Millennium e la pesante eredità di Stieg Larsson. Quattro chiacchiere con David Lagercrantz

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(Lo scrittore David Lagercrantz a Mantova, ospite del Festivaletteratura – photo: Giuseppe Fantasia)

Il libro è stato un progetto ambizioso sin dal titolo, tratto da una citazione di Nietzsche – “Quello che non mi uccide, mi fortifica” – e l’ossessione e la passione per i romanzi precedenti di Larsson e per la storia in essi raccontata, hanno spinto Lagecrantz a scriverlo, come ci ha ribadito quando lo abbiamo incontrato all’ultimoFestivaletteratura di Mantova, dove il libro è stato presentato in anteprima. Quella passione e quell’ossessione l’hanno portato a a tuffarsi nel mondo della giovane hacker Lisbeth Salander e del giornalista Mikael Blomkvist. Il risultato è stato questo libro, pubblicato come tutti gli altri in Italia da Marsilio nella traduzione di Laura Cangemi e di Katia De Marco.

“Sono uno scrittore-attore e ogni volta che scrivo mi calo in una nuova parte”, ci ha spiegato. “So scrivere libri diversi in stili diversi: del resto, basta guardare i miei libri precedenti, dedicati a personaggi opposti tra loro, da Ibrahimovic ad Alan Turing a cui ho dedicato una storia ambientata fra gli intellettuali degli anni Trenta che uscirà presto anche in Italia. Quando mi sono trovato davanti a Lisbeth, ho sentito che potevo entrare nella sua realtà e per Mikael ho pensato anche alla mia esperienza di reporter” ha aggiunto.

Per affrontare allora questa pesante eredità e le inevitabili polemiche (comprese quelle della moglie di Larsson, Eva Gabrielsson, esclusa completamente dall’eredità dello scrittore), Lagercrantz ha utilizzato un linguaggio diverso rispetto a quello del creatore di Millennium, rispettando però il suo essere stato “un maestro di storie complesse”. In cosa si differenzia? “Lui era uno scrittore molto contemporaneo perché scriveva dei problemi del suo tempo”, ci ha risposto, “ma in quegli anni le intercettazioni informatiche venivano fatte dai fuorilegge. Oggi è cambiato, vengono fatte dagli Stati e abbiamo più che mai bisogno di una Lisbeth Salander”.

Il tempo passa velocemente senza che ce ne accorgiamo e lui continua a parlare nonostante la febbre alta: “Volevo riuscire a costruire una storia complicata e per farlo ho capito che dovevo scavare nel passato di Lisbeth, ma scrivere di lei non è stato facile”. In Quello che non uccide – un libro avvincente, adrenalinico e pieno di sorprese – ritroviamo Blomkvist, il giornalista duro e puro a capo della celebre rivista d’inchiesta, che è sempre lui ma è più stanco, e la bella Lisbeth alle prese con un nemico ancor più insidioso del padre: la sorella gemella Camilla, bella quanto crudele, un’ombra che la insegue da quando era piccola incarnando i suoi peggiori incubi. Questa volta, la hacker col tatuaggio punta al cuore dell’Nsa, il servizio segreto americano che si occupa della sicurezza nazionale e di spionaggio di segnali elettromagnetici, soprattutto del traffico di Internet e telefonico. Tra i nuovi personaggi, ci sono Frans Balder, un’autorità mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale e genio dell’informatica, e suo figlio autistico di otto anni, geniale anche lui.

Prima di andare via, gli chiediamo come vede il mondo e il mestiere del giornalismo, visto che è lui stesso un giornalista e che il suo libro ne ha uno come protagonista. “Il giornalismo sta sanguinando”, ci risponde. “Sono molto preoccupato per la crisi che sta vivendo e dobbiamo agire rapidamente. Ai giornalisti si chiede di essere veloci, digitano continuamente sul telefonino, e invece serve anche un giornalismo lento, di approfondimento, di maggiore qualità.” E se lo dice lui, c’è da credergli.

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