Il detenuto Dostoevskij

By Miccia CortaFedor Dostoevskij

Il 25 dicembre 1849 a mezzanotte, Dostoevskij, condannato a quattro anni di lavori forzati, lasciò Pietroburgo. Portava ai piedi i ferri, che gli rendevano difficile camminare. Salì su una slitta scoperta, in compagnia di un gendarme. Il suo cuore «era in preda a una agitazione che lo fece gemere e desolarsi sordamente». Ma l’aria fredda lo rinvigorì: era calmo, guardava attentamente le vie di Pietroburgo, mentre passava davanti alla casa del fratello Michail, illuminata per le feste natalizie. Disse addio al fratello, a sua moglie e ai figli, a ciascuno di essi in particolare.
Fu trasferito in una slitta chiusa. Il freddo era spaventoso: a Perm sopportò 40 gradi sottozero, e gli gelò un piede. Il viaggio lo ristabilì completamente. Superò gli Urali: penetrò in Siberia, dove lo attendeva una sorte sconosciuta. L’11 gennaio arrivò a Tobòlsk: tre giorni dopo era ad Omsk. Per quattro anni «venne sepolto vivo e chiuso in una tomba»: nella «casa dei morti», come la chiamò in un bellissimo libro, Memorie da una casa di morti , che pubblicò in volume nel 1863. Era un mondo a sé, che non assomigliava a nessun altro mondo: dove c’erano leggi particolari, fogge di vestiti particolari, usi e costumi particolari, uomini di una specie che non aveva mai incontrato. «Quale periodo spaventoso. Fu una sofferenza indicibile, interminabile, perché ogni ora, ogni minuto pesava sulla mia anima come una pietra».
Nella prima, sconsolata sera del suo carcere, Dostoevskij si coricò su un tavolaccio nudo, dopo aver messo il vestito sotto il capo. Per lungo tempo non poté addormentarsi, sebbene fosse sfinito e spezzato per tutte le impressioni e le sensazioni del viaggio. Ogni sera, dopo il lavoro, i forzati rientravano nella camerata, dove venivano rinchiusi per l’intera notte. Era uno stanzone lungo, basso e soffocante, fiocamente rischiarato da candele di sego che mandavano un odore grave ed opprimente. D’inverno i detenuti venivano rinchiusi prima: dopo l’ultima ispezione, passavano quattro ore prima che si addormentassero. Fino a quel momento, chiasso, baccano, sghignazzi, rumori di catene, fuliggine, teste rase, facce segnate dal marchio, vestiti a brandelli.
I detenuti parlavano tra loro: giocavano a carte fino a tarda notte, talora fino all’alba: lavoravano alla chetichella; c’erano calzolai, sarti, falegnami, intagliatori, indoratori, che con il loro lavoro guadagnavano qualche rublo. Un vapore velava la vista. A terra si era accumulata una melma appiccicaticcia. Tutti urlavano e schiamazzavano, al suono delle catene trascinate sul pavimento: molti erano sovraeccitati ed ebbri. Durante la notte il caldo e l’afa diventavano, al chiuso, insopportabili: i detenuti si rivoltavano sui loro tavolacci, come in delirio. Le finestre erano piccolissime, al punto che non si poteva leggere. Il fumo era intollerabile. L’aria irrespirabile. Non si restava mai soli, neanche una volta, nemmeno un minuto: si era sempre sotto scorta; ma al tempo stesso si era sempre soli, senza amici, senza compagni, senza affetti. Era impossibile avere libri, e discorrere con loro. Dostoevskij passava in rassegna tutta la sua vita trascorsa: analizzava ogni cosa ed ogni sentimento nei minimi particolari: meditava sul suo passato, si giudicava con implacabile severità, e qualche volta benediva il destino per averlo portato in quella solitudine, senza la quale non avrebbe potuto processare la vita precedente. Durante il giorno i detenuti erano obbligati ad eseguire il lavoro coatto: la gravosità di questo lavoro non consisteva nel suo peso, ma nel fatto di essere coatto. Ogni mattina, Dostoevskij s’incamminava insieme a un gruppo di una ventina di forzati. Dietro la fortezza, sul fiume gelato, c’erano due barconi governativi, ormai inservibili, che bisognava demolire: i detenuti lavoravano, mentre le catene, nascoste sotto i vestiti, mandavano ad ogni movimento un suono brusco e sottile. Altre volte calcinavano l’alabastro: o facevano girare la ruota nel tornio. Nel cattivo tempo, nell’umidità, o nel freddo insopportabile, Dostoevskij era senza forze. I detenuti non parlavano mai del loro passato: non evocavano il delitto che li aveva condotti in fortezza; esso era, di solito, chiamato «la disgrazia». Non si pentivano: non sapevano nemmeno cosa fosse il pentimento. Il vicino di tavolaccio di Dostoevskij, Alëša, aveva un bel viso aperto, intelligente, bonariamente ingenuo: il suo sorriso era semplice e fiducioso; i grandi occhi neri erano così carezzevoli che Dostoevskij trovava in loro una specie di pace. Un altro detenuto, che da principio egli aveva considerato un bruto, ad un tratto gli aprì l’anima, e in uno slancio involontario rivelò una grande ricchezza di sentimenti, una chiara comprensione della propria ed altrui sofferenza.
