Srebrenica, vent’anni dopo

Vent’anni dopo, la fattoria di Kravica, borgata serba a pochi chilometri da Srebrenica, mostra ancora le pareti trapanate dai kalashnikov e ancora oggi va visitata con prudenza. Il giornalista che mi accompagna, musulmano di Sarajevo, dice che, filmandola, potremmo “suscitare reazioni” fra i contadini che la usano come deposito per i trattori.

A pochi chilometri da qui, un cartello in cirillico all’ingresso di un villaggio avverte: “Anche per dio è dura aver a che fare con gente come noi!” Nel marzo scorso, la Serbia ha arrestato, dopo vent’anni, sette uomini che a Kravica falciarono a raffiche di mitra mille degli ottomila musulmani uccisi nella strage di Srebrenica, ma nei luoghi del massacro, nella Serbobosnia che ingloba la città, non c’è una lapide, non c’è un segno che ricordi il primo “atto di genocidio” commesso in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.
Nel centro di Bratunac, a cinque minuti di auto dalle ottomila tombe del cimitero di Srebrenica, i ragazzini serbi imparano la storia del fascismo e le regole della democrazia nel liceo “Vuk Karadzic”, senza sapere che le aule sono piene di fantasmi. Qui, come in altri edifici scolastici della Bosnia orientale, nel luglio del 1995 centinaia di musulmani vennero picchiati a morte o torturati prima di essere fucilati, e se si guarda la mappa delle fosse comuni che punteggiano la Repubblika Serpska intorno a Srebrenica, vien da chiedersi come faccia la gente a vivere ancora tra queste valli, come faccia a ubriacarsi, a cantare inni nazionalisti, a bere rakia a mangiar carne a pochi metri dai campi dove, per anni, i bulldozer hanno riesumato, smembrato, spostato e risepolto montagne di corpi, al solo scopo di rendere impossibile identificarli e provare la portata del crimine che era stato commesso.
Questo lavoro da incubo, che nessun film dell’orrore saprebbe mettere in scena, ha lasciato alle madri o alle mogli di Srebrenica solo dei frammenti di ossa e per mille “scomparsi” neppure quelli.
Vent’anni dopo, la fabbrica di batterie di Potocari, usata come base dall’Unprofor e dove cercarono scampo i 40mila civili in fuga da Srebrenica, sembra un sottomarino riemerso dalla Seconda guerra mondiale. Intorno al capannone, trasformato in museo, le strutture metalliche si arrendono ogni giorno di più alla ruggine e ai rampicanti.
La nemesi della storia jugoslava ha voluto che una società costruita sul mito dell’industria socialista abbia celebrato la sua discesa nella barbarie proprio in una fabbrica.
Qui, sotto gli occhi dei caschi blu olandesi, i serbi di Mladic iniziarono a separare gli uomini dalle donne e dai bambini, a scegliere i maschi da fucilare e le donne da stuprare.
“Stupri e uccisioni avvenivano ogni notte”, racconta Munira Subasic dell’associazione Madri di Srebrenica, “c’era un bambino che piangeva e la madre che cercava di calmarlo. è arrivato un cétnico e le ha urlato ‘Vuoi farlo tacere sì o no?’ e la madre: ‘è solo un bimbo piccolo. Non ci riesco’, e quello glielo ha strappato e lo ha tagliato in due con la baionetta. Ho visto con i miei occhi quando gettava via i due pezzi del corpo. La madre è una delle donne che in seguito si sono suicidate. Era riuscita a uscire da Srebrenica e a raggiungere il territorio musulmano, dopo che le avevano ucciso il figlio, aveva subito anche uno stupro e a Tuzla si è impiccata”.
I pullmann che oggi portano dozzine di pellegrini a Srebrenica ogni giorno si fermano al memoriale e ripartono, ma basta guardarsi intorno e si scopre che non c’è luogo della città che non sia stato segnato dal sangue. Sulle sponde di un ruscello, dietro la base dei caschi blu, apparvero i primi cadaveri decapitati dai cetnici. La tecnica era uguale a quella che oggi viene esibita dall’Isis, solo che allora i coltelli erano cristiani e i colli musulmani.
Dai travi di cemento della stazione degli autobus, da dove partirono le donne e i bambini deportati verso Tuzla, pende ancora un cavo di ferro a cui si appese un uomo che temeva di finire nelle mani dei serbi.
Dietro una casa a due piani, in cui avvenivano stupri e torture, mi indicano un piccolo ponte dove i cetnici sgozzavano le ragazze più giovani dopo gli stupri.
La guerra in Bosnia è un caso unico perchè è stata il primo conflitto scatenato dalla tv.
Per anni, quella di Milosevic esaltò la diversità e la pericolosità dei musulmani, con le stesse tecniche con cui oggi in Italia si fomenta la fobia degli immigrati, in modo da produrre una paura tale che permettesse di vivere lo sterminio dell’Altro, del vicino-nemico, come una liberazione, come un sollievo. (Uno dei boia di Srebrenica, intervistato nel 2012 nel documentario Srebrenica. A horrifying confession dichiarava: “Dopo le uccisioni ci sentivamo soddisfatti, sollevati”.)
Le telecamere ebbero un ruolo centrale anche nella caduta di Srebrenica città. Dopo aver fatto distribuire pane e cioccolata per rassicurare i rifugiati, e soprattutto i media internazionali, Ratko Mladic si fece filmare mentre accarezzava le teste dei bambini quando i suoi uomini si stavano già preparando a far cadere quelle dei padri.
Vent’anni dopo, per rievocare Srebrenica, ho scelto tre storie di tre “superstiti”: quella di un soldato che sopravvisse alla fucilazione, quella di un civile che riuscì a evitarla, e quella di un casco blu che non potè impedirla.

