87/2015: Wu Ming 1, Cent’anni a Nordest. Rizzoli 2015, pag 272

Wu Ming 1, Cent'anni a NordestDal Corriere del Trentino, 12/06/2015:

CENT’ANNI A NORDEST
Wu Ming 1 studia il conflitto. «Inchiesta-travelogue al di là di ogni nostalgia»

di Jadel Andreetto

In questi giorni è approdato in libreria Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda (Rizzoli, 17 euro). L’autore Wu Ming 1, al secolo Roberto Bui e parte del collettivo omonimo di scrittori con base a Bologna, ha raccolto, ampliato e rivisto alcuni reportage che aveva scritto per il settimanale Internazionale. Partendo da Trieste, sua città d’adozione, Wu Ming 1 ha esplorato in lungo e in largo il territorio che una volta veniva chiamato Tre Venezie o Triveneto e che oggi viene identificato con un più generico e geografico Nordest. Il suo viaggio lo ha portato naturalmente anche in Trentino e in Sudtirolo e la sua riflessione parte dalla e ritorna alla Prima guerra mondiale quale evento fondamentale e fondante dell’Italia stessa. Il Nordest sarebbe allora un punto d’origine privilegiato su cui riflettere per capire il passato e il presente in cui viviamo.
Lo abbiamo incontrato.

Partiamo dalla parte finale del libro: lei annota che se «irredentismo e revanscismo fanno leva sulla presenza (anche minoritaria) di italofoni allora a ruoli rovesciati non si capisce perché il Sudtirolo debba essere italiano». Insomma lo slogan«Bolzano è Italia» sbandierato da certi movimenti politici sembrerebbe del tutto contraddittorio rispetto alle loro rivendicazioni storiche in altri luoghi del Nordest e non solo.

«Nel 1918 l’Italia occupò militarmente terre dove c’erano pochissimi italofoni, spesso nemmeno uno. L’alta valle dell’Isonzo, la zona di Idria, l’entroterra istriano, e naturalmente quella che oggi è la provincia di Bolzano. Il triestino Ruggero Timeus l’aveva detto: “L’italianità delle terre che conquisteremo non è da rivendicare, l’italianità va imposta”. Sotto il velo dell’irredentismo c’era l’imperialismo. Certo, non si poteva fare a secco, era necessaria la vaselina del Mito: l’impero romano, Venezia. L’Alto Adige era un “remoto lembo di terra veneta”. Nel 1941 l’Italia, al seguito dei nazisti, attaccò la Jugoslavia e occupò la Dalmazia, altro territorio dove gli italofoni erano piccola minoranza, ma pure in quel caso si poteva scomodare Venezia. Ecco, c’è gente che con la testa è rimasta lì».

A Bolzano, come a Trieste e a Trento, riducendo ai minimi termini la questione, lei scrive che ci sono due tipi di destra: «quella italianissima» e quella «austronostalgica», ma aggiunge anche che sarebbe un errore pensare che si «elidano», eppure da sempre si dichiarano contrapposte.

«Quasi tutto quello che la destra “identitario-tirolese” dice delle malefatte dell’Italia subito dopo la Grande guerra e durante il fascismo è vero e riscontrabile. La destra “italianissima”, invece, parlando di queste terre non fa che riproporre il mito di cui sopra. Le due destre mi sembrano funzionali e necessarie l’una all’altra, si alimentano a vicenda, ciascuna delle due trae i propri consensi dall’opporsi all’altra in maniera appariscente».

La situazione a Trento è ancora più complicata, nel libro infatti si occupa anche dei trentini di lingua italiana «affetti da austronostalgia».

«Per molti versi la situazione trentina è più interessante, capirla è una sfida. Non c’è quella sorta di apartheid che vige in Alto Adige, dove le due comunità (con lodevoli eccezioni) vivono esistenze separate. In Trentino (pardon, Welschtirol) tutto è più fluido e sottile.»

Il Nordest potrebbe essere un punto di partenza per capire il Paese intero, è come se la «Guera granda» avesse infettato la penisola partendo da lì. La riflessione sulla guerra e le indagini storiografiche sono ancora in corso, allo stesso tempo, questo centenario sembra aver scatenato anche una serie di studiosi revisionisti e una serie di politici al loro seguito. Spesso però, leggiamo nel suo lavoro, sembra che le fonti, i documenti, le verifiche latitino.

«C’è un partito politico di destra che il 24 maggio scorso ha convocato i suoi simpatizzanti lungo il Piave, brandendo come un randello lo slogan “Non passa lo straniero”. Ma il 24 maggio non ricorreva il centenario della difesa del Piave, che ricorrerà nel 2018, bensì quello dell’entrata in guerra. L’Italia entrò in guerra attaccando un suo alleato, l’Austria, e invadendone i territori. Territori che, come Gorizia e Trieste, erano asburgici da seicento anni. Erano semmai gli altri a dover dire “non passa lo straniero” e quello straniero eravamo noi. Ma vaglielo a spiegare».