Erano casi quasi unici. Un altro detenuto, Gàzin, sembrava un gigantesco ragno grosso come un uomo: era stato più di una volta detenuto in Siberia, e più di una volta era fuggito. Gli piaceva sgozzare i bambini. Conduceva un bambino in un luogo lontano: dapprima lo spaventava e lo torturava; dopo essersi beato a sazietà del terrore della piccola vittima, lo sgozzava adagio, lentamente, con voluttà. Quasi tutti i forzati odiavano i nobili, tra i quali Dostoevskij: erano pieni di una gioia selvaggia per le sue sventure. «Non avevo, accanto a me, quasi un solo essere con cui potessi scambiare una parola cordiale. Mi sentivo bandito, tagliato via dal mondo». Molti detenuti erano allegri, fino all’ebbrezza e alla follia: moltissimi tetri, spaventosamente tetri.
Fin dal primo giorno di reclusione, Dostoevskij cominciò a pensare alla futura libertà. Calcolava quando sarebbe finito il suo periodo di galera. La notte, sognava di essere libero. In primavera, la nostalgia della libertà si faceva sentire più intensamente che in autunno o in inverno: egli guardava lo sfondo azzurro del cielo, un paesaggio lontano; o sorprendeva qualche detenuto a sospirare profondamente, con tutto il petto, come se anelasse di respirare quell’aria remota. Spesso i forzati fuggivano dal reclusorio; e Dostoevskij, nell’animo, fuggiva insieme a loro.
Fantasticava: immaginava un luogo lontano, sempre più lontano: guardava avidamente attraverso le fessure tra i pali; restava con la testa appoggiata allo steccato, osservando, ostinato e insaziabile, come verdeggiava l’erba sul bastione della fortezza e come l’azzurro del cielo si faceva sempre più carico. Nutriva bisogni e speranze che non aveva mai sfiorato. Imparava a conoscere lo sconosciuto paese della fede: Dio, a volte, gli inviava istanti di pace assoluta; pensava che non c’era niente di più bello, di più profondo e perfetto della figura del Cristo. Se qualcuno gli avesse provato che il Cristo era fuori dalla verità, e che la verità era fuori dal Cristo, avrebbe voluto restare col Cristo piuttosto che con la verità.
La settimana della devozione pasquale lo commosse. I detenuti portavano in chiesa la loro povera copeca in cambio di una candeletta, e la deponevano nella cassetta della questua. Quando il sacerdote, con il calice tra le mani, recitava le parole: «Ma accoglimi come il ladrone», quasi tutti si prosternavano facendo risuonare i ferri. Dostoevskij andava in chiesa due o tre volte al giorno: da molto tempo non c’era stato; le funzioni quaresimali, a lui così note fin dall’infanzia, rimescolavano nell’aria quel passato e glielo riportavano al presente.
