Ritratto dell’autore uruguayano Benedetti, l’europeo

Di Paolo Bonari per SuccedeOggi che ringraziamo

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Alla (ri)scoperta di Mario Benedetti, il meno “magico” degli scrittori sudamericani. E anche il più “europeo”.

Non solo nel nome: la sua prosa ricorda quasi quella di Moravia…

«Io, ad esempio, non amo particolarmente la letteratura sudamericana. La trovo troppo grassa, floreale, sovrabbondante. A me piace la nettezza della lingua»: così, Francesco De Gregori, che confidava ad Antonio Gnoli i propri gusti letterari, nel recente Passo d’uomo. Per quanto mi riguarda, il mio non potrebbe essere altro che un pre-giudizio, coincidente con le preferenze del cantautore, perché quella letteratura la conosco poco, ma le sensazioni che ne ho tratto, le poche volte in cui mi sono deciso ad avvicinarla, erano simili alle sue: avevo a che fare con un carnevale umano molto colorato, nel quale le figure finivano per essere un po’ appiccicose e tracciate con contorni spessi – io preferivo l’acquerello –, e mi dava fastidio una certa ossessiva ricerca dell’epos. La curiosità, però, mi rimaneva, mi rimane: il senso dell’avventura, anzi, nel procedere verso la soglia di un intero continente letterario, nell’affacciarmi su quello spazio per me vergine, con l’auspicio di un’effettiva lontananza da certe iper-teoriche contorsioni europee.

Nottetempo presenta l’uruguayano Mario Benedetti, nato nel 1920 e scomparso sette anni fa, come “uno dei massimi narratori e poeti del Novecento” e sarà il caso, allora, di dare una sbirciata ai due libri che ha in catalogo, La tregua e Chi di noi. Il primo, scritto nei primi cinque mesi del 1959, inizialmente pubblicato dall’editore romano nel 2006 e riproposto in una nuova veste nel 2014, sarebbe un “piccolo classico della letteratura sudamericana”, “uno dei grandi romanzi novecenteschi”, ed è stato tradotto in decine di lingue, ma anche adattato per il teatro, la radio, il cinema e la televisione: più che un romanzo, però, questo è un diario che copre un anno o poco più di vita del protagonista, un impiegato prossimo al pensionamento che vive le proprie giornate di ordinaria solitudine, indecisione e mediocrità a Montevideo e le mette su carta con l’esplicita volontà di non “sembrare patetico”. Vedovo con famiglia disastrata, ai componenti della quale estende l’amara conclusione: “ormai siamo tutti irrecuperabili”. Là fuori, la società uruguayana degli anni Cinquanta, al cui alto tasso omofobico si conforma il protagonista, che così reagisce alla scoperta che uno dei suoi tre figli è “finocchio”: «Avrei preferito che fosse uscito ladro, morfinomane, ritardato. Vorrei sentire pietà nei suoi confronti, ma non ci riesco». Poca o punta, la magia quotidiana, almeno fino all’innamoramento per una ragazza che ha meno della metà dei suoi anni: è questa “la tregua”, la momentanea fuga dal proprio destino.

Se mi fidassi della mia psiche storica, il mio gusto eurocentrico assocerebbe Benedetti a Moravia – più che all’Italo Svevo di Senilità cui allude la quarta di copertina, forse –, al Moravia immaginario e giovane che avesse (anzitempo) rinvenuto e spalancato il baule di Fernando Pessoa: che avesse ritrovato e sfogliato Il libro dell’inquietudine, certo, ma senza lasciarsi intenerire da certe fughe astrali. C’è da dire che sembra difficile che Benedetti si lasci intenerire da alcunché: non da se stesso, cioè dalla possibile promozione di sé, dalle tendenze culturali che sarebbe stato agevole abbracciare, proprio come i suoi personaggi introspettivi non si lasciano abbindolare dall’analisi psichica freudiana e sembrano provare molta pietà verso gli altri e nessuna per sé stessi. Se freudismo c’è, è così annacquato (dall’Oceano che c’è di mezzo) da farsi subito universale disposizione dell’individuo al proprio esame asistematico, auto-confessione e fuga esistenzialistica dalla ripetizione ordinaria.

