, che portava personaggi come Valentino Bompiani a affermare, nel 1945: 

«Bobi Bazlen. Disposto a una più vasta, anche totale collaborazione: letture, segnalazioni, dirigere una collana. È straordinario, ha la memoria a bottoni. Si direbbe che ha letto tutto. Senza fermarsi? Gli dico di sì, subito, ma non si fermerà neppure con me; comincia a fiutare un compenso fisso; vuole un tanto al libro; poi si vedrà. Cos’è che lo muove e lo chiama; è tutto cultura e si direbbe non contenga altro dentro di sé. Ma qualche segno avverte che non è vero: forse legge per non pensarci. Si agita sulla sedia come se avesse la coda.»

Memorabile e storica è la lettera (12 giugno 1951)con cui “consigliava” a Foà, allora ancora alla Einaudi, L’uomo senza qualità di Musil: 

«Come livello non si discute, e (malgrado le riserve che vi farò e le infinite altre che si possono fare) va pubblicato a occhi chiusi. […] Da discutersi molto, invece, da un punto di vista editoriale-commerciale. Qui, devo fare l’avvocato del diavolo. E come avvocato del diavolo, ho quattro argomenti. Il romanzo è
1°) troppo lungo
2°) troppo frammentario
3°) troppo lento (o noioso, o difficile, o come vuoi chiamarlo)
4°) troppo austriaco.
[…] Io stesso, benché il libro valga per infinite altre ragioni che non siano il racconto vero e proprio, dopo essere vissuto praticamente due mesi leggendo ogni giorno, sono rimasto un po’ a bocca asciutta, perché, tirate le somme, vorrei anche sapere chi vive, chi si sposa, chi crepa.»

Robero Bazlen fu dunque, possiamo dire, il padre illegittimo e occulto di tanti libri oggi ritenuti fondamentali, di quei libri che attraversano e creano il tempo senza soccombergli: Schnitzler, Kafka, Bachmann, Jung, Freud, Svevo, Musil, Rilke, Strindberg… Aveva un’idea di letteratura che per una ragione o per l’altra mai si vide concretizzata in un’unica isola editoriale, fino alla nascita di Adelphi nel 1962: insieme al fuoriuscito einaudiano Foà, Bazlen la crea, portando con sé un giovane Roberto Calasso.

bazlenOcculto”, riferito a Bazlen, è un aggettivo non casuale; si potrebbe anche utilizzare la classica locuzione “eminenza grigia”: ciò che lo ha caratterizzato, e lo fa anche oggi in verità, è un’invisibilità che cercò spontaneamente in vita, interessato solo a far parlare i libri, e tramite i libri solamente poteva far filtrare un qualcosa di sé: tutto il contrario di quello che si potrebbe pensare richiamando alla mente parole come “fama”, “vanesiate”, “pubblico”, “riflettori”, Bazlen rappresenta in forma pura il puro amore per la letteratura come conoscenza, crescita, rottura e crisi, anche dolore («Bisogna abitare nel proprio inferno»), assai ben lontana dall’intrattenimento spettacolare e per immagini, consolatorio, che tanti scrittori sembrano cercare.

 

Nel 1984 esce, per Adelphi, Scritti, una raccolta contenente un romanzo visionario e strutturalmente aperto (Il capitano di lungo corso), vari appunti e aforismi (Note senza testo), le Lettere editoriali e le Lettere a Montale. Dalla bandella, citiamo Roberto Calasso: 

«[…] l’immagine che per molti si è fissata di lui è quella di un infaticabile scopritore e suggeritore di opere, di autori. Ma basta aprire una pagina qualsiasi di questi Scritti per avvertire che quell’immagine è parziale e sviante. Singolare non è tanto che apprezzasse e consigliasse quei libri […]; singolare è che una vita così viva, che un’intelligenza così bruciante, che una limpida vocazione sciamanica sfociassero, come nella loro principale manifestazione pratica, in quell’attività del consigliare libri. Taoista (è l’unica definizione che gli si può applicare senza imbarazzo), Bazlen aveva imparato da Chuang-tzu che il sapiente lascia il minimo di tracce: quei libri di cui parlava e che consigliava erano le sue tracce.»

Segnalo anche il bel Diritto al silenzio. Vita e scritti di Roberto Bazlen, di Manuela La Ferla (Sellerio, 1994), eLo stadio di Wimbledon, di Daniele Del Giudice (Einaudi, 1983).

fonte: http://www.criticaletteraria.org/2012/02/roberto-bazlen-uneminenza-importante.html

 

Piero Fadda

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