Mehvluddin il sopravvissuto
“D’improvviso sentii mormorare: ‘Ecco Mladic, ecco Mladic…’”, racconta Mehvluddin, “e l’ho visto arrivare, soddisfatto, divertito, tracotante…”
Quando Mehvluddin Oric vide Mladic aveva già passato una notte con altri prigionieri, costretto a star seduto con le mani sulla testa, mentre diversi suoi compagni venivano uccisi. Mehvluddin è un ex-combattente che oggi vive con la famiglia alla periferia di Sarajevo. Dopo essere stato uno dei comandanti della difesa di Srebrenica, quando la città cadde, cercò di raggiungere il territorio musulmano attraverso le foreste, insieme a 15mila maschi dai 15 ai 65 anni. Venne catturato insieme ad altri mentre cercava di attraversare la strada asfaltata a Konjevic Polje. Dopo averli tenuti per due notti in condizioni disumane in una scuola, i serbi gli dissero che ci sarebbe stato uno scambio di prigionieri, ma era solo una menzogna per tenerli calmi. La verità sarebbe emersa poco dopo, quando vennero bendati, caricati su piccoli camion e fatti scendere in una foresta.
“Ancora non riuscivo a credere che ci avrebbero ammazzati”, racconta Mehvluddin, “ancora pensavo che ci avrebbero caricato su un altro mezzo, per trasferirci. Solo quando urlarono ‘in fila!’, quando sentii il rumore dei caricatori, realizzai che non si metteva bene. Mio cugino Hariz mi disse ‘Mevlo, ci ammazzano’, io risposi: ‘Non lo faranno’ e lo presi per mano. In quell’istante, sono partite le raffiche. Sentii la mano di mio cugino che trascinava giù la mia e io fui colpito a una gamba. Caddi a terra con la faccia in giù e mio cugino si accasciò sopra di me. Lo sentii tremare, gemere e morire. Sentii altre raffiche. Un camion arrivava e l’altro ripartiva. Li portavano lì, a gruppi di undici o dodici e li uccidevano e io temevo di restare ferito dalle raffiche successive. Oltre al rumore dei camion sentivo anche quello di macchinari più grossi, ma non sapevo che cosa fossero. Quando le raffiche finivano, sentivo di nuovo il rumore dei caricatori. Parlavano poco, fino a quando qualcuno non urlò: ‘Eccone uno che scappa. Spara!’ Uno di noi si era messo a correre verso il bosco, attirando la loro attenzione, mentre un altro si toglieva la benda.
Sentii che dicevano: ‘Bastardo, è scappato!’ e discutevano su come riacciuffarlo poi uno disse: ‘Bisogna finirli uno a uno con un colpo in testa’. E così, iniziarono a sparare di nuovo. Sempre più vicini. Che potevo fare? Aspettavo la mia fine. In quel momento pensai a mia moglie, ai miei bambini, a mia madre, a mio padre. Mi chiedevo se loro sarebbero sopravissuti. A me non importava. Intorno a me venivano uccise duemila persone e non mi turbava il fatto di morire anch’io, con loro. Poi non ricordo più nulla. Sono svenuto. Mi svegliai a notte fonda. Ero bagnato. Forse aveva piovuto. In realtà ero zuppo di sangue. Da sotto la benda vedevo anche una luce forte, diretta verso di me. Pian piano ho spostato la benda. Muovevo il braccio a fatica, per la lunga immobilità. Portavano ancora gente. Ancora uccidevano. Scendendo dal camion urlavano: ‘Non fatelo ! Non abbiamo alcuna colpa!’ Credo che a quel punto non li avessero neppure bendati. Quando uno del plotone disse che avevano finito, mi sentii sollevato. Ma per poco, perché la stessa voce disse che dovevano aspettare seduti sui bulldozer, per essere certi che tutti fossero morti. A quel punto si misero a litigare. Probabilmente erano ubriachi. Alcuni dicevano che piuttosto che restare lì si sarebbero alzati presto la mattina dopo. ‘Gli abbiamo sparato in testa’, dicevano, ‘sono tutti morti’. Torniamo domattina e li buttiamo nella fossa’. Così spensero i bulldozer, salirono sui camion e se ne andarono. A quel punto il mio problema era che non riuscivo ad alzarmi. Ero completamente irrigidito. Non sentivo le gambe, non sentivo le braccia. Poi qualcuno mi chiese: ‘Sei ferito?’. Non riuscivo a credere che un altro fosse sopravvissuto come me. Risposi: ‘Non sono ferito’ e gli chiesi: ‘Chi sei?’. Lui rispose: ‘Hurem, sono Hurem’. Così andammo verso il bosco, cercando di fuggire il più lontano possibile”.
Stremati dalla paura e dalla fatica i due sopravvissuti raggiunsero, dopo una settimana, il territorio musulmano dove scoprirono di aver attraversato, senza saperlo, anche un campo minato.