Mario Benedetti2«Ma l’arte non smette mai di essere un’illusione e, quando è verità, cessa di essere arte e diventa noia, perché la realtà è soltanto un insanabile, assurdo tedio. E così tutto si riduce a un vicolo cieco. La pura realtà mi annoia, l’arte mi sembra abile ma mai efficace, mai legittima. È solo un ingenuo stratagemma che certe persone disilluse, svergognate o malinconiche usano per mentire a se stesse o, cosa peggiore, per mentire a me. Io non voglio mentire a me stesso. Voglio sapere tutto di me»: a riflettere è Miguel, uno dei tre protagonisti di Chi di noi, il “romanzo” tripartito con cui Benedetti esordì nel 1953, recentemente pubblicato da Nottetempo – tripartito perché si compone di un diario intimo, di una lettera e di un racconto, con i tre personaggi della vicenda che prendono la parola, a turno, in una giustapposizione anti-gerarchica, per esporre il proprio punto di vista. Un triangolo amoroso li coinvolge e li sfianca: Miguel e Lucas incarnano l’uno per l’altro – un europeo sprecherebbe una maiuscola: “l’Altro” – un modello, e si potrebbe approfittare, in un caso del genere, davvero “di scuola”, della metodologia girardiana del mimetismo inter-personale. (René Girard, al tempo della pubblicazione di Chi di noi, era appena trentenne e lontano da certe intuizioni: giusto per fugare ogni dubbio di reciproche influenze). Che cosa succede, quando uno dei due conquistatori immagina l’altro come un modello irraggiungibile e vincente? Che la combinazione amorosa si svela come self-fulfilling prophecy: quando temiamo che la nostra amata se ne vada con l’altro, sarà proprio questa nostra paura a spingerla verso quelle braccia sconosciute, che continuano a sembrarci più forti e capienti delle nostre, tanto che finiranno per esserlo davvero.

«Ho realizzato il mio unico proposito: essere il più sincero dei mediocri, l’unico consapevole della propria banalità»: Miguel, ancora, che avverte gli assalti di quella noia di sé che è invariabilmente in agguato. Alla massima sincerità, nella narrativa di Benedetti, risponde il dolore che non si sana e sanguina, e la letteratura non è altro che un distanziarsi dalla ferita, per mezzo di un artificio esile e riconoscibile: così, infatti, la terza voce del libro, quella dello scrittore Lucas, è tanto iper-letteraria da contraffare e mascherare l’esistenza dolente che le sottostà. Quello letterario, insomma, è l’atto della confusione inutile: quando comincia il teatrino dell’arte, nell’alzarsi dei suoi fumi, il dolore sembra sparire, ma resta la consapevolezza del trucco. La vita rientra a modo suo, e fa strage di certi mezzucci: con le note a piè di pagina dello stesso Lucas, per esempio, crepe nel tessuto letterario che s’infittiscono e gettano ombre sul testo. Ma anche “la vita”, se non è quella interiore, la vita come realtà esterna, non è altro che un effetto secondario della partita che si gioca dal di dentro, nel dialogo imperfetto e non cerebrale del sé con se stesso: tanto basta per rendere complicata la scrittura dei tanti romanzi a una voce sola che sarebbero possibili, ma finiscono per sovrapporsi gli uni con gli altri – il romanzo perfetto è la voce sola di un uomo solo, la cui verità non sia contraddetta da quelle altrui.

Di certo, Benedetti non è uno attorno al quale sia possibile allestire mitografie, essendo la sua figura così refrattaria a quella stilizzazione eroica che tanta parte ha avuto, nelle fortune di altri conterranei (García Márquez, Bolaño…), e sembra che la sua narrativa abbia raggiunto il proprio vertice molto presto, con La tregua: un vertice relativo, non assoluto, perché diffiderei di certe iperboli e mi sarebbe difficile non considerare Benedetti come un ottimo “scrittore minore”. Poi, però, qualsiasi gerarchizzazione finisce per sembrarmi uno sgarbo, di fronte al sorriso così pudico e signorile delle sue fotografie, e la smetto.

Proprio all’altezza di questo romanzo sui generis di Benedetti, negli stessi mesi, Goffredo Parise andava tirando le proprie conclusioni sulla sopravvenuta inutilità di questo genere letterario: un’inutilità non italiana e non europea, ma globale, dato che ogni società si stava imborghesendo e finiva per somigliare a tutte le altre, tanto che risultava impossibile la produzione di quei romanzi “ideologici” che fecero la fortuna del genere, fino all’esaurimento della prima metà del Novecento. Allora, Benedetti potrebbe essere un autore proprio di questa crisi, uno che continua a tentare la narrazione lunga e a ribadirne i fallimenti: è un cronachista domestico o, al massimo, urbano, incapace di romanzi, maestro di blocchi di testo brevi, che vanno fortunosamente a comporre qualcosa che sembra un romanzo, ma non lo è. Dopo, e per decenni, mi pare che egli si sia dedicato quasi unicamente alla produzione poetica e saggistica, ma aspetto chi ne sappia più di me.

