Il nuovo romanzo di Claudio Magris Come potremo cantare noi esuli le canzoni di Sion in terra straniera?

L’anticipazione di «Non luogo a procedere» (Garzanti) in uscita il 12 ottobre
Memoria dell’orrore: due anime inquiete tra i segreti del Reich di Corrado Stajano

di CLAUDIO MAGRIS

Trieste, cerimonia militare nazista davanti al Palazzo di Giustizia, 1944 (Foto dall’archivio dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia)
Trieste, cerimonia militare nazista davanti al Palazzo di Giustizia, 1944 (Foto dall’archivio dell’Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia)
La copertina del libro (Garzanti, pp. 368, 20 euro)

Quella sera sono entrata dal niente nella storia del mondo, pensava Luisa mettendo a posto le carte. Non immaginava, non voleva immaginarsi quella sera, per il pudore dei figli cui disturba pensare ai genitori come amanti e che passano oltre a questo irritante e in fondo poco credibile pensiero; la storia della cicogna, in certi casi, non è poi così stupida. La disturbava pure chiedersi se si erano amati; se si amavano, anche se certi sguardi che aveva colto per caso, come un gabbiano coglie un pesce che guizza sull’acqua, le facevano pensare di sì; tenero sguardo, quasi teneramente canzonatorio quello di lui, un sorriso appena abbozzato, neanche un sorriso, l’attimo prima di un sorriso, una leggerezza per eludere la passione, mentre lei ritraeva lo sguardo dai suoi occhi e fissava un punto lontano, dura, ma una durezza che cedeva, che a poco a poco si abbandonava, le labbra lievemente dischiuse, un bacio a fior di bocca, una dolcezza – severa, sì, ma dolcezza – altrimenti ignota a quel viso.

Il volto del padre poteva talora rivelare una tristezza ancora più profonda, più antica; una storia anch’essa di schiavitù in Egitto e di cattività babilonese, di Galuth, di esilio, che risaliva a tempi remoti e si dilatava in spazi non meno vasti di quelli in cui i figli di Israele si erano sparsi per tutta la terra. Come apparivano sfuocate, banali, rispetto alla faccia nera di suo padre e a quella di sua madre dai grandi occhi obliqui come lune – o anche rispetto allo sguardo affettuoso ma insondabile di zio (prozio, per l’esattezza) Giorgio sotto le folte sopracciglia bianche – le facce degli altri, dei conoscenti che si incontravano in ufficio o a cena, facce di attori ignari che esistano altre parti, nel destino, oltre quelle che stanno recitando, caratteristi ora slavati ora un po’ gigioni, maschere di quel teatro del mondo cui si erano abbonati sperando in un posto in palco.

Ecco, sarebbe stata curiosa di sapere che cosa avevano potuto dirsi all’inizio, prima di rendersi conto, o senza ancora volere rendersene conto, di ciò che sarebbe successo, che stava già succedendo. Per fortuna esistono le frasi di circostanza, i convenevoli, le regole della buona educazione, quella lingua asettica e innocua in cui si traducono gli opachi imbarazzi del cuore, anche quando non si è traduttori di professione. Ma parlare, dire la parola che salva… Come potremmo cantare le canzoni di Sion in terra straniera? Lingue tagliate di esuli che hanno in comune solo ciò che loro manca, un proprio posto nel mondo, e che si riconoscono toccandosi nel silenzio e nel buio, come prigionieri in una cella, o nel respiro affannoso per il lungo errare. Dere’s no hidin’ place down dere, I’m burnim too. Come potremmo cantare le canzoni di Sion in terra straniera? Non c’è posto dove nascondersi, anch’io brucio. Eppure hanno, abbiamo saputo cantarle, pensava Luisa, go down Moses tell old Pharao to let my people go e il popolo se ne è andato per il mondo, spesso inospitale quanto la prigione.

Deep river, il fiume Giordano è largo e profondo, ancora un fiume da attraversare, sempre ancora un fiume da attraversare, la Terra promessa sempre dall’altra parte. Le stesse canzoni, canzoni di tribù perdute, dieci di Israele, innumerevoli d’Africa; non c’è posto dove nascondersi aldiqua o aldilà del fiume e del mare, sotto il sole feroce che espone la preda al cacciatore. Corri negro corri, anch’io brucio, traversata del deserto, il treno blindato corre a Treblinka, il fetore dei corpi ammucchiati e della stagnante nuvola dei loro respiri è già quell’odore acido che avvertiranno fra poco smettendo per sempre di sentirlo un attimo dopo. Il treno della Storia ha un alito cattivo, pure le SS ne sono nauseate, non è piacevole per nessuno, anche se dà soddisfazione vedere come gli ebrei puzzano. Dunque è vero quello che si è sempre detto, adesso che non possono più spandersi unguenti e altre porcherie d’Oriente si vede come sono sporchi, anche quando vengono spinti sotto quelle docce restano sporchi. L’alito non è più cattivo, è vero, perché non c’è più alito che esca dalla bocca ma l’odore di tutta quella massa ammucchiata è disgustoso, per fortuna le squadre sono all’opera e il forno, il fuoco che purifica ogni sudiciume , è subito in azione .

http://www.corriere.it/cultura/15_ottobre_06/claudio-magris-non-luogo-procedere-trieste-treno-storia-ca1936ae-6be9-11e5-bbf5-2aef67553e86.shtml


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