Azim l’impostore
Se quella di Mehvluddin Oric è la storia di un soldato, quella di Azim Hasanovic è la storia di un clown, di un geniale impostore, quello che il primo ministro bosniaco Silaigjc definì “il miglior attore della Bosnia”.
“Sono nato nel 1958, vicino a Srebrenica”, racconta, “e prima della guerra avevo più amici serbi che musulmani… Poi un giorno a Bratunac, un poliziotto serbo che conoscevo, mi dice: ‘Tu che sei di Srebrenica, non farti più vedere a Bratunac’.
Quando la città cadde, tutti gli abitanti di Srebrenica si spostarono verso la base Unprofor di Potocari e così feci anche io insieme a mia moglie e ai nostri due bambini piccoli. L’indomani arrivarono i serbi armati, con uniformi nere, e iniziarono a dividere gli uomini. Le donne piangevano. Quando arrivò il mio turno, stavo sdraiato e le donne dissero che ero malato, che non potevo né camminare, né parlare. Uno di loro si avvicinò, per verificare. Mi colpì sul naso – ho ancora la cicatrice – non so se fosse un coltello o qualcosa d’altro – e cominiciai a buttar sangue, ma loro si allontanarono e le donne mi circondarono per suturare la ferita.
La notte dopo, entrarono con le pile e fecero alzare gli uomini. Io ero sdraiato tra mia moglie e mia zia, abbracciato a mia figlia Alma, che aveva due anni e mezzo. Mi misi il fazzoletto in testa e non mi fecero nulla scambiandomi probabilmente per una donna. La mattina dopo, fuori dal capannone, i maschi rimasti erano tre o quattro. Una donna, in preda alla follia, si denudò urlando: ‘Dove sono i nostri uomini?’
I poliziotti di Bratunac che conoscevo si aggiravano cercando i maschi rimasti. Io ero sdraiato con le donne sedute sopra di me, perché non potessero riconoscermi. Arrivarono gli autobus, e Mladic disse: ‘Voi maschi, non vi preoccupate. Non vi succederà nulla. Se volete restare firmerete una dichiarazione in cui dite che volete restare. Prima però evacueremo donne e bambini’.
A quel punto, vidi una carrozzina da invalidi e dissi a mia moglie di avvicinarla perché potessi sedermi e lei potesse spingermi verso gli autobus. Cercai di sembrare un folle, mi sporcai la faccia di bava e i serbi urlarono a mia moglie: ‘Dai! Lascialo indietro!’ Lei rispose: ‘Ma lui non può, è malato’. ‘Ma che malato?’, risposero, ‘fottiti!’, e si allontanarono un po’ per decidere. In quel momento vidi dei caschi blu e dissi a mia moglie: ‘Va’ da loro, spiega che non posso muovermi’. I caschi blu prima non capivano, poi mi presero sotto le ascelle per verificare se potevo stare in piedi e io mi lasciai cadere. Allora mi misero su un lettino e mi fecero un’iniezione. Un serbo disse a mia moglie: ‘Se è così invalido, come cazzo ha fatto a scoparti e farti pure dei figli?’ Mia moglie non rispose. Un furgone ci trasportò con i bambini alla fabbrica di batterie. Lì dissero a mia moglie che doveva andarsene e che io sarei rimasto. Mi tolsi l’orologio, e le dissi: ‘Ecco, portalo con te, che almeno i bambini possano avere un ricordo di me’.
Quando arrivò la Croce rossa dalla Serbia, c’erano anche i poliziotti di Bratunac. Con me, c’erano altri quattro o cinque maschi. I serbi si avvicinarono al primo, Sadik, e gli chiesero che cosa avesse. Rispose di essere stato ferito da una granata mentre camminava. Loro si arrabbiarono: ‘In quale azione sei stato colpito?’, e lo portarono via. Quando arrivarono da me, s’avvicinò anche Momir Nikolic, un poliziotto di Bratunac che prima della guerra mi era amico e mi chiese: ‘Che hai? Che ti è successo?’ Io mormorai qualcosa come se fossi andato fuori di testa.
A quel punto, l’altro poliziotto disse: ‘Che si fotta ! Va sgozzato subito!’ Ma Nikolic lo fermò: ‘Io lo conosco. Era mio amico.’ Chiamò il dottore, gli parlò, dopodiché tornò da me dicendo: ‘Vai! Fa buon viaggio’. E mi salvò la vita.

