109/2015: Grazia Verasani, Mare d’inverno, Giunti 2014, pag 171

Grazia Verasani, Mare d'inverno“Mare d’inverno” è un romanzo semplice e perfetto, come poteva esserlo un brano di Lennon-McCartney negli anni sessanta. Ci sono pochissimi autori, in Italia, capaci di raccontare la realtà in maniera sublime e convincente come sa farlo Grazia Verasani. Una volta c’erano Buzzati, Pontiggia… Oggi, oltre alla Verasani, mi vengono in mente Raul Montan…ari, Andrea Carraro e… E basta.
Quando dico raccontare la realtà, intendo raccontare i sentimenti, le sensazioni che aleggiano nell’aria, le verità non dette che occupano lo spazio fra le persone. Raccontare la realtà è parlare delle angosce che abbiamo dentro e che fatichiamo a focalizzare, dei sogni, delle speranze, delle sconfitte. Grazia Verasani ci racconta quelle di una intera generazione: i cinquantenni. Le donne, certo, ma di riflesso anche gli uomini. E’ la generazione che ha sostituito, quasi in sordina, i quarantenni nel portare il mondo intero sulle spalle e che si guarda intorno sperduta, incapace di riconoscersi nel suo ruolo. Una generazione che ha paura di ammettere la propria sconfitta, la propria fragilità, che va avanti per inerzia rifugiandosi, a volte, nel pensiero magico di un sentimento misterioso come l’amicizia. Ed è quello che accade alle tre protagoniste del romanzo, amiche da una vita, ritrovatesi dopo anni di lontananza a passare qualche giorno di vacanza insieme, fra natale e capodanno, in una casa sulla riviera romagnola. La causa della riunione è la delusione sentimentale subita da una delle tre, che le altre due cercheranno di alleviare con la loro presenza. Ma quei giorni saranno l’occasione per tracciare un bilancio drammatico, grottesco, impetuoso e struggente delle loro vite. Della vita.
Ho letto tutto di Grazia Verasani. I suoi noir mi hanno divertito e insegnato tanto, i suoi racconti mi hanno deliziato, i suoi testi teatrali mi hanno appassionato. Qualche anno fa, “Tutto il freddo che ho preso” mi folgorò. Lo ritengo uno dei più bei romanzi letti in assoluto in tutta la vita.
Beh, “Mare d’inverno” non è da meno. Per favore Grazia, continua scrivere così, scrivi più che puoi e regalaci tanti altri romanzi semplici e perfetti come questo”.
Romano De Marco

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Vera mi lanciò un’occhiata dura, poi disse: «Credo di avere agito in modo molto superficiale con te. Purtroppo, lavorare in un giornale ti costringe a esserlo. Hai ragione, io ho cercato la sintesi in tutte le cose, la concisione. Fare un’intervista, ad esempio, è estrapolare da un’ora di parole il succo del discorso e costruirci intorno una notizia. Stare “sul pezzo” è lavorare ai fianchi l’avversario come nella boxe, un po’ come fanno i poliziotti duranteun interrogatorio. Non ti fai troppi scrupoli, non sei sempre gentile, non usi trattamenti di favore. Vai solo dritta al nocciolo della questione… Da più di vent’anni io sputo sangue in un giornale per cercare una verità che mi scivola da tutte le parti peggio di un’anguilla in una tasca, il mio compito è ridurla a duemila battute e darne una versione più avvincente che attendibile. Passo anche parecchio tempo a correggere il lavoro di altri, e spesso li maltratto per ottenere dei risultati: non bado a spese, non ho il tempo di accorgermi se ferisco i sentimenti di qualcuno. Ho sottovalutato il tuo romanzo, presa da mille cose come al solito e, come dice Carmen, non ti ho dato una mano ma l’ho data ad altri. Perché? Non lo so. Non vorrei avere questo potere, non mi dà nessuna vertigine. Ti ho esclusa drasticamente da tutto ciò che per me è lavoro, non ho mai pensato che tu potessi farne parte, e non lo volevo. Non ho un carattere facile, soffro di un agonismo micidiale, almeno così dicono. Vivo circondata dall’ostilità più o meno inespressa di cialtroni che sono stati messi lì, alle loro scrivanie, da chi è ai piani alti, e che non rischiano mai né una lavata di capo né il licenziamento. Fingo di non sentire quando mi danno della stronza o dell’arrogante, e anche se mi leccano il culo e mi fanno dei complimenti. Cerco di insegnare il mestiere a sbarbatelli amorfi e presuntuo si che scrivono coi piedi ma si credono già degli Indro Montanelli e vedo sfilarmi davanti agli occhi bellissime stagiste laureate che farebbero più fortuna partecipando a concorsi tipo Miss Italia. Disattendo puntualmente le loro richieste d’attenzione, oltre le loro speranze, perché scaltri o ingenui che siano non hanno capito che siamo tutti manovali precari di una specie di “cultura da crociera” che sta inesorabilmente picchiando sugli scogli. Del merito non importa a nessuno e campare con venti euro a cartella non è facile, ti obbliga a tirare via, li capisco. Puoi lottare contro i mulini a vento, ma non con i loro fantasmi». Si fermò per tirare un po’ il fiato, poi proseguì: «Le vendite dei giornali si abbassano, il personale è ridotto all’osso e sono i giovani a rimetterci di più. Arrivi in redazione alle sette e sei subito accerchiata da un manipolo di scocciatori, è lì che fai i conti con una solitudine quasi totale, è lì che ti accorgi che non hai amici ma solo gente che ti stende il tappetino solo se pensa che puoi nuocergli o essergli utile, e comincia un balletto di ipocrisie che dura fino a notte inoltrata… Poi ti ricordi di quanto hai amato Martin Eden da ragazzina, e quella battuta “Cosa vuol dire farcela?” ti rimbomba nelle orecchie perché adesso sai cosa vuol dire, lo sai bene, è sporcarsi le mani con una politica da club privé che ti dà la nausea, mentre spieghi a un giovane di belle speranze che il cinismo è una scuola dell’obbligo e che deve diplomarsi il prima possibile».

http://www.satisfiction.me/grazia-verasani-inedita-mare-dinverno/


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