Dalle inchieste al romanzo. Cancogni maestro di stile

Col reportage sulla corruzione di Roma inaugurò un genere giornalistico. Come scrittore è in piena e meritata scoperta.

 Da scrittore si è aggiudicato il Premio Bagutta, il Premio Strega, il Premio Viareggio, il Premio Grinzane Cavour. Manlio Cancogni fu anche docente di letteratura italiana e alla fine degli anni Sessanta si recò negli Stati Uniti per insegnare allo Smith College di Northampton.

Ho conosciuto anni fa Manlio Cancogni dove bisognava conoscerlo: nella sua Versilia, amata come una moglie da cui si può fuggire, ma con cui non si pensa neppure di poter troncare il rapporto. Si imponeva subito per la sua conversazione brillante, per il suo anticonformismo, per una certa sottile disincantata aria vitale. Ricordo che scoccò immediata una corrente di simpatia tra noi. Magro, dinoccolato, il volto scavato accompagnato allora da capelli lunghi dietro la nuca, un cappello a tesa corta, floscio, che gli dondolava in testa. Aveva un doppio fascino, quello dello scrittore navigato e quello dell’uomo di mondo. Non molti scrittori italiani lo sono. Esprimeva giudizi taglienti e felici. Lo ricordo così, a Viareggio, e penso con gran dispiacere che la sorte non gli ha concesso di fare quell’ en plein di cui lui stesso parla nella sua ultima lunga intervista a Antonio Gnoli, di varcare cioè la soglia dei cent’anni. È mancato a novantanove. Nella stessa intervista, ci consegna alcune osservazioni di semplice, memorabile verità, come quando, parlando dell’estrema vecchiaia, osserva che «la vita si allunga e gli spazi si restringono». E anche qualche giudizio sulfureo, come quando, a proposito del fascismo, distingue coraggiosamente tra una sua politica cieca, arrogante, distruttiva e una sua cultura capace di produrre in architettura, arte, cinema, editoria, musica, opere di grandissimo rilievo.

Era nato a Bologna, ma la sua patria era la Versilia. Avviene lì e a Roma la sua formazione. Incerto su cosa fare del proprio futuro, si laurea in legge e poi in filosofia. Parte per la campagna di Grecia cui partecipa senza sparare un colpo e vedere un morto: una benefica pleurite lo riporta in Italia, a Sarzana, a fare l’insegnante. Poi comincia la sua carriera di giornalista. Una carriera importante, che lo vede sin dal 1956 autore per l’ Espresso di una grande inchiesta sulla corruzione nel mondo dell’edilizia romana ( Capitale corrotta = Nazione infetta ), antesignana di tutto un giornalismo di denuncia, e in seguito corrispondente a Parigi, sino a fare per qualche anno il direttore della Fiera Letteraria per l’editore Rizzoli. Fu anche corrispondente de il Giornale . Come scrittore, gli rimane del giornalista una vena documentaristica, una certa chiarezza espressiva, una attenzione alla realtà e alla storia del proprio tempo. Ma questa vena documentarista nelle sue pagine si fonde spesso con una vena lirica, elegiaca, surreale. Come l’attenzione vigile e a volte grottesca alla vita quotidiana si fonde con il gusto del ritratto psicologico e con l’indulgere a momenti autobiografici.

Il suo primo successo è Parlami, dimmi qualcosa , uscito nel 1962 da Feltrinelli sotto l’egida di Bassani. Un romanzo il cui protagonista si divide tra la campagna toscana e Parigi e tra una moglie devota, Sara, e una impertinente giovane amante, Margherita: i temi sono altalenanti tra amore e disamore, fedeltà e tradimento, verità e menzogna. Ma il maggior successo di scrittore Cancogni lo coglie nel 1973. In quell’anno pubblica Allegri, gioventù , che vince il premio Strega. È un romanzo che inizia con un temporale dirompente che fa da cornice al rientro a casa dall’America del protagonista, Carlo. Sarà questo temporale e questo ritorno che metteranno in moto la macchina narrativa, una girandola di personaggi e passioni, amori e gelosie senza fine. Nel 1985, Quella strana felicità ottiene il premio Viareggio. Questa volta il personaggio centrale, Silvio, viene seguito nelle vicende della sua vita a cominciare dalla nascita. Non sono vicende di rilievo, non ci sono eventi importanti nella sua esistenza, se non forse l’amore per Ademia, c’è un fluire di situazioni individuali che accompagnano il fluire della storia, in questo caso del fascismo, visto di scorcio dalla marcia su Roma sino all’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale, inizio della fine. Tra gli ultimi libri della sua lunghissima vita, ricorderò ancora Gli angeli neri (Ponte alle Grazie, 1994), una storia degli anarchici italiani, Lettere a Manhattan (Fazi, 1997) e Il Mister (Fazi, 2000).

Ma Cancogni ha avuto la fortuna di poter scrivere sino all’ultimo. E appartato, quasi dimenticato, ha avuto la sua rivincita di recente tramite l’editore Elliot e il giovane autore Simone Caltabellota, che ha cominciato a ripubblicare con devozione e con un certa regolarità i suoi libri ormai introvabili. Questo è molto bello e significativo. Il vero en plein di Cancogni. Vuol dire che gli autori che hanno scritto qualcosa di vivo non muoiono mai del tutto, e, nelle loro pagine, superano agevolmente l’asticella dei cent’anni.


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