“IL FUTURO NON È MAI STATO COSÌ INCERTO”: INTERVISTA A CORY DOCTOROW

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di pubblicato lunedì, 17 agosto 2015 su Repubblica Sera

Cory Doctorow ti guarda fisso negli occhi, parla spedito e gesticola come un italiano, ma è un canadese che vive in Inghilterra. Giornalista, saggista, scrittore per adulti e ragazzi, da sempre si confronta con le nuove tecnologie ed è stato tra i primi a sostenere che il digitale non è in conflitto con il cartaceo. Per questo lascia scaricare gratuitamente dal suo sito i suoi romanzi, convinto che sia «una forma di promozione, perché chi ama il testo poi lo compra come volume per conservarlo con sé».

Scrive libri di fantascienza, o “fantathriller”, come Little Brother, suo libro uscito nel 2008 e pubblicato in Italia nel 2009 con il titolo X da Newton Compton, e ora di nuovo in libreria con il titolo originale, edito da Multiplayer.it nella traduzione di Francesco Graziosi e con un’introduzione di Bruce Sterling. Un romanzo per “young adult” ma che si fa leggere bene anche dagli adulti, e che dimostra come la letteratura di genere possa essere una lettura critica del nostro presente e possa suggerire vie d’uscita dalle situazioni peggiori.

È una storia di terrorismo e reazione alla repressione di Stato in nome della sicurezza, ambientata a San Francisco. Alla Chavez High School regna infatti un controllo informatico che s’illude di essere totale, ma Marcus, diciassettenne noto col nick “w1n5tOn”, è un giovane hacker e coi suoi amici Darryl, Vanessa e Jolu riesce a sottrarsi ai controlli, allontanarsi da scuola per partecipare a un gioco di realtà legato al videogame Harajuku Fun Madness e a trovarsi nel mezzo di un attentato terroristico. Come in una commedia (drammatica) degli equivoci, i quattro vengono arrestati, sequestrati, interrogati e torturati dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza, e una volta liberati hanno l’ordine di restare in silenzio. Ma non lo faranno, e daranno vita a una comunità di ribelli che usano la tecnologia e l’informatica come uniche armi vincenti per denunciare quanto subito e cambiare le cose.

Mr. Doctorow, Little Brother dialoga col “Big Brother” di 1984 di Orwell, ma è “little” perché è vulnerabile. Da cosa nasce questa rilettura ottimistica?

A dire il vero non tutto è positivo nella mia lettura. Le nuove tecnologie hanno cambiato il mondo in cui viviamo, hanno dato a chi detiene il potere più possibilità di controllarci, ma grazie alle stesse tecnologie anche noi come individui abbiamo acquisito un potere mai avuto prima nella storia. Il mondo è cambiato, e non si può più ragionare di conflitti in termini di spie contro spie, governi contro governi, di fronte ai quali i cittadini tacciono inermi.

Gli stessi strumenti che servono per controllare le popolazioni possono essere usati dalle persone per opporsi a situazioni considerate sbagliate o inaccettabili. Ed è grazie a questo che sono nate nuove realtà politiche anche in Europa, come i Partiti Pirata, o come il Movimento 5 Stelle in Italia. Realtà sia di destra che di sinistra, nuove forme di organizzazione per le quali vale la pena di tentare, sia nel bene che nel male, di gestire i flussi di informazione e di proporre nuove vie di interazione e di intervento nel presente. Il futuro dunque non è mai stato così incerto. Per questo, pur con molti problemi, il finale del mio romanzo non è scritto in maniera così rigida e negativa come in 1984.

Bruce Sterling nella prefazione a Little Brother la paragona a Jules Verne. Come vive questo confronto?

Ne sono onorato. Basti dire che il secondo nome di mia figlia è “Nautilus”, come il sottomarino di Ventimila leghe sotto i mari. Leggendo i libri di Verne mi sono prima emozionato, poi ci ho ritrovato le aspirazioni e le paure che i francesi come tutta la società del tempo nutrivano nei confronti di tecnologie che si sviluppavano velocemente e che caratterizzavano, cambiandolo, il mondo. Io cerco di fare lo stesso.

Mi spiego: proprio Sterling dice spesso che in fondo i “fantathriller” sono romanzi di fantascienza in cui c’è tra i personaggi il Presidente degli Stati Uniti, solo che non parlano di come funzionano i computer. Tutti, nei romanzi e soprattutto nei film, usano laptop, pc di vario tipo, ma non se ne conoscono i programmi, le possibilità, le capacità, le specifiche. E a me interessa proprio questo: raccontare all’interno di una storia anche cosa e come si usa. Come faceva anche Verne, adesso che ci penso. La fantascienza per me è proprio una riflessione su questo argomento.

In effetti Marcus, che deve ideare uno spazio di comunicazione libero per organizzare il dissenso, racconta proprio come procede nel costruirlo.

Sì, a ben vedere è poi una questione di guerriglia asimmetrica, di trovare le debolezze dell’avversario per usarle a proprio vantaggio. E parte da una consapevolezza ovvia: un tempo se bombardavi la centralina di una compagnia telefonica nessuno più poteva comunicare. Ora è tutto diverso, non è più possibile ad esempio distruggere una struttura come internet. Ma a ben vedere ogni cosa si trasforma di continuo, ha mille strade possibili per continuare a esistere e a cambiare. Insomma, bisogna fare i conti con strutture che non sono più solide come un tempo, e prendere coscienza dell’impossibilità che qualcuno o qualcosa controlli tutto come ai tempi di Orwell si pensava potesse succedere. Qualcosa sfuggirà sempre, e genererà altro. Come dimostra appunto Marcus, che non è un vendicatore solitario, ma una persona capace di aggregare e creare un gruppo, una comunità che agisce, e ci riesce proprio modificando oggetti tecnologici di massa come una consolle di videogiochi per creare uno spazio di comunicazione libero.

I primi ad aggregarsi nel romanzo sono dei fan di un videogioco. Secondo lei i “fandom” e le “community” potrebbero assumere un ruolo politico decisivo nel futuro?

I movimenti politici nascono attorno a realtà e passioni condivise, come appunto avviene per le community e per i fandom. E i videogame, ad esempio, si aprono sempre più a temi, discorsi, situazioni di tipo politico, stimolando attraverso simulatori o percorsi narrativi la nascita di una coscienza o di consapevolezze attorno a precise questioni.

Little Brother parla ad esempio di diritti civili, di conflitto con la sicurezza nazionale.

Ci sono molti elementi che echeggiano nel mio romanzo: l’11 settembre, il Patriot Act, Guantanamo, la questione Wikileaks… I lettori “young adult”, espressione che peraltro considero un’etichetta per far trovare i libri nei negozi, per la maggior parte sono troppo giovani per ricordare quegli eventi o per averli compresi nella loro complessità, ma vorrei che Little Brother li facesse riflettere sull’ossigeno politico nel quale sono cresciuti e che stanno ancora respirando. Vorrei insomma che si chiedessero se le cose possono cambiare, e come.

È quello che si è augurato Neil Gaiman recensendo questo romanzo. Però Marcus non mi sembra un diciassettenne comune.

Certo, Marcus è un cittadino consapevole dei suoi diritti, conosce le leggi, sa come aggirare i controlli, ha obiettivi e contrasta le ingiustizie , è bravo col computer, sa come risolvere i propri problemi attraverso l’informatica, ma solo connettendosi con altre persone può risolvere problemi più grandi, comuni. Diciamo che mi auguro che sempre più ragazzi diventino come lui, e che riescano ad aggregare persone. In fondo, i personaggi letterari possono essere anche dei modelli da imitare.


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