Cent’anni a Nordest non è esattamente un reportage né un libro storiografico, ma ha diversi riferimenti di questo tipo. Quali sono state le fonti che ha utilizzato? Quali consiglierebbe a chi volesse affiancare la lettura?

«È anche un reportage. È un testo ibrido, dove si passa continuamente dalla narrativa alla saggistica, dal giornalismo alla storia, dal travelogue all’inchiesta. Credo che, tra quelli usciti negli ultimi anni, il più bel libro sulla Grande guerra e il fronte italiano siaLa guerra bianca di Mark Thompson».

Da Internazionale n.1106 – 12 giugno 2015

Non fiction | Abbasso Cadorna

di Giuliano Milani

Giuliano MilaniWu Ming 1, Cent’anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda, Rizzoli, 272 pagine, 17 euro

Dopo essere apparso a puntate sul sito di Internazionale, il reportage di Wu Ming 1 sul nordest esce in libreria in versione rivista e ampliata. L’obiettivo del suo autore è di capire cosa rende questa parte d’Italia un posto così estremo, così inquieto di per sé e al tempo stesso così rappresentativo delle inquietudini del paese: cosa c’è dietro il vittimismo e la voglia di scaricare le responsabilità sugli altri che si scorge dietro i movimenti autonomisti di Trieste, Bolzano, Verona? Più che l’economia e la sociologia, dall’indagine emergono la geografia e soprattutto la storia. E’ il loro intreccio che ha reso questa porzione delle Alpi il banco di prova di un nazionalismo italiano che, senza dare nulla in cambio e facendo addirittura rimpiangere l’imperatore Franz Joseph a molti veneti, ha chiesto un tributo di sangue davvero sproporzionato: soprattutto durante la prima guerra mondiale, che oggi si va celebrando. La guerra in quei luoghi è stata combattuta in modi così dolorosi e inaccettabili, soprattutto per la violenza dei generali sui soldati, da costringere i superstiti a reinventarla, aprendo così un lungo processo di negazione collettiva che, nel corso del tempo, ha contribuito al fascismo, all’ideologia leghista, alle campagne di odio contro gli immigrati, generando ogni volta nuovi fantasmi che affiancandosi ai vecchi ancora oggi ci fanno rabbrividire.

«Bentornati, fantasmi della diserzione». Paolo Nardi recensisce Cent’anni a Nordestsul blog “La spelonca del libro”
«“Bentornati, fantasmi della diserzione”. Con questa potentissima frase di rivolta Wu Ming 1 chiude questo suo saggio militante e in pieno stile Wu Ming sul Nordest e la Grande Guerra, madre di molte rimozioni storiche e di mitologie tossiche artefatte che non cessano di parlare al presente. L’ho letto da veneto (veneziano), senza particolari pregiudizi, e l’ho apprezzato moltissimo. Anzi, devo ammettere che è talmente efficace da…»

«Una guerra che non è cessata nel 1918 e non è iniziata nel 1915». Andrea Marini recensisce Cent’anni a Nordest
«Era circa metà marzo e sul sito di una nota testata giornalistica appare un titolo che subito solletica sia le mie curiosità personali che i miei interessi scientifici: Cent’anni a nordest. È ormai da un po’ di tempo che “la grande famiglia” dei senza-nome lavora su tematiche curiose, rispolverando i vecchi scheletri nell’armadio dell’Italia che fu, in particolare dall’uscita di un libro, Point Lenana, nel quale l’indagine tra il rapporto politica-conquista-montagne viene reso evidente e manifesto…»

Lorenzo Filipaz recensisce Cent’anni a Nordest su Alpinismo Molotov
«Questa recensione prosegue idealmente sulle montagne che quest’anno come non mai saranno oggetto di enigmatico turismo “della memoria”. Come già è stato proposto a Gorizia il 23 maggio scorso, invitiamo tutt* a salire sui monti per disinnescare gli ordigni tossici di quell’assurdo carnaio, sia che celino apologhi nazionalisti mascherati da pietà per i caduti, sia che celino microidentità mitiche come quella degli schützen, ancor più impelagate in torbidi schemi blut und boden. Lo strumento principe è quello ormai consolidato delle spedizioni antitetaniche (e di ferraglia infetta sulle Alpi Orientali ce n’è…), dunque andiamo ad esercitare il nostro senso del sintomo sulle Dolomiti, sulle Carniche, sulle Retiche! let’s go up to the mountains ¡Vamos a la montaña! Hajdemo u planine! Contro nazionalismi hipster etrickster


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