Molto novecentesco, ma di difficile collocazione: primo-novecentesco nelle aspirazioni, più tardo negli esiti, e comunque immune dai colpi e contraccolpi teorici dell’epoca, sembra che Benedetti, come certi suoi personaggi, il secolo se lo sia lasciato scorrere dentro e che anche la geografia sia un’opzione non definitiva, se è vero che si avverte bene il suo essere latino e meno l’americanità, come controcanto epicizzante della Storia – Benedetti non ha alcunché di whitmaniano, né di paziano o walcottiano o nerudiano. Uno così sembra e non sembra smaliziato: è ancora naïf chi abbia oltrepassato le mode e le scuole semplicemente passeggiando, come non avvertendo ostacoli? (Questo articolo risente del passato colonialista dell’estensore, nonché della sua ignoranza tipicamente europea: con la promessa che cercherà di emendarsi, in futuro).

Fonte: http://www.succedeoggi.it/2016/09/benedetti-leuropeo/


Piccole biblioteche nelle strade australiane

Sono un centinaio e permettono a chiunque di prendere o regalare un libro: è una moda nata negli Stati Uniti nel 2009 e sempre più diffusa

Nel 2009 è nato negli Stati Uniti e si è poi diffuso nel resto del mondo un movimento culturale che promuove la costruzione di piccole biblioteche di strada fatte di legno, simili a scatole con uno sportellino, in cui lasciare libri che chiunque può prendere e portare con sé: si chiama Little free library ed è stato fondato dagli americani Todd Bol e Rick Brooks. Negli ultimi anni sono nati molti progetti simili, come le mini-biblioteche di Indianapolis, negli Stati Uniti, promosse dalla Biblioteca pubblica della città, e le “biblioteche telefoniche” progettate dall’architetto John Locke e ricavate da cabine telefoniche in disuso. Grazie a Nic Lowe, fondatore del servizio australiano di car sharing GoGet, c’è un progetto simile anche in Australia: si chiamaStreet Library ed è nato nel novembre del 2015, quando Lowe costruì una piccola biblioteca davanti alla sua casa a Newtown, un sobborgo di Sydney.

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Il progetto è rivolto soprattutto ai bambini e l’organizzazione fondata da Lowe, che si chiama a sua volta Street Library, ha collaborato con la scuola elementare di Newtown costruendo una biblioteca in cui i bambini possono lasciare o prendere i libri. Per sostenersi economicamente, Street Library organizza laboratori di lavoro del legno per costruire piccole biblioteche e ne vende a chi non ha voglia di costruirsene una.

Finora in Australia ci sono 100 Street Libraries: Lowe spera di arrivare a 5000 nei prossimi tre anni (negli Stati Uniti ce ne sono già decine di migliaia). Ovviamente il progetto si fonda sulla fiducia reciproca: chi mette a disposizione i propri libri spera che anche altre persone facciano lo stesso e lascino qualcosa nella biblioteca. Chi prende un libro non è obbligato a restituirlo – anzi, lo può tenere se lo ha amato particolarmente – ma il meccanismo funziona se chi prende in prestito ha anche voglia di donare, come ricorda il motto di Street Library: “Borrow a book, lend a book“, cioè “Prendi in prestito un libro, presta un libro”.

fonte: http://www.ilpost.it/2016/09/19/piccole-biblioteche-australia/


la Brigada para leer en libertad

LA LIBERTÀ DI LEGGERE SECONDO PACO IGNACIO TAIBO II

di Adriano Ercolani per Minima&Moralia che ringraziamo settembre 2016

Paco Ignacìo Taibo II è tra gli scrittori più popolari al mondo in lingua spagnola. Antifascista nel DNA (la sua famiglia dovette scappare dalla Spagna franchista nel ’58 per rifarsi una vita in Messico), Paco, come si fa chiamare con grande affabilità, è autore feticcio per la sinistra nostrana. Oltre alla sua vastissima produzione storica (celebre la sua biografia di Che Guevara Senza perdere la tenerezza), il suo nome è legato alla fortunata serie di gialli che hanno per protagonista l’investigatore Héctor Belascoarán Shayne.

Ma c’è un motivo ulteriore per il quale lo scrittore è divenuto un punto di riferimento ineludibile dei  lettori progressisti: il concreto impegno sociale. Paco Ignacio Taibo II ha dedicato gli ultimi cinque anni della sua vita a un grande progetto culturale: la Brigada para leer en libertad, la Brigata per leggere in libertà. Un’avventura straordinaria, nata per passione, in grado di raggiungere una diffusione maestosa e capillare, che ha presentato in Italia un anno fa in un incontro alla Casetta Rossa della Garbatella, a Roma.

Ora Paco è tornato in Italia per un tour di presentazione della ristampa del libro La bicicletta di Leonardo (originariamente del 1993) ad opera de La Nuova Frontiera.

Un libro che prende le mosse dall’immensa figura di Leonardo Da Vinci per poi condurre il lettore in una rocambolesca vicenda sospesa tra cronaca nera e ricostruzione di una storia negata, giocato su diversi piani narrativi, tra l’Italia del Rinascimento, la Barcellona degli anni Venti e il Messico contemporaneo.

Tema centrale, non solo di questo testo, ma anche del precedente A Quattro Mani, ripubblicato a Maggio, è la manipolazione mediatica.

