83/2015: Dragan Velikić, Via Pola, Zandonai 2009

Dragan Velikić, Via Pola“La città è un grappolo di giada disteso su sette colli. Con un fiammifero faccio sciogliere un chicco di resina. Un fantasma si risveglia nel fluido denso e muove pian piano le membra. La bora fa volare i manifesti stracciati. La colonna per le affissioni nel Corso oscilla come un pallone” [scrittura lirica di Dragan Velikić, in “Via Pola”; Zandonai, 2009; p. 118]

Uno pensa a Pola e subito viene in mente l’esodo; prima della magnifica Arena romana, prima della Bora, prima del tempio di Augusto, viene in mente la disgrazia assurda del Novecento, viene in mente una città spopolata di quasi trentamila abitanti che viene consegnata, fantasma e spoglia, nelle mani di chi forse nemmeno s’aspettava tanta grazia, e tanta fortuna. Uno pensa a Pola e pensa alla poesia di un piccolo porto pieno di storia. E forse, a molti altri lettori veneti e italiani, torna in mente quel libro onesto, disperatamente pieno di sentimento e di rabbia e di fame di giustizia, che era “Bora” di Anna Maria Mori, e di Nelida Milani, pubblicato da Frassinelli nel 1998. Uno dei pochi libri capaci di commuovere chiunque.

Adesso, nei primi anni Dieci di questo secolo nuovo che s’annuncia tanto medievale, potremmo – in letteratura – associare Pola a qualcosa di diverso. A un poeta serbo, Dragan Velikić, nato a Belgrado e cresciuto in Istria, sotto regime jugoslavo: cresciuto a Pola, nella Pola deserta, popolata da gente nuova – inevitabilmente infestata di fantasmi, e triste. Questo poeta serbo ha saputo, col suo “Via Pola” [Zandonai, 2009; traduzione di Ljiljana Avirović], restituire l’anima della città con gusto tardonovecentesco; è andato, con questo suo sconnesso e ispirato quaderno di narrativa, a raccontare, come ha potuto, la complessità e la bellezza e la debolezza di Pola, e i contrasti e i momenti belli della sua storia. Non ha mentito. Non ha scritto servendo un’ideologia o un regime. Ha fatto letteratura. E che Dio difenda i letterati.

Claudio Magris,nella prefazione, scrive che il titolo del romanzo “non indica il nome di una strada, bensì un transito, un passaggio di quel nomadismo interiore e materiale, personale e collettivo, di cui, nelle migrazioni di individui e di popoli, sono fatte la storia e la vita”. E transito di destini, spiega lo scrittore giuliano e mitteleuropeo, è pure il protagonista, il neuropsichiatra Bruno Gašparini: “punto di incontro e luogo geometrico di tutte le storie deliranti e confuse che si incrociano nella sua persona”.

Una persona che nelle prime battute si presenta dandoci le proprie generalità: Bruno Gašparini, figlio di Matija, nato nel marzo del 1943 a Pola, medico, celibe. E racconta che vive “nascosto dalle pareti come dalle mura di una città medievale”. E che per accostarsi a uno che vive così, il momento migliore è l’attimo prima dell’alba, “quando il sonno è profondo e il ponte abbastanza resistente”. Ma poi, man mano, perdiamo Bruno, e incontriamo tante altre anime, e tante altre epoche. Perdiamo Bruno, e amiamo Pola.

Ci si avvicina alla città come ci si avvicinava alla città di Santa Sofia, a Costantinopoli gemella di Roma: “Si stava avvicinando alla città dal mare, come consigliano gli antichi scrittori di viaggio, poiché è da questa prospettiva che appare grandiosa. Ricorda l’antica Roma: giace su sette colli e ha un anfiteatro per le orgie”. [p. 14]

Rovine romane incredibili. Fino a poco tempo fa, erano ancora più suggestive. “Prima che i francesi distruggessero, durante il loro breve dominio, le mura dalla parte del mare e liberassero così, per un certo periodo, la città dall’aria infestata, dal marciume e dalla dissoluzione, Pola, agli occhi di chi le si avvicinava dal mare, risvegliava l’immagine dei tempi romani” [p. 129].

