Jean Genet tra bassifondi e salotti

Donato Novellini

Uno scatto in bianco e nero del 1955 di Brassai ritrae Jean Genet con camicia aperta sul petto, iniziali ricamate sullo sbuffo e maniche arrotolate da guappo. In quella foto la posa spavalda non riesce tuttavia a celare lo sguardo enigmatico, gli occhi appena velati da una sfumatura di paura, forse la stessa che ne caratterizzò la condizione di fuggiasco braccato, di ladro ingabbiato, di omosessuale senza sodali.

Dello scrittore francese –  forse sarebbe meglio precisare parigino di una Parigi che non esiste più – vissuto pericolosamente nel ‘900 tra bassifondi e salotti, si hanno oggi marginali memorie, principalmente legate alla cinematografia e al teatro. Dal romanzoQuerelle de Brest il regista tedesco Fassbinder trasse l’omonimo film del 1982, sublimando così una comunione d’intenti compiutamente borderline, mentre le pièces I negri, I paravanti e Le serve, vennero regolarmente riproposte soprattutto in contesti sperimentali e d’avanguardia. Saggi come Saint Genet di Sarte o l’illuminante capitolo a lui dedicato su La letteratura e il male di Bataille, contribuirono, assieme alla filantropia di Cocteau, a  riscattarne non soltanto l’impensabile carriera letteraria, quanto principalmente la libertà di movimento, destinato com’era a prolungati soggiorni in carcere.

Di Genet sopravvive come zavorra iconica la silhouette pop del marinaio, quella scelta da Jean Paul Gaultier per fare anestesia di un tormento salmastro, per fare cosmesi a righe bianche e blu del maschio in posa e liposuzione dell’idea marina di viaggio per galeotti. Ossessioni formali in qualche modo riprese anche dalla poetica, ancora cinematografica, di Derek Jarman. Di Jean Genet però restano soprattutto gli scritti principali: Notre dame des fleurs, Il miracolo della rosa, pompe funebri, Querelle de Brest, Diario del ladro. Eppure anche nell’araldica omosessuale contemporanea il suo nome appare di rado, così come d’altronde quello di Mishima, relegati entrambi dall’empatico e rassicurante “mulino rosa” nella soffitta dimenticata dei progenitori pericolosi. Forse appaiono oggi reliquie letterarie per feticisti oppure icone inclassificabili abbandonate in un vetusto tabernacolo gay, giocolieri dell’arte poco spendibili in virtù di parata: troppo vitalisti per alimentare vittimismo, troppa cattiva condotta per le intenzioni pedagogiche di cortei e dibattiti.

Resta per tutti gli altri la letteratura destabilizzante e violenta come piacere intenso, la bellezza formale della scrittura come sirena incantatrice e il pericolo di approfondire quale sublime tentazione. Quella di Jean Genet, in particolare, fonda la propria supremazia romanzesca nella rappresentazione estetizzante del male, scritta dalla parte del male, propedeutica senza rimedio alla malvagità gratuita. Una prosa essenzialmente irredimibile per attitudine barocca allo sperpero e, specularmente, misericordiosa (nella mistica resa all’apologia carnale, al consapevole desiderio di peccare), quasi caricaturale se non avesse corrispondenza stretta col reale vissuto dell’autore. Lo stile raffinato della scrittura calato nel malsano squallore dei bassifondi e l’amoralità estenuante quale eccesso estatico ne fanno un de Sade plebeo ma non meno perverso e seducente. Ben lontano, tanto per dire, dal moralismo etico di Pasolini.

http://www.ifioridelmale.it/articoli/jean-genet-tra-bassifondi-e-salotti


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