Perché hai sentito l’esigenza di riproporre proprio ora La bicicletta di Leonardo?

Perché sento che nella mia produzione letteraria ci siano dei cicli narrativi che ritornano e la attraversano. E credo che sia giusto a volte ritornare alle radici di quelle narrazioni, per riprendere un contatto con i lettori.

Uno dei temi portanti del libro è la manipolazione dell’informazione operata dai media.

Un tema urgente, attuale più che mai.

Trovi che la situazione sia cambiata rispetto alla stesura originale del libro?

Adesso più che la censura e l’occultamento c’è un sovraccarico di informazione, o meglio di disinformazione, una sorta di rumore mediatico costante che copre la vera informazione, sviando e distraendo coloro che vorrebbero essere informati.

Rimangono solo frammenti di notizie, distorte e mescolate alla falsità. Ad esempio, in Messico il governo applica sistematicamente la disinformazione per ingannare i cittadini.

Cosa pensi della discussa considerazione di Umberto Eco sui social network che” danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino (…) mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”?

Questo accade quando c’è la democrazia! Se uno vuole la democrazia lo accetta. Certo, in  una monarchia non avverrebbe. D’altro canto, i social network sono proprio il luogo in cui c’è il massimo eccesso di rumore mediatico. Le teorie dei qualunquisti nascono metà per la disinformazione dei governi, metà per la pigrizia di chi non vuole approfondire le notizie.

Secondo te qual è l’alternativa possibile?

Diffondere informazione dal basso, invitando ad approfondire, ad andare oltre la superficie, contestualizzando, analizzando le notizie, decostruendo la disinformazione dei media ufficiali.

Questo è il motivo per cui è nata la “brigata per leggere in libertà”?

Viviamo in una società in cui il potere è in mano ad alfabeti funzionali. Non parlo solo di presidenti, deputati e senatori. No, parlo anche di coloro che gestiscono gli apparati culturali.

Come si è sviluppata l’iniziativa?

Abbiamo iniziato in tredici persone. Solo tredici persone. Abbiamo cominciato a organizzare piccoli bazar dove vendere libri. Pensavamo che dopo poco tempo dovesse finire tutto. Al contrario, il progetto si è diffuso spontaneamente a macchia d’olio: allo stato attuale, ogni anno facciamo otto fiere internazionali con più di 100 case editrici. Inoltre, ogni mese allestiamo due o tre piccole fiere locali. Portiamo libri dove in piccoli villaggi, fuori la periferia delle grandi città, luoghi dove non ci sono librerie, né biblioteche.

Quali sono i risultati raggiunti finora?

Abbiamo pubblicato 110 libri, che regaliamo, stampandone oltre 500.000 mila copie.  Inoltre, abbiamo chiesto alle case editrici che collaborano con noi di vendere in queste occasioni i libri con un forte sconto. Il progetto in 5 anni ha distribuito 6-7 milioni di libri a prezzo ribassato. Sono state create più di 60 biblioteche. Facciamo quasi un evento al giorno: una fiera del libro, una tavola rotonda, una presentazione.

Avete potuto contare sull’appoggio della classe intellettuale messicana?

Noi siamo in polemica con la cultura ufficiale. Si lamentano sempre che il popolo messicano non legge. E io rispondo che spesso le copie che distribuiamo non sono abbastanza per le persone che accorrono. Abbiamo iniziato a distribuire un libro solo per famiglia. Una signora è arrivata a mordermi per averne due!

Qual è stata la reazione, invece, dei tuoi colleghi scrittori?

Molto positiva. Un grande supporto. Settanta autori hanno regalato i loro diritti d’autore. Autori campioni d’incasso hanno accettato di venire a presentare i loro libri gratuitamente. Al contrario, autori che hanno scritto libri molto dotti hanno venduto più nelle periferie che in tutta la loro carriera.

Dunque, non avete avuto nessun contributo statale?

(Scoppia a ridere) Noi siamo fieramente antigovernativi! Il Governo vuole che la gente sia ignorante! Il dato straordinario è che dietro a questa gigantesca opera di diffusione non c’è nessun finanziamento, men che mai statale: è tutto costruito su base volontaria, dal contributo di decine di scrittori, operatori culturali, editori e sostenitori che hanno sposato il progetto.

C’è qualche aneddoto in particolare che ti ha colpito durante questi anni di esperienza della Brigada?

