63/2015: Camilla Läckberg, Il bambino segreto, Marsilio 2013, pag 526

Recensione da Wuz
Il bambino segreto copertina
 “Poi abbiamo fatto qualche passo ma la poltrona della scrivania era girata, per cui non vedevamo cosa c’era sopra. E io ho avuto la sensazione che… insomma, guardo spesso Csi, e tra la puzza e le mosche morte… be’, non ci voleva Einstein per capire che era morto qualcuno. Così sono andato fino alla poltrona e l’ho voltata… e lui era lì!”


Le soffitte sono sempre piene di tesori nascosti e dimenticati. Una soffitta deve contenere un baule dei misteri. Ce n’è uno anche in quella di Erica, la protagonista della serie di romanzi della scrittrice svedese Camilla Läckberg ed è nel baule che Erica trova, facendo ordine, i diari della madre, un camicino da neonato sporco di sangue e una medaglia, la croce di ferro nazista. Non ha la minima idea di che cosa questi due oggetti possano significare. Il diario, che inizia con la data del 3 settembre 1943 e la domanda, ‘non finirà mai questa guerra?’, si interrompe bruscamente nel 1944, senza fornire alcuna spiegazione. Erica mostra la medaglia ad uno storico esperto della seconda guerra mondiale e due giorni dopo l’uomo viene assassinato. Il suo corpo sarà ritrovato sul finire dell’estate da due ragazzini che entrano in casa da una finestra del seminterrato, curiosi di tutte quelle anticaglie naziste che il vecchio collezionava.


Prende l’avvio da qui “Il bambino segreto” della Läckberg, da un omicidio che ha a che fare con il passato e a cui seguiranno altre morti violente in cui le vittime sono tutte persone anziane: perché mai devono essere tolte di mezzo adesso, a più di sessant’anni dalla fine della guerra e da qualunque avvenimento possa averli coinvolti? Si voleva metterli a tacere?


Per ricostruire il passato Camilla Läckberg si serve del diario di Elsy, la madre di Erica, in pagine in cui quella che allora era una ragazzina racconta della guerra che ha sfiorato la Svezia, colpendo più duramente la vicina Norvegia occupata dai tedeschi, e del gruppetto di amici che si ritrovavano di frequente. Uno di questi, già appassionato di storia allora, era l’uomo che è stato trovato morto nella sua casa, uno era suo fratello maggiore – l’eroe che passava messaggi alla resistenza norvegese e che era finito nei campi di concentramento tedeschi -, un altro era invece simpatizzante del Führer e tuttora è un estremista di destra, di quelli che sostengono che i campi di sterminio sono pura invenzione. C’era anche una ragazza, amica di Elsy. E poi era arrivato un giovane norvegese in fuga dai tedeschi. Ma di questo le pagine del diario già non parlano più, è la scrittrice che prosegue la narrativa del passato quasi proseguisse la scrittura di Elsy. O di Erica, che sta scrivendo un libro mentre il marito poliziotto, Patrik, dovrebbe occuparsi della piccola Maja – ha chiesto sei mesi di congedo di paternità proprio per questo, per godersi la bambina ed offrire ad Erica la possibilità di riprendere in mano la sua vita.


La storia del passato è altamente drammatica, come lo sono tutte le storie di guerra. È una storia che marchierà per la vita la giovanissima Elsy, che spiegherà a Erica perché sua madre fosse così fredda e distante nei confronti suoi e della sorella. L’atmosfera dell’indagine del presente è in forte contrasto con quella degli avvenimenti del passato – non si può non notare il tocco leggero della penna della donna che scrive e che ironizza sui papà che sostituiscono le mamme (Patrik non riesce a restare lontano dal lavoro, porta con sé la bimba persino nella stazione di polizia), sulla rigidità maschile che fatica ad accettare un legame d’amore tra due donne e ancora di più il fatto che una delle due sia incinta, sulle lezioni di ballo latino-americano frequentate dall’ispettore corpacciuto (ma innamorato). Ci sono alcuni leit-motiv su cui la penna femminile indugia: mentre ci divertiamo con le scenette familiari che hanno al centro la piccola Maja, non dimentichiamo mai il camicino da neonato ritrovato all’inizio che nasconde una qualche tragedia; la sorte di un bambino scomparso è in qualche modo bilanciata dalle sofferenze di altri bambini cresciuti con genitori separati e litigiosi, rallegrata dall’annuncio di altri bambini in arrivo (tra parentesi: ma le donne che si sorprendono di essere incinte, non conoscono la pillola? In Svezia?? E invece: ben venga la dedizione un po’ distratta di Patrik per la sua bambina, mi pare che solo il 2% dei padri in Italia approfitti del congedo di paternità!).
C’è un’altra tematica che la Läckberg intreccia abilmente e in punta di penna tra presente e passato – il personaggio della donna poliziotto Paula, cilena immigrata in fuga dalla dittatura, è la rivincita su ciò che il nazismo ha rappresentato: la tirannide, l’ossessiva difesa della purezza della razza e l’accanimento contro gli omosessuali.


La soluzione del mistero porta con sé molto dolore – è difficile disseppellire il passato e poi accantonarlo per sempre. Sulla copertina del libro la citazione da “Le nouvel observateur” dice: “A oggi, il migliore della serie. Camilla Läckberg dà prova di grande maestria”. Sono d’accordo. È un bel romanzo.

Di Marilia Piccone

Camilla Läckberg – Il bambino segreto
Titolo originale: Tyskungen
Traduzione di Laura Cangemi
pagg. 524, Euro 19,00 – Edizioni Marsilio 2013 (Farfalle)
ISBN 9788831715607  


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