34/2012: yuri slezkine, il secolo ebraico, neri pozza, 2011, pag. 568

Yuri Slezkine è nato nel 1956 ed è professore di storia russa e direttore dell’istituto di slavistica all’Università di Berkeley, in California… oltre ai titoli vanta pure una nonna ebrea e l’altra cristiana, inoltre la sua famiglia è emigrata negli Stati Uniti dalla Russia… circostanze queste per niente estranee al saggio “Il secolo ebraico” che –beninteso- non ha nulla a che fare con il sionismo e con lo stato d’Israele, semmai Slezkine affronta il tema dell’antisemitismo, partendo da analisi e punti di vista totalmente diversi dagli studiosi che avevano individuato le radici dell’antisemitismo in Francia, Germania e Russia tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo. È perlomeno abbastanza curioso che il popolo ebraico, il popolo della memoria e della scrittura, con la sterminata pubblicistica dell’olocausto, abbia, di fatto, esaurito la propria straordinaria capacità nel raccontare ciò che era appena accaduto e non già il proprio presente e il futuro immediato, ma questo vale anche per gli studiosi non ebrei, fattosta che non si è prestata sufficiente attenzione alla brillante e dirompente rinascita del popolo ebraico nel dopoguerra. Forse per limitare il crescente antisemitismo post bellico che li avrebbe inevitabilmente riportati ai deliri antisemiti che hanno preceduto sia l’Olocausto che la diaspora… Ciò nondimeno Yuri Slezkine riesce a partire con il piede giusto e a compiere un lungo cammino di ricerche che lo condurranno a trarre conclusioni molto interessanti. Innanzi tutto è necessario considerare un dato statistico demografico molto significativo: nel primissimo Novecento, gli ebrei nel mondo erano più di ottomilionisettecentomila, di questi, ben cinquemilioniduecentomila vivevano in Russia che, non lo scopriamo certo ora, erano dediti a mestieri ed occupazioni a cui i russi per motivi religiosi e culturali non solo non consideravano, ma non perdevano occasione per dimostrare ostilità verso queste occupazioni e soprattutto nei confronti di chi le esercitava che poi non erano solo gli ebrei ma anche gli armeni e gli zingari… Infatti in Russia, Bielorussia, Ucrania, Polonia e Galizia dove erano prevalenti le società contadine, gli ebrei erano mercanti, sia stanziali che mobili, prestavano denaro, erano intermediatori di compravendite, bestiame ed immobili soprattutto, e artigiani… Da queste differenze Slezkine elabora un’indagine antropologica individuando due categorie, ovviamente puntualmente coincidenti con i nativi da un lato ed ebrei dall’altro… definisce mercuriani gli ebrei dediti agli affari e apollinei i contadini nativi. Mercuriani e apollinei si detestano, vivono l’ossessione di mantenere intatta la loro purezza e si detestano reciprocamente. Ciò nondimeno le due economie sono complementari per cui, pur vivendo in due universi distinti, sono consapevoli di aver bisogno l’uno dell’altro e, pur coltivando un profondo odio, sono pressoché costretti ad interagire. Grazie alla loro coesione, determinata da una inestricabile rete di parentele e alla loro innata propensione per gli affari alle quali però è necessario sommare la forte identità di popolo, religione e tradizioni millenarie e la totale alfabetizzazione, non si pone ancora il problema della diaspora integrati come sono nel mondo slavo nel quale sono presenti da secoli… Insomma, gli ebrei in Europa rimangono degli estranei per i nativi, tuttavia sono indispensabili e quindi accettati… La rivoluzione industriale cambia le cose, il capitalismo si diffonde e con esso crescono enormemente le possibilità di affermazione economica degli ebrei medesimi… Tuttavia in Russia le cose vanno in maniera diversa. Lo stato rivendica la riscossione delle imposte, fa proprio il commercio estero, insomma riduce lo spazio di manovra agli ebrei che iniziano a trasferirsi… Slezkine scrive che quasi unmilionetrecentomila ebrei lasceranno la Russia dalla fine dell’Ottocento allo scoppio della prima guerra mondiale, la stragrande maggioranza sceglie come meta di destinazione gli Stati Uniti, dove non ci sono i ghetti e le possibilità di affermazione sono pressoché illimitate… Lo stesso avviene nel resto dell’Europa, ovunque la loro presenza nella classe economica è sovradimensionata in relazione alla loro presenza complessiva… Ciò nondimeno (e paradossalmente), se da un lato il dirompere del capitalismo consente agli ebrei l’affermazione, dall’altro, all’interno delle comunità ebraiche, si diffonde una profonda avversione verso il capitalismo… Infatti la presenza degli ebrei nei movimenti rivoluzionari russi è importante: un terzo dei delegati bolscevichi al primo congresso dei Soviet nel giugno 1917 è ebreo e lo sono ventitre su sessantadue dei membri bolscevichi del Comitato centrale eletto al secondo congresso successivo. Compiamo un salto di decenni, quando l’Unione Sovietica si dissolve e il capitalismo sostituisce l’economia socialista gli ebrei saranno i primi a coglierne le opportunità… sei dei sette maggiori oligarchi sono ebrei. “Dovunque vi è modernità, quali che siano la sua forma e il suo volto, gli ebrei sono fortemente presenti perché” sostiene Slezkine, “ne sono l’ incarnazione”.

 

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