Visto che siamo in Italia, voglio raccontarvi questo episodio. Spesso nelle nostre manifestazioni allestiamo degli stendini sui quali appendiamo, come lenzuola, delle poesie per la strada, così ognuno può prenderle e portarsele a casa, come fossero un poster. Una signora, praticamente semianalfabeta, con la busta della spesa, stava camminando su e giù, leggendole tutte, finché finalmente ne scelse una sola: era “M’illumino d’immenso” di Ungaretti. Le chiesi perché l’avesse scelta, immaginando scherzosamente che il motivo fosse la brevità. Mi rispose con grande dignità: “perché mi piace molto”. Mi commuovo a pensarci ancora adesso. Un’esperienza che nasce come politica, tramite la poesia, diventa commozione”. Ma per i militanti della Brigada, il progetto rimane potentemente politico, poiché  “Un cittadino che legge è un cittadino più libero, che non può essere fregato dalla televisione”.

 Nel 2011 fosti costretto a smentire una falsa lettera a suo nome riportata maldestramente da Avvenire, in cui avresti dichiarato di commuoversi  per il successo fra i giovani di un incontro di Ratzinger a Madrid.

Si. E conclusi: “…finchè il Vaticano non distribuirà i suoi tesori fra i poveri e non permetterà che si possa fumare nelle chiese, non ho nessun interesse nella figura papale”.

Qual è la situazione della democrazia in Messico?

In Messico non c’è una vera democrazia, basti pensare ai brogli elettorali. Ma la nostra non è una società passiva. Abbiamo avuto anche manifestazioni con 300.000 persone in piazza contro il governo. Con la Brigada creiamo intensi dibattiti sulla verità storica, contro il sapere accademico, per riappropriarci a testa alta della nostra storia. La Storia è una grande costruttrice di modelli, di proiezioni ideali. Un terzo delle attività della Brigada sono conferenze  sulla storia del Messico.

Dunque, tu credi che la letteratura possa influenzare positivamente la società?

Nonostante questa barbarie dominante, io credo ancora fortemente nel potere della parola scritta. La letteratura è la trincea della civilizzazione contro la barbarie. Io credo che si possa sempre cambiare il mondo. E se non è possibile, comunque bisogna provarci.

Insomma, il gramsciano “ottimismo della volontà”.

Bisogna essere ottimisti. L’unica differenza tra pessimisti e ottimisti è che gli ottimisti soffrono solo alla fine, mentre i pessimisti soffrono tutto il tempo. Bisogna resistere. E vincere. Sono convinto che la civiltà trionferà contro il capitalismo selvaggio.

fonte: http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-liberta-di-leggere-secondo-paco-ignacio-taibo-ii/


GLOBALIZZAZIONE

Il Rinascimento degli altri

Massimo Firpo per il Sole24ore che ringraziamo 

settembre 2016

Mappa. Una piantina del mondo del 1515Mappa. Una piantina del mondo del 1515

Grazie ai viaggi di Colombo e Vasco da Gama, nell’ultimo decennio del Quattrocento interi continenti si aprirono ai traffici commerciali, alle esplorazioni, all’espansione del cristianesimo e al dominio dell’Europa, inaugurando la lunga stagione del colonialismo. Ne nacquero nuovi e immensi spazi fisici, che nei decenni futuri avrebbero continuato a dilatarsi e che gli stessi europei avrebbero dovuto imparare a inserire nei loro spazi mentali, e nel loro modo di percepire se stessi; ne nacquero grandi ricchezze e successi, così come vite miserabili svanite nel nulla, tra tempeste oceaniche e malattie tropicali, tra stenti e violenze; ne nacquero eroica dedizione missionaria e brutale traffico di milioni di esseri umani, trasferiti dalle coste africane nelle Americhe; ne nacquero nuove risorse finanziarie per la corona di Spagna, nuove tecniche marinare, nuovi prodotti, nuove coltivazioni, che avrebbero dato vita a nuove abitudini alimentari e nuove forme di socialità; ne nacquero nuove conoscenze d’ogni genere, tra realtà e leggenda, e nuove curiosità, che le tipografie furono pronte a soddisfare diffondendo una miriade di resoconti, relazioni, lettere, narrazioni che riferivano di quelle terre lontane, di viaggi perigliosi, di piante e animali mai visti, di improbabili esseri mostruosi, di usi e costumi molto diversi da quelli europei, di barbari cannibali caraibici e di raja indiani, di feroci irochesi e di raffinati mandarini cinesi.

Ne nacque insomma non solo il Nuovo Mondo, ma un mondo nuovo e diverso, e con esso nuovi problemi e inediti confronti, soprattutto in relazione alle Americhe poiché l’Asia era da secoli presente nella percezione dell’Occidente, mentre popoli e civiltà di quel continente sconosciuto si affacciavano per la prima volta sui suoi orizzonti culturali. Occorreva pur chiedersi infatti se fosse lecito ridurre in schiavitù quelle popolazioni, o meglio quanto ne restava dopo i massacri e le malattie che le avevano sterminate; e se si trattava di “genti bestiali” che dovevano essere grate per aver ricevuto dagli spagnoli la vera fede, che cosa dicevano del loro passato e della loro cultura i templi maestosi, simili alle piramidi d’Egitto, le sculture, le maschere d’oro, le antiche leggende delle popolazioni precolombiane? e anzitutto da dove venivano quelle genti di cui non c’era menzione alcuna nella narrazione biblica dalla creazione a Gesù Cristo?

