Lelio Basso, rigoroso ribelle

By Ferdinando Fasce, Il Manifesto

Ripresi seduti durante una riunione del PSI Lelio Basso, Foa, Lombardi

Uni­ver­sità Sta­tale di Milano, fine anni venti-primi anni trenta, esami di Filo­so­fia Morale. Tra gli esa­mi­nandi ce n’è uno che non può sfug­gire all’attenzione dei pre­senti. Si muove scor­tato da agenti per­ché sta scon­tando una pena di tre anni di con­fino in quanto «ele­mento peri­co­loso per l’ordine e la sicu­rezza pub­blica, in con­se­guenza della sua attiva pro­pa­ganda fra ele­menti intol­le­ranti dell’attuale stato di cose».
Si chiama Lelio Basso, classe 1903, già una lau­rea in legge e un’attiva pre­senza entro un ampio nucleo di anti­fa­sci­sti legati alla rivi­sta geno­vese demo­cra­tica Pie­tre e all’organizzazione clan­de­stina della Gio­vane Ita­lia. Iscrit­tosi per una seconda lau­rea in filo­so­fia dopo quella con­se­guita a Pavia, Basso pro­se­gue gli studi dal con­fino di Ponza. Il pro­fes­sore è Pie­tro Mar­ti­netti, auto­rità indi­scussa su Kant, con­vinto anti­fa­sci­sta. L’esame è breve. Il pre­si­dente della com­mis­sione, lo stesso Mar­ti­netti, inter­roga lo «stu­dente» sull’imperativo cate­go­rico kan­tiano. E, senza atten­dere la rispo­sta di Basso, dichiara: «Lei ha mostrato con la sua con­dotta di sapere benis­simo cosa sia l’imperativo cate­go­rico kan­tiano: trenta e lode».

Que­sta pagina dimen­ti­cata di sto­ria dell’università ita­liana negli anni plum­bei della dit­ta­tura è inca­sto­nata nel bel libro col quale Chiara Giorgi trat­teg­gia un’intensa bio­gra­fia intel­let­tuale di Basso (Un socia­li­sta del Nove­cento. Ugua­glianza, libertà e diritti nel per­corso di Lelio Basso, Carocci, pp. 276). L’ho letta con inte­resse, da non spe­cia­li­sta di que­ste cose, con in testa un vec­chio detto del grande for­ma­li­sta russo Vic­tor Šklo­v­skij. Il detto è che, per dare loro un nuovo e più pro­fondo signi­fi­cato, le parole vanno rivol­tate come un ciocco nel fuoco. Ecco, que­sto libro ci con­sente di ripren­dere in mano, rivol­tate come un ciocco nel fuoco, parole chiave usu­rate e rese opa­che da tanta scia­gu­rata pra­tica poli­tica e civile che pur­troppo ha imper­ver­sato e con­ti­nua a imper­ver­sare. Lo fa resti­tuen­doci il pro­filo di una figura di punta della vita poli­tica, civile e cul­tu­rale ita­liana del Nove­cento, che ha attra­ver­sato con un raro esem­pio di impe­gno e rigore tre quarti di un secolo tanto tra­va­gliato, anche e soprat­tutto per il nostro paese.

La prima parola è appunto, come dice il titolo, «socia­li­smo». È una parola che entra nella vita di Basso negli anni del liceo, fre­quen­tato a Milano, al Ber­chet, a cavallo della Grande guerra. Guida il per­corso for­ma­tivo di que­sto ragazzo della media bor­ghe­sia pro­vin­ciale savo­nese tra­sfe­ri­tosi con la fami­glia nella «capi­tale morale» nel 1916, il pro­fes­sore di sto­ria Ugo Guido Mon­dolfo, amico e soste­ni­tore di Gae­tano Sal­ve­mini e come lui espo­nente della scuola sto­rio­gra­fica economico-giuridica. È Mon­dolfo a indi­riz­zarlo agli scritti sto­rici di Marx. Ed è da lui e poi ben pre­sto dal fra­tello Rodolfo che Basso trae ispi­ra­zione per un approc­cio uma­ni­stico al mar­xi­smo e al socialismo.

Come mostrano gli arti­coli degli anni venti scritti sotto lo pseu­do­nimo di Pro­me­teo Demo­filo (let­te­ral­mente un ribelle che sta dalla parte del popolo), que­sto approc­cio si pre­cisa mediante il con­fronto col libe­ra­li­smo gobet­tiano, col neo-protestantesimo (la ten­sione etica e l’attenzione per il numi­noso rima­nendo una costante del pen­siero bas­siano) e, pro­prio negli anni del con­fino, con l’elaborazione di Rosa Luxem­burg. Della quale Basso resterà poi inter­prete pri­ma­rio nel pano­rama ita­liano, facen­done un car­dine della deli­cata dia­let­tica uguaglianza-libertà-ascolto inces­sante delle spinte pro­ve­nienti dalla base che innerva tutta la sua pra­tica e il suo pen­siero. Tutto ciò avviene senza mai per­dere di vista l’aggancio alle con­crete con­di­zioni eco­no­mi­che (Basso sa, ad esem­pio, che cos’è il lavoro impie­ga­ti­zio per averlo spe­ri­men­tato nell’immediato dopo­guerra come ste­no­dat­ti­lo­grafo e cor­ri­spon­dente per un’azienda di mac­chine per maglie­ria) e l’intreccio con la bat­ta­glia antifascista.

Eccoci così alla seconda parola chiave che la let­tura di Un socia­li­sta del Nove­cento ci resti­tui­sce fuori di ogni vuota reto­rica. «Anti­fa­sci­smo» torna qui come pra­tica che non smette di ripen­sarsi, pre­coce let­tura del regime fasci­sta come «tota­li­ta­ri­smo», corag­giosa espo­si­zione di sé e della pro­pria vita per la tra­sfor­ma­zione radi­cale dello stato di cose pre­sente in una lunga atti­vità clan­de­stina che cul­mina nell’esperienza resi­sten­ziale. E che si pro­ietta poi nella par­te­ci­pa­zione all’Assemblea Costituente.

In essa Basso prova a tirare i fili del nesso lavoro-democrazia (la terza espres­sione chiave del nostro per­corso) con un con­tri­buto deci­sivo alla reda­zione dell’articolo 3. Che, mostra bene Giorgi sulle orme di Rodotà, invo­cando l’impegno della «Repub­blica» a «rimuo­vere gli osta­coli di ordine eco­no­mico e sociale, che, limi­tando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cit­ta­dini, impe­di­scono il pieno svi­luppo della per­sona umana e l’effettiva par­te­ci­pa­zione di tutti i lavo­ra­tori all’organizzazione poli­tica, eco­no­mica e sociale del Paese», tiene aperta e spinge in avanti la ten­sione tra ordine giu­ri­dico e sociale. Un cuneo «garan­ti­sta» (Anto­nio Negri, La forma stato. Per la cri­tica dell’economia poli­tica della Costi­tu­zione, Fel­tri­nelli, 1977) e, al tempo stesso, una leva eman­ci­pa­trice per il lavoro che bastano da soli a dare la misura di Basso e il debito enorme che gli dobbiamo.


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