L’ultimo anno di lavori forzati fu, per Dostoevskij, altrettanto memorabile quanto il primo: specie gli ultimissimi giorni. Nonostante la sua impazienza di scontare al più presto la pena, gli fu più facile vivere che negli altri periodi. Ricevette dei libri. Gli fu difficile raccontare la strana ed eccitata impressione che produsse in lui il primo libro letto nel reclusorio. Cominciò a leggerlo di sera, quando chiusero la camerata: lo lesse per tutta la notte, fino all’alba. La vita precedente gli sorse innanzi chiara e luminosa: si sforzò di comprendere cosa era accaduto, agli altri, mentre lui era rinchiuso. Si attaccò alle parole, lesse tra le righe, cercò di trovare un senso misterioso: andava in cerca delle tracce di ciò che una volta aveva commosso gli uomini.
Era entrato nel reclusorio d’inverno, e doveva uscirne d’inverno, lo stesso giorno in cui, quattro anni prima, vi era entrato. Attendeva con impazienza. Finalmente l’inverno giunse. Il cuore di Dostoevskij batteva sordamente e con violenza per il presentimento della libertà prossima. Acquistò il dono della pazienza: gli sembrò di essere diventato indifferente. La vigilia dell’ultimissimo giorno, al crepuscolo, fece per l’ultima volta il giro di tutto il reclusorio lungo la palizzata: giro che aveva fatto migliaia di volte. Il mattino seguente, quando cominciava ad albeggiare, entrò nella camerata e salutò i detenuti. Andò nella fucina, per essere liberato dai ferri. Si accostò all’incudine. I fabbri lo fecero voltare col dorso verso di loro: gli sollevarono il piede, lo posarono sull’incudine. I ferri caddero. «La libertà», commentò Dostoevskij, «una nuova vita, la resurrezione dei morti».Nel marzo 1854 Dostoevskij giunse a Semipalatinsk, una modesta cittadina della Siberia, dove rimase fino a luglio 1859. Per quattro anni aveva vissuto presso la soglia della morte: a Semipalatinsk sentì rinnovarsi intensamente il piacere di vivere e conobbe la gioia della convalescenza. Aveva creduto nell’utopia: ora si trasformò completamente, accettando la realtà quotidiana e i suoi limiti. Dalla sua lunga e terribile sventura aveva tratto una strana fiducia in sé stesso e nell’avvenire che Dio gli avrebbe preparato. Ma quella vita provinciale non rispondeva alle sue necessità interiori: si annoiava; sebbene conoscesse degli amici, come il barone Wrangel, «un’anima dolce e buona», vagamente ombrosa e ipocondriaca, impressionabile come una donna. Qualche volta pensava che sarebbe morto presto: una convinzione — aggiungeva — perfettamente naturale ed oggettiva.
A Semipalatinsk mutò le sue convinzioni politiche: aveva odiato prima della reclusione il governo e lo zar; ora esaltava lo zar, «il nostro generoso monarca», «il nostro buon angelo», l’essere adorabile che ci governa», «la nostra Radiosissima maestà, Sovrano Onnipresente». «Io — scrisse in una lettera ufficiale — non sono che uno sventurato, e Voi, nostro Sovrano, siete infinitamente misericordioso».
Lo zar era un benefattore lontano: il benefattore vicino, prossimo sulla terra, era il fratello Michail, che amava con affetto drammatico. «Come sono felice — gli scriveva — che mio fratello sia sempre lo stesso, e mi conservi il suo affetto». «Sogno di te ogni notte, sono terribilmente inquieto. La mia angoscia è diventata insopportabile». «Ho avuto l’idea che tu stavi improvvisamente per morire e che non ti vedrò più: quale paura riempie il mio cuore». «Se muori, morrò anch’io, non voglio sopravviverti». Gli scriveva lettere incessanti: chiedeva vestiti per sé e per la moglie, e libri. Aveva un bisogno folle di denaro: era possibile che si abbandonasse, come da giovane a Pietroburgo, a spese inconsulte; faceva sempre nuovi debiti. Così, quasi in ogni lettera al fratello, chiedeva rubli, con una frenesia che cresceva su sé stessa. Il 18 giugno 1858, Michail sottopose al Comitato di censura il progetto di una «rivista politica e letteraria». Era «Il Tempo», al quale Dostoevskij collaborò con disperata energia anche nell’esilio siberiano.