È proprio il tema sempre sensibile della storia che questo libro affronta, cercando di cogliere nella storiografia del pieno e maturo Rinascimento le prime tracce del tentativo di inglobare le storie degli “altri” in un disegno non del tutto subalterno a un modello di storia universale incentrato esclusivamente sull’Europa, capace solo di dilatarlo a nuove terre e nuovi popoli, ma senza riconoscerne in modo alcuno la specifica diversità, senza dar vita a qualche forma di xenologia, senza neanche pensare di costruire l’immagine di un mondo condiviso. Il fatto che quella improvvisa dilatazione spaziale e mercantile continui a essere definita nei manuali di storia come l’età delle grandi scoperte geografiche la dice lunga sulla persistenza di una prospettiva tenacemente eurocentrica: la stessa delle primeHistoriae sui temporis o Historie del mondo o Historie universali che comparvero allora sul mercato editoriale, spesso autentici best sellers sempre alimentati da nuove notizie e aggiornati. Altri e più marginali sono invece i percorsi seguiti da Marcocci, inoltrandosi con intelligenza e sapere ora negli scritti di un francescano spagnolo pronto ad avvalersi dei celebri falsi e delle fantasiose genealogie precristiane di Annio da Viterbo per ricostruire il passato delle popolazioni messicane; ora nell’opera di un portoghese precipitato dal ruolo di capitano nelle Molucche alla misera morte in un pubblico ospedale, capace di mettere in discussione il mito della conquista portoghese dell’oceano Indiano; ora nella cronaca di un nobile quetchua ispanizzato che utilizzava un best seller tedesco forse letto in versione italiana per rivalutare la dignità del suo popolo sconfitto e oppresso.

Nel Seicento queste tracce avrebbero finito col perdersi, cancellate dalla logica tutta religiosa e missionaria delle storie gesuitiche e da un modello imperiale che subordinava la storiografia alle proprie esigenze di grandezza, al punto da esigere la distruzione di ogni documentazione storica relativa ai vinti, incapace di tollerare infrazioni o eccezioni alla propria retorica vittoriosa. Il che avvenne soprattutto tra il 1580 e il 1640, quando le congiunture dinastiche unificarono sotto la corona di casa d’Austria i regni di Spagna e Portogallo in un impero mondiale, costretto tuttavia a misurarsi con la poderosa espansione sui mari dell’Olanda, dell’Inghilterra e poi della Francia, ai margini degli altri imperi asiatici: da quello ottomano, antico nemico sul fronte mediterraneo, alla Persia dei Safavidi, dall’India dei Mughal alla Cina dei Ming. Universi lontani diventati vicini nell’arco di pochi anni, che hanno suggerito di scorgere in quella profonda trasformazione le origini dell’odierna globalizzazione.

Non v’è dubbio che la crisi profonda che oggi attraversa la storia trovi una delle sue ragioni proprio nella difficoltà di dare una storia comune – anche se non condivisa – al nuovo mondo globale che si viene formando, quasi che l’unico modo di ricomporre le differenze fosse l’oblio del passato. Perché è difficile accettare un passato plurale di storie diverse, una world history fatta non solo di giustapposizioni e sincronie, di scontri e subalternità, ma anche di frontiere permeabili, di scambi materiali e culturali, di una rete inesauribile di relazioni e rapporti sempre presenti, tale da lasciare i suoi segni, per esempio, anche nei cappelli di castoro canadese o nei piatti di porcellana cinese dipinti da Vermeer, come ci ha spiegato Timothy Brook. Una storia globale, insomma, una storia “connessa”, come l’ha definita Sanjay Subrahmanyan, di cui questo libro ricostruisce alcuni frammenti, tanto più preziosi in quanto rintracciati sul terreno particolarmente refrattario della storiografia, il più sensibile alle esigenze del potere e alla logica degli imperi, ma anche l’unico sul quale ricostruire quella rete di connessioni e con essa i frammenti di un passato comune utili a capire il presente. E a capire tra l’altro come l’odierna crisi dell’Europa, la sua perdita di identità culturale e il suo rimpicciolire al cospetto dei nuovi giganti del mondo comportino anche una sua “provincializzazione” storica e storiografica, la sua cacciata dal trono dell’invenzione della modernità sul quale si era installata da secoli, costretta a deporre lo scettro di padrone del mondo e diventare periferia. Come si è persa la memoria dei re incaici, del resto, potrà forse svanire anche quella di Pericle e di Giulio Cesare, di san Tommaso e di Michelangelo, degli Asburgo e dei Borbone, di Newton e Voltaire. E magari, perché ciò non accada, non farebbe male imparare qualcosa delle storie degli altri.


Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska, “ascolta come mi batte forte il tuo cuore”

ANNnalisa Perteghella per fusiorari.org

“Non c’è fine al mio stupore.

Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore”.

Batte forte il cuore quando ci si imbatte nei versi di Wislawa Szymborska, poetessa polacca recentemente venuta a mancare. Vogliamo ricordarla attraverso le sue parole, ma anche attraverso quelle di altri grandi uomini di cultura che, come lei, hanno saputo costruire interi mondi semplicemente attraverso le parole, regalandoci materiale per un emozionante viaggio poetico-letterario.

“Quando pronuncio la parola Futuro,

la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,

lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,

creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Che cosa fa del vivere un vivere e non un mero sopravvivere? Wislawa Szymborska sembrava saperlo bene. Lei che si faceva beffe delle serate d’autore, dei grandi titoli e delle onoreficenze: 

“Ci sono dodici persone ad ascoltare

è tempo ormai di cominciare.

Metà è venuta perchè piove

gli altri sono parenti.

In prima fila un vecchietto dolcemente sogna

che la moglie buonanima, risorta,

gli sta per cuocere la crostata di prugne.

Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci,

cominciamo a leggere”.

Lei che preferiva che fosse il testo a parlare per l’autore, in una sorta di metonimia al contrario, tale per cui oggi non possiamo dire di conoscere o di leggere “la Szymborska” così come fieri affermiamo di conoscere o leggere “il Foscolo”, con la pretesa di afferrarne la complessità e l’unicità semplicemente attraverso la lettura delle sue opere. Questa poetessa dal nome difficile (nella nostra lingua), sconosciuta ai più fino a quando, ironia della sorte, la morte l’ha resa immortale, aveva un carattere schivo, riservato, ma tutt’altro che serioso. L’ironia era la sua cifra, la leggerezza la sua peculiarità.

LA LEGGEREZZA DELLA PENSOSITÀ – “Alla leggerezza mentale si accompagna un’eguale leggerezza espressiva, costruita con una lingua semplice, comune, spesso colloquiale. Ma si tratta di una semplicità solo apparente. Essa è in realtà il risultato di una rigorosa e lucida padronanza degli strumenti linguistici e metrici”, così nelle parole del suo traduttore italiano Pietro Marchesani, scomparso, ironia della sorte, due mesi prima di lei. E se è vero, contrariamente a quanto spesso si crede, che è molto più difficile scrivere in modo semplice che in modo complicato, a noi piace pensare anche che la leggerezza di Wislawa Szymborska sia la stessa armoniosa leggerezza descritta magistralmente da Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane”: “La leggerezza per me si associa alla precisione e alla determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: ‘Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume'” (Bisogna essere leggeri come un uccello, non come una piuma). Sempre Calvino, d’altronde, ci ricorda che “esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”, o ancora: “Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.” La leggerezza di Wislawa Szymborska traspare, ad esempio dal modo in cui parla di grandi temi esistenziali. 

“Sulla morte senza esagerare” è il titolo, assai emblematico, di una sua poesia nella quale la poetessa afferma, pur riconoscendo l’ineluttabilità della morte, che 

“Non c’è vita

che almeno per un attimo

non sia stata immortale.

La morte

è sempre in ritardo di quell’attimo”. 

O ancora, la leggerezza traspare dal modo in cui nella sua poesia “Un parere in merito alla pornografia” la poetessa prende in giro quella strana abitudine che è il pensare:

“Non c’è dissolutezza peggiore del pensare.

Nulla è sacro per quelli che pensano.

Preferiscono i frutti

dell’albero vietato della conoscenza

alle natiche rosee dei rotocalchi,

a tutta questa pornografia in definitiva ingenua.

È spaventoso in quali posizioni,

con quale sfrenata semplicità

l’intelletto riesca a fecondare l’intelletto.

Posizioni sconosciute perfino al kamasutra”.

LA STRAORDINARIETÀ DELLA NORMALITÀ – Tra le poesie di Wislawa Szymborska troviamo innumerevoli riferimenti a fatti, oggetti e situazioni propri della vita quotidiana, così lontani dalle pretese auliche di quelli che Eugenio Montale definiva “i poeti laureati”. Wislawa Szymborska aveva capito che non è facile, forse nemmeno possibile o desiderabile, arrivare ad avere risposte concrete su qualsivoglia questione esistenziale; non si credeva depositaria di chissà quale verità rivelata, ancora una volta così simile in questo ad Eugenio Montale e a quel suo 

