86/2015: Jens Lepidus, Mai far cazzate, Mondadori 2010, pag 665

Jens Lepidus, Mai far cazzateJens Lapidus: l’avvocato glamour che si diverteraccontando i clienti e i loro vizi

di Giuliano Aluffi

Un altro bestseller svedese, crudo e poco rispettoso dell’immagine nazionale.  I suoi poliziotti svogliati e corrotti, sostiene, sono presi dalla realtà. Proprio come i suoi criminali cinici e incalliti. Incontro con Jens Lapidus e la sua Stoccolma nera

Il cognome vagamente cimiteriale non tragga in inganno: il trentaseienne Jens Lapidus è non solo uno dei maggiori esponenti di quel genere, il thriller scandinavo, che impazza nelle librerie, ma è anche uno degli avvocati più glamour in Svezia. È stato anche “uomo dell’anno” del mensile GQ, nel 2008, ma quelli che preferisce sono i panni di caso letterario: con un milione di copie vendute in Svezia per i primi due capitoli della trilogia Stoccolma Noir e un film realizzato in loco, ma già opzionato per un remake hollywoodiano, oggi è uno dei più credibili candidati a raccogliere l’impegnativa eredità di Stieg Larsson. Con qualche disappunto per il ministero del turismo svedese: la materia umana dei thriller di Lapidus, infatti, non incoraggia affatto a recarsi nel Paese gialloblu. Poliziotti svogliati o corrotti, cospiratori, ladri, spacciatori, assassini, mafiosi, mercenari impazziti con l’hobby del macello. Sono questi gli abitanti della Stoccolma dal cuore marcio ritratta nel suo nuovo romanzo,Mai far cazzate (Mondadori, pp. 576, euro 17,50), che inizia con il ritrovamento di un cadavere non identificato in una cantina…

Il suo lavoro di avvocato la porta a contatto con la malavita. Intreccia fantasia e realtà?
“In Mai far cazzate, c’è un party dove pezzi grossi del sottomondo criminale si intrattengono con prostitute. L’ho ambientato in un ricco sobborgo di Stoccolma, Smådalarö. Bene, l’estate scorsa mi telefonò uno sconosciuto per chiedermi “Hai presente quel party del libro?”. Sì, perché?. “Perché io ero lì, hai capito?” rispose l’uomo. A queste sue parole mi mancò quasi il respiro: la situazione era del tutto surreale. Aggiunse: “Comunque quel party non avvenne a Smådalarö, ma a Dalarö”. A solo un chilometro dal mio party. Il tizio si presentò: era un organizzatore di eventi. E, in quella occasione, aveva pensato di coinvolgere delle ragazze squillo. Poi però, con la diffusione del mio romanzo, i suoi clienti gli avevano chiesto senza mezzi termini come diavolo facessi io a sapere della festicciola. Questo mi ha convinto di una cosa: non importa quanta fantasia tu inserisca nel tuo lavoro, la realtà è sempre un passo avanti”.

Si dice che i suoi libri piacciano molto ai delinquenti…
“Il fatto è che amo addentrarmi nelle psicologie dei criminali e nelle contingenze che portano a fare cose terribili. Come capita a Mahmud, che in Mai far cazzate vive il dramma di tradire un amico per salvarsi dagli usurai. Però in quello che si dice c’è qualcosa di vero: un mese fa ho tenuto una lezione per una squadra di detective del dipartimento di polizia di Stoccolma. E ho saputo che, quando perquisiscono le case di sospetti nei ghetti del distretto sud, trovano con una certa regolarità due cose: la locandina o un poster del film Scarface e uno dei miei libri. Ciò mi lusinga ma è molto triste: né Scarface né i miei libri sono storie felici e spensierate. Poi, c’è stato un altro episodio…”.

Quale?
“In Finlandia, nel 2009, dei rapinatori di banche arrestati dalla polizia pensarono bene di coprirsi il volto, nel percorso che portava al tribunale, con La traiettoria della neve. Mai avuto un marketing migliore di questo”.

Non è che lei parteggia per i criminali e che questi se ne sono accorti?
“Ho creato Thomas, uno dei tre protagonisti del romanzo, ribellandomi alla tradizione del giallo scandinavo: basta con gli ispettori e i commissari. Thomas è un poliziotto che pattuglia le strade. È un personaggio largamente positivo, ma lui – e soprattutto i suoi colleghi – non sono esenti da vizi. La mia fonte di informazioni è un vecchio compagno di scuola, oggi poliziotto: è molto cinico riguardo al suo lavoro e, per esempio, mi ha raccontato che diversi agenti, quando sono di pattuglia e non hanno tanta voglia di sbattersi, se vengono chiamati alla radio per quello che si profila come un intervento faticoso, fanno finta di essere in un’altra zona”.

Mai avuto problemi con i clienti per qualche riferimento di troppo uscito nei romanzi?
“Pur ispirandomi in parte a casi reali, sto molto attento a renderli irriconoscibili. Piuttosto, ho problemi con i buttafuori dei club di Stoccolma. Io ho scritto che la maggior parte dei club di Stoccolma, o almeno certe loro sezioni, sono gestite dalla malavita. E i buttafuori non possono evitare di frequentare i malviventi sia nei club che fuori, perché magari vanno in palestra insieme. Loro non gradiscono. E così quando mi vedono mi dicono cose tipo: “Ehi amico, sai che c’è? Tu non mi piaci”. Me ne farò una ragione”.

il Venerdì di Repubblica


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