Nell’inverno 1850, ebbe la prima, grande crisi di epilessia: dolori improvvisi, perdita della coscienza, convulsioni del viso e delle gambe, schiuma alle labbra, polso rapidissimo. La crisi durò una quindicina di minuti. Nell’agosto 1858 ebbe quattro crisi, alcune durante il sonno: ogni volta la memoria era cancellata, il cervello frantumato. Temeva di venire soffocato da uno spasmo: temeva che il mal caduco degenerasse in follia; e osservava in sé stesso l’abbattimento, l’umiliazione, la malinconia e la pesantezza, che per settimane seguivano gli attacchi. Anni dopo, L’idiota descrisse il lungo grido spaventoso, che usci dal petto del principe Myškin: sembrava che gridasse un altro essere umano, chiuso nel suo petto. Myškin era lui. A Semipalatinsk e in Siberia nessun medico sapeva curarlo. Desiderava tornare in Russia, o andare all’estero, per consultare dei «sapienti dottori» che diagnosticassero la sua condizione.
A Semipalatinsk, alla fine del 1854, Dostoevskij s’innamorò di Maria Dmitrievna Issaieva, vedova di un funzionario. «Se sapessi come sono orfano, qui, solo! — le scriveva —. Questo tempo assomiglia a quello in cui fui arrestato per la prima volta… Senza voi sarei forse divenuto di legno: sarei morto; oggi, sono di nuovo un uomo. La sera al crepuscolo, mi prende una tale nostalgia di voi, che mi viene da piangere».
La descrisse più volte, al barone Wrangel e al fratello. Era «una donna giovane, colta, intelligente, buona, gentile, graziosa, dotata di un cuore magnifico e generoso. Cadde malata, diventò impressionabile e irritabile. Rimase sola, in una regione dove non conosceva nessuno, estenuata, spezzata da un lungo dolore, con un bambino di sette anni e senza un pezzo di pane».
All’improvviso, Maria Dmitrievna diede la sua parola a un altro. «Ho ricevuto una lettera amichevole, graziosa come sempre», Dostoevskij scrisse al fratello. «Nessuna traccia delle nostre speranze future. Ma — lei mi ama, lei mi ama: questo lo so, lo vedo: dalla sua tristezza, dalla sua malinconia, dagli slanci delle sue lettere». Mai, nella sua vita, Dostoevskij aveva sopportato una simile disperazione. Una tristezza mortale gli rodeva il cuore, la notte: sogni, gridi: spasmi lo soffocavano; ora le lacrime erano ostinatamente secche, ora scendevano a fiotti. «Se sapessi che angelo è», diceva al fratello. «Non l’avete mai conosciuta: ogni istante un tratto originale, sensato, di spirito, anche paradossale, infinitamente, veramente nobile… Nella sua percezione delle cose, è cangiante all’estremo. La ferita della mia anima non si chiude e non si chiuderà mai». Il 6 luglio 1857 sposò Maria Dmitrievna: «Nessuno, tranne questa donna, farà la mia felicità». Chiese al fratello di comprare per lui, a Pietroburgo, un cappello, un tessuto di seta per un vestito, una mezza dozzina di fazzoletti. Era il suo regalo di nozze.
Quando Maria Dmitrievna morì, il 17 aprile 1864, Dostoevskij scrisse che non avevano avuto una vita felice: erano persone troppo diverse. Specialmente negli anni in cui fu assalita dalla tisi, la moglie torturò il marito: non lo lasciò vivere né respirare, nemmeno un attimo: l’isteria dell’una si scontrava con l’isteria dell’altro; e, malgrado il rimorso Dostoevskij sognava un mondo che non fosse più oscurato dalla terribile ombra di Maria Dmitrievna. Fuggì in Europa: lì conobbe e si accompagnò a una giovane donna, Apollonaria Suslova, non meno terribile della moglie, come se nell’eros egli cercasse in primo luogo il terrore.


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