L’età dell’oro, per Pola. “Lo splendore dei tempi romani, quando era una delle città più ricche dell’impero, città di villeggiatura, città di case bianche a un piano circondate da parchi e da terrazze di giardini pensili, ora è soltanto un passato lontano” [p. 136]

Pola nel 1861. Tante rovine romane. Poco altro. “Pola, la nostra base marittima, è un villaggio. Nulla avevamo oltre all’ampio cielo azzurro, al mare, alla pietra e a quel paese ingrato dalle vie senza selciato, per le quali transitano i contadini e i loro asini. Non esisteva l’illuminazione stradale e il letame era così alto da non poterci passare senza gli stivali” [firmato, ufficiale Max von Rottauscher, riportato a pagina 121].

Pola nel 1955. “La città era sempre in rovina. Dalle facciate screpolate strillavano le lettere rosse degli slogan. Nell’autunno dello stesso anno apparvero i primi venditori di castagne. I loro tamburi ardenti brulicavano per tutta la città simili a enormi lucciole. Anno dopo anno la luce brillava sempre di più”. [p. 19].

Reminiscenze joyciane. L’artista, giovane professore, era sceso a Pola nel 1904, a fine ottobre. Ogni tanto suonava la chitarra, e gli allievi lo chiamavano già “Zois”, come sarebbe stato più avanti a Trieste. “Annotava nel suo quaderno i nomi slavi. Forse per questo venne poi sospettato di essere una spia”. [p. 57]. Altrove: “Per giorni passeggiarono sulle orme della linea inesistente da San Policarpo lungo le mura dell’Arsenale, poi accanto a Villa Monai in via Zaro. Il giardino della Casa dell’Armata emanava il profumo delle chiome del ligustro. Vicino alla libreria, dove un’enorme penna stilografica pendeva simile a una lancia sulle teste dei passanti, girarono in via Lenin, un tempo via Campomarzio. Bruno cercò con lo sguardo quella finestra dalla quale, in un autunno lontano, la donna ossessiva aveva braccato il giovane professore della Berlitz School” [pp. 40-41].

Altrove. “La città pulsa nel petto del poeta e ovunque egli vada porta con sé gli edifici lussuosi di Grafton Street e le miserabili periferie, le chiese e i bordelli, i padroni obesi dei pub e le prostitute di lusso di Monto. Ha conservato nella memoria tutte le trivialità di Dublino, le vetrine e gli annunci dei giornali, il suono dell’organetto e i grossi nasi degli ubriachi: ‘street furniture’, arredo urbano” [pp. 115-116].

I meravigliosi anni austriaci.“I nuovi tram di Münz corrono lungo il porto, scomparendo tra le ombre degli alberi sull’Arsenalringstrasse. Centinaia di telefoni ronzano nelle case di Pola. Le vetrine sfarzose e le pubblicità di via Sergia ricordano un caleidoscopio. Le bambole di legno del salone Crepatti indossano gli ultimi modelli degli stilisti parigini. La barbiera Martinelli, specializzata nella produzione di parrucche e di trucchi da carnevale, riesce a malapena a soddisfare le richieste delle centinaia di amanti del ballo in maschera. Al caffè Piccolo Budapest arrivano i giornali da tutta la Monarchia del Danubio. La città vive un’ascesa che non ricorda dai tempi di Roma” [p. 90].

E a questo punto che dire. L’Europa, speriamo, ci faccia sognare – questo rimane da dire. Annulli le distanze, ricomponga la storia, riunisca le etnie, non più perda la memoria. Basta un po’ di Bora.

http://spettacoli.tiscali.it/socialnews/libri/Franchi/2412/articoli/-Via-Pola-il-dolce-porto-istriano-nel-romanzo-lirico-del-serbo-Dragan-Veliki-Zandonai-2009.html


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