Rob, arruolato per essere sconfitto
Dopo che nel 1993 Srebrenica venne dichiarata “zona protetta” per impedire quello che l’Onu aveva definito “un genocidio al rallentatore”, ai caschi blu olandesi venne affidato un compito impossibile: scoraggiare i bombardamenti serbi e disarmare i difensori musulmani. Ma se i primi, controllando gli accessi alla città, continuavano a soffocarla, bloccando i convogli umanitari, i secondi continuavano a fare incursioni nei villaggi serbi per procurarsi di che sopravvivere uccidendo anche dei civili.
“Mi chiedi che atmosfera c’era nella base? Depressa”, dice Rob. “Avevamo avuto un ottimo addestramento, ma eravamo impotenti”.
Rob Zomer, un ex-casco blu olandese che era a Srebrenica nel 1995, dal 2008 è venuto a vivere qui, in una casa dove aiuta i suoi ex-camerati a esorcizzare i loro incubi.
Chiedo: “Quando i serbi avanzarono sulla città il vostro comandante chiese invano l’intervento aereo della Nato, vi siete sentiti abbandonati?”
Zomer: “L’Unprofor e le Nazioni Unite sono state organizzazioni davvero stupide. Ci hanno mandato qui per non far nulla. Il mio lavoro qui – cosa che la gente non capisce – non era combattere. Ci hanno mandato qui per osservare, osservare e riportare. Niente di più. Potevi sparare solo per proteggerti, ma solo se la situazione fosse diventata davvero pericolosa, ma in ogni caso non eravamo davvero autorizzati a contrattaccare”.
Oggi, la base del battaglione olandese che non riuscì a proteggere i civili di Srebrenica fa parte del memoriale che ricorda il massacro e vengono conservati, per il disprezzo del pubblico, anche i graffiti porno dei soldati o le battute da caserma scritte sui muri: “Senza tette, senza denti e con i baffi: ecco com’è una ragazza bosniaca!”
Una porta di ferro, sconosciuta al pubblico, rivela quello che era il pub del battaglione, il Devil’s bar. Un diavolo rosso dipinto sul muro, sembra quasi un’anticipazione dei demoni che avrebbero trasformato la “zona protetta” di Srebrenica in un mattatoio.
“L’Unprofor avrebbe potuto fare entrare tutti i rifugiati”, dice Munira Subasic, “invece ne hanno accolto solo un certo numero ma loro ascoltavano solo i serbi. Collaboravano con loro e fuori si sentivano gli slogan e i canti dei cetnici: ‘Ci sarà, ci sarà carne’, cantavano. ‘Siete finiti, vi mangeremo vivi’.”
Chiedo a Rob come dorme: “Male”, risponde, “ho un sacco di incubi e mi riempio di pillole! Non potevamo far nulla per impedire quello che è accaduto l’11 luglio del ’95. Non eravamo autorizzati a reagire, e oltre a ciò ognuno di noi aveva a disposizione venti colpi! Solo venti colpi.”
“Quando sono arrivati  gli olandesi si comportavano come i cetnici”, ricorda Munira, “entravano nelle case, cercavano le armi e maltrattavano i  nostri bambini. Altre volte facevano scherzi crudeli. Dai blindati gli mostravano le caramelle e quando quelli allungavano la mano le gettavano via.”
“Vuole un esempio di disinformazione?”, dice Rob. “Quando andavo in pattuglia avevamo nelle tasche delle caramelle per i bambini, ed è uscita la storia che gli davamo le caramelle per mandarli in avanscoperta nei campi minati! Un giorno camminavo con un enorme mitragliatore, e, sapete, per i bambini è una curiosità. Gli avevo già dato delle caramelle e ne chiedevano sempre di più, ma camminando ci eravamo avvicinati alla prima linea e a un campo minato, e abbiam detto ai bambini: ‘Ora stop ! Andate indietro!’ A un certo punto, quando li avevamo già allontanati, un ragazzino di dodici anni era tornato indietro e alla fine, per la sua sicurezza, gli ho dato un calcio nel sedere e gli ho detto: ‘Vai!’ Bene, qualcuno ha visto questa scena e ci montato su una brutta storia. Quella che noi li usavamo per mandarli avanti nei campi minati!”