“non domandarci la formula che mondi possa aprirti

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo

codesto solo oggi possiam dirti

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Lei che, nel discorso davanti all’Accademia svedese, che nel 1996 la insigniva del Nobel per la letteratura, aveva ammesso quanto fosse difficile scrivere un discorso adatto all’occasione (“Il mio discorso non sarà troppo lungo. Ogni imperfezione è più facile da sopportare se la si serve a piccole dosi”). Ma, soprattutto, quanto fosse difficile per un poeta affermare di essere “solo” un poeta, in un mondo nel quale per essere guardato con sufficiente riguardo devi dichiarare di possedere almeno qualche titolo scientifico. A proposito di questo riconoscere la vanità di grandi titoli e onorificenze altisonanti, se esiste un paradiso degli uomini di cultura – o più semplicemente un paradiso delle anime sensibili e di raffinata intelligenza – chissà come deve trovarsi bene, e in quali lunghe e appassionanti conversazioni sarà impegnata Wislawa Szymborska, con quell’uomo di impressionante statura che è stato Norberto Bobbio. Due manifesti simili, quello della Szymborska e quello del filosofo e politologo torinese, che nel suo “Politica e cultura” nel 1955 scriveva: “Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze”, così come simili furono le loro visioni della vita, e di ciò che davvero conta in essa. In un’emozionante intervista rilasciata poco tempo prima di morire, Bobbio fece una sorta di testamento spirituale, nel quale affermava che “le opere, i libri che uno ha scritto, arrivati a una certa età non contano assolutamente nulla. Conta più un discepolo che ti viene a trovare dopo tanti anni e che si ricorda che a lezione dicevi certe cose…”

L’ISPIRAZIONE NASCE DA UN INCESSANTE “NON SO” – Ciò che distingue un lavoro da un altro è, secondo Wislawa Szymborska, l’ispirazione. Sempre nel suo discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel, la poetessa ci offre una meravigliosa divagazione su che cosa sia l’ispirazione e su quanto sia importante la sua presenza per far sì che, tornando al quesito iniziale, il nostro sia un “vivere” e non un mero “sopravvivere”: “L’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, pedagoghi siffatti, giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un’incessante ‘non so’. Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso ‘non so’. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova una volta e un’altra ancora, finchè gli storici della letteratura non legheranno insieme le prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole ‘patrimonio artistico’”. Al di là della bonaria presa in giro degli storici della letteratura, quello che Wislawa Szymborska sembra volerci dire è che non solo non è possibile trovare risposte definitive, ma non è neanche desiderabile. In tempi di polemiche sulla monotonia del “posto fisso”, la poetessa polacca ci dice quello che altre menti di vivace intelligenza hanno provato a dirci: non è l’appagamento che può dare la felicità, come ben sa chi persegue con tenacia un obiettivo e, una volta raggiunto, sperimenta una sensazione di non appagamento. É bensì la ricerca, il continuare a porsi domande, a lasciarsi interrogare dalla realtà delle cose che ci circondano, siano esse visibili o ancora non visibili. Steve Jobs invitava a rimanere “affamati”, perchè è solo “lo stomaco vuoto” che può dare quella spinta propulsiva a darsi da fare per trovare il modo per riempirlo. Francois Truffaut nel suo “Jules et Jim” faceva dire a Jim che “l’avvenire è dei curiosi di professione”. Wislawa Szymborska ci dice che “È bella una tale certezza / ma l’incertezza è più bella. / Ogni inizio infatti / è solo un seguito / e il libro degli eventi / è sempre aperto a metà.”

SCRIVERE IL CURRICULUM – Si conclude qui il nostro viaggio – ricordo nel mondo di Wislawa Szymborska. Il lettore rimarrà forse un po’ deluso nel non trovare, in questo spazio, alcuna nota biografica circa la grande poetessa scomparsa. È questo che di solito si fa, no? Si ricorda una persona per tutto quello che ha fatto, o non ha fatto, in vita (anche se solitamente con le persone che scompaiono si tende a essere molto clementi, elencandone solo le caratteristiche positive). In questa sede abbiamo invece preferito dare spazio, più che ai dati oggettivi, alle percezioni soggettive suscitate dalla lettura delle opere della poetessa. Quelle stesse percezioni ed emozioni che vengono regolarmente messe a tacere nel presentarsi al mondo esterno, più per disinteresse da parte della controparte che per incapacità nell’esprimerle. Ci sembra dunque giusto concludere questo ricordo con una poesia di Wislawa Szymborska tra le più esemplicative. Che parla, con leggerezza e ironia, di un atto serio e necessario che dovrebbe parlare di noi stessi, ma che al tempo stesso risulta vano e “falsato”, come lo scrivere il curriculum: 

“Che cos’è necessario?

È necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto

il curriculum dovrebbe essere breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all’estero.

L’appartenenza a un che, ma senza perchè.

Onorificenze ma senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.

È la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.”

fonte: http://www.fusiorari.org/arts-a-publishing/cultura/777-wislawa-szymborska-qascolta-come-mi-batte-forte-il-tuo-cuoreq.html