Vivere senza l’ansia del domani La lezione di Giuseppe Sgarbi

«Non chiedere cosa sarà il futuro», per capire che non conta fare ma essere

di CLAUDIO MAGRIS

Norman Rockwell (1894-1978), manifesto per The Watchmakers of Switzerland, 1953
Norman Rockwell (1894-1978), manifesto per The Watchmakers of Switzerland, 1953
La copertina del libro (pp.144, 15 euro)
C’è un passo che sento particolarmente mio, quando Giuseppe Sgarbi scrive che ciò che conta non è fare, quanto essere. Lo dice un uomo operoso e attento al lavoro, ma giustamente critico nei confronti di quella crescente smania di fare che distrugge la vita – la persuasione, per usare il termine di Michelstaedter – perché vuole sempre aver già fatto e brucia il presente, l’unica vita che abbiamo, sperando che la settimana prossima arrivi più presto possibile, perché si attende con ansia di conoscere il risultato delle analisi cliniche o delle elezioni, del premio cui si concorre, della gara cui si partecipa, e si vive bramosi che il tempo passi, che passi presto, e dunque bramosi di essere più vicini alla morte. Questo è un piccolo grande libro che non solo dissipa l’ansia del futuro, ma vive e aiuta a vivere l’esistenza, il presente.
 La vecchiaia, scrive Sgarbi, è la stagione più libera dalla rettorica – ancora il termine definitivo di Michelstaedter per indicare la perversione del vivere – degli assilli, dei doveri, del dovere di avere successo. La vecchiaia – Svevo ha scritto su questo tema pagine di grandezza incomparabile – permette di vivere più a fondo il presente ossia la vita, meno sminuzzata e triturata dagli assilli e dagli affanni. Condivido a fondo questa pienezza, questa persuasione trovata là dove l’esistenza sembra invece affievolirsi.
Giuseppe Sgarbi
Giuseppe Sgarbi

La vecchiaia, scrive Giuseppe Sgarbi, arriva e «prende da dentro, un poco alla volta. E quando fuori si cominciano a vedere i primi segni, dentro è già tutto fatto». Una sorpresa che si fa a se stessi, ma non è detto sia solo brutta, se si accompagna alla possibilità di vivere più a fondo il presente, ossia di vivere più pienamente. Certo, la vecchiaia – come ogni stagione della vita, come la vita in sé – può essere orribile, tragica, degradata e degradante e fa spesso sentire la verità di quel detto dell’antico Sileno, secondo il quale sarebbe meglio non essere mai nati.

Ma credo che Sgarbi si senta più vicino ai concreti e robusti latini, maestri nel coltivare un campo e nel costruire uno Stato, che ai greci con le loro vertiginose domande sul tutto e sul niente. E credo che Sgarbi – certo per tante ragioni fortunato, ma in parte anche spiritualmente artefice di quella sua fortuna – sia contento, senza enfasi, di essere nato e di vivere. I toni tragici non si addicono alla ferma dignità di un vecchio signore familiare con la ruvida terra e l’acqua del fiume, ma sempre attento alle buone maniere. Sarebbe bello potergli assomigliare, almeno un pochino…

http://www.corriere.it/cultura/15_settembre_30/magris-giuseppe-sgarbi-libro-fe11371e-6760-11e5-9bc4-2d55534839fc.shtml


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