Ai protagonisti di queste tre storie ho chiesto come vivono vent’anni dopo la strage.
Mehvluddin Oric ha testimoniato all’Aja contro Zdravko Tolimir e altri generali condannati per genocidio. Gli chiedo che sensazione ha avuto nel vederli sul banco degli imputati e risponde: “Vedi che sono persone in carne e ossa, come me e te. Nessuna differenza. Solo che io vengo chiamato ‘musulmano’ e lui, Tolimir, ‘serbo’. E ancora non riesco a capire che cosa gli ha preso, che avesse in testa, per fare quel che ha fatto, per ordinare di uccidere tutto il giorno per giorni e giorni. E si è definito pure ‘un eroe’! Un eroe che ammazzava innocenti disarmati, bambini, i vecchi? Dico, se eri un eroe allora, perché non lo sei anche ora e non dici: ‘Sì, l’ho fatto’?”
Azim Hasanovic dice che i suoi nervi sono fottuti, che sogna tutto quello che ha vissuto e che non torna mai a Srebrenica, ma che sarebbe pronto a testimoniare a favore di Momir Nikolic, il poliziotto che lo salvò e che ora sta scontando vent’anni di galera. Secondo il tribunale dell’Aja infatti Nikolic, un graduato dell’ Intelligence serbo-bosniaca, “non fece obiezioni al piano di deportare le donne e i bambini e di uccidere gli uomini e non fece nulla per fermare il pestaggio e l’uccisione di migliaia di bosniaci musulmani”. Momir Nikolic è uno dei pochissimi ufficiali serbi che si siano assunti la responsabilità di quello che hanno fatto e che abbiano chiesto perdono.
Rob Zomer non racconta granchè degli ex-commilitoni che vengono a trovarlo dall’Olanda. Dice che molti ragionano ancora come se il tempo si fosse fermato vent’anni fa. Gli chiedono se ci sono posti blocco, strade chiuse o gente armata.
Chiedo: “Dopo vent’anni come reagiscono i suoi ex-compagni?”
Risponde: “Ognuno ha reazioni differenti e a volte sono eccessive e non solo per colpa dei media.Vuole un esempio? Hasan Nuhanovic, che all’epoca era il traduttore dei caschi blu olandesi ha fatto di tutto sui media e in tribunale per gettar discredito sul nostro battaglione, ed è uno di quelli che ci ha creato più problemi.
Ogni anno ci sono da due a quattro veterani del ‘Dutch Bat’ che si suicidano per queste storie, questo spiega meglio di ogni cosa che impatto abbiano i giornali o gente come Hasan su questa gente. E ho parlato solo dei suicidi, per non parlare delle frustrazioni che hanno con le famiglie.
Quasi tutti quelli che erano qui nel ’95 hanno grandi frustrazioni con le famiglie, con le mogli, con i figli.”

(Tratto da I fantasmi di Srebrenica, puntata speciale di “Terra!,” Rete4)

Mimmo Lombezzi

http://lostraniero.net/srebrenica-ventanni-dopo/


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