74/2014: Murakami Haruki, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi 2014, pag 260

Murakami mentre firma del copie del suo libro

Murakami mentre firma del copie del suo libro

Cinque adolescenti vivono a Nagoya, frequentano lo stesso liceo, condividono ogni cosa, vivono l’esperienza unica di un’amicizia totalizzante. Sono due femmine e tre maschi, ma mai la differenza sessuale trova terreno fertile all’interno del gruppo perché in esso possa formarsi una coppia: loro sono cinque e ciò esclude il due e l’uno. Tuttavia una nota dissonante c’è: quattro hanno nomi che richiamano colori – Rosso, Blu, Bianco, Nero – solo uno non ce l’ha, l’incolore Tazaki.

Un giorno, senza alcuna spiegazione, con una telefonata, Tazaki viene escluso: la loro amicizia è finita, non dovrà più cercare nessuno di loro, non si vedranno mai più. Tazaki non ha scelta, può solo subire la separazione e il dolore della perdita. La sofferenza è tale che l’unico desiderio che ancora riesca a provare è quello di morire. La sua vita trascorre protetta da un’apparente normalità, ma tutto è cambiato. Dopo sei mesi, però, Tazaki torna alla vita, si accorge che il desiderio di morire è svanito, ma il ricordo resta….

A vent’anni di distanza, a 36 anni,Tazaki incontra Sara, se ne innamora e per la prima volta trova la forza di parlare a qualcuno dei suoi vecchi amici, di raccontare tutto. La femminile sensibilità di Sara le permette di comprendere che la ferita di Tazaki è ancora aperta e lo spinge a cercare i suoi amici, a incontrarli separatamente, uno per uno, e di chiedere ciò che non ha mai potuto chiedere, facendo finalmente i conti col passato. Tazaki accetta e parte, ma una delle amiche, Shiro, non potrà incontrarla mai più: è morta, è stata uccisa e lui non ne aveva saputo nulla.

La critica

L’ultimo libro di Murakami, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, per quanto ricordi in alcuni momenti Norwegian Wood, ha una sua originalità che fa di questo romanzo un’opera unica, forse la più ambiziosa finora mai letta dello scrittore giapponese.

L’intera narrazione gira intorno ad un fulcro centrale, Tazaki, l’incolore. In lui nulla è marcato, evidente, indimenticabile, elementi che ai suoi amici non mancavano. Non è bello, ma non può nemmeno dirsi particolarmente brutto. È un bravo studente, ma non ha nulla di geniale. È ricco,veste bene, vive in un magnifico appartamento, ma nessuno lo nota. È un individuo perfettamente calato in uno schema socialmente accettato, funzionale ad esso e basta. Ha due solo passioni: il nuoto e le stazioni ferroviarie, difatti si laurea in ingegneria e di mestiere progetta stazioni, pensando alle esigenze ed ai bisogni dei viaggiatori.

Se si fosse tanto superficiali da fermarsi alla sola trama del libro, si potrebbe commettere l’imperdonabile errore di non leggerlo. Effettivamente, per chi non abbia mai letto Murakami, sembra che non ci sia niente di accattivante, ma questo significa non aver fatto i conti con l’arte squisita di questo autore che riesce a creare pagine indimenticabili dove moltissimi altri fallirebbero.

Tazaki Tsukuru è un uomo anonimo eppure diventa il protagonista eccezionale di una vicenda che scava nel profondo di chiunque abbia almeno una volta provato cosa voglia dire subire una perdita irreparabile. Per fare questo Murakami ricorre ad un artificio, fa iniziare il vero romanzo non dal primo, bensì dal secondo capitolo, quando l’idea del suicidio, che potrebbe apparire come scontata o come scelta rinunciataria, è stata già abbandonata. Prima il buio e poi la faticosa rinascita.

La metafora del colore, al di là del rimando contenuto nel titolo e oltre ai nomi di quattro dei cinque ragazzi, è il fil rouge che accompagna tutto il libro. L’apertura è in NERO, seguono le tinte bigie della banale quotidianità, quelle sanguigne dei pochi momenti di godimento erotico, ma ciò che più impressiona è che alla fine di ogni incontro con i suoi vecchi amici i loro colori passino a Tazaki. L’unico colore con il quale gli sarà impedito l’incontro è il BIANCO di Shiro perchè è morta. Non dimentichiamo che per gli orientali il bianco è il colore del lutto, quindi della morte, e Tazaki per ora ha scelto la vita.

Romanzo lento, introspettivo, denso di significati non del tutto palesati, capaci di creare effetti pluridimensionali, onirici ,anche se non visionari come in altre opere di Murakami, ma comunque mai scontati. Pochi scrittori possono farlo (lo abbiamo già detto), Murakami sa farlo come pochi. Lo notiamo quando l’incolore si rivela il più colorato di tutti, quello che possiede anche le sfumature, che non teme di attraversare il dolore, il negativo, l’assenza di colore.

Con un lavoro così complesso è improbabile che Murakami possa interessare la massa dei lettori. Non si tratta di un romanzo facile, nonostante lo si possa leggere d’un fiato.


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