91/2014: Leo Tuor, Caccia allo stambecco con Wittgenstein, Casagrande 2014, pag 91

Leo Tuor, Caccia allo stambecco con WittgensteinIl racconto di Leo Tuor rende omaggio alle montagne svizzere – le meno conosciute dalla letteratura italiana di questi ultimi vent’anni, dominata dalle Alpi di Mauro Corona. Questo omaggio alle mon­tagne assume la forma della caccia allo stambecco, attività a cui il narratore si dedica impegnandosi in lunghe giornate di attesa. È proprio nel corso di queste ore di apprensione che prende vita il rac­coglimento interiore di Tuor, che cercando lo stambecco si rende conto di esplorare e raccontare a se stesso storie di luoghi e di uomini. Da questo racconto interiore prende vita la storia di Caccia allo stambecco con Wittgenstein, la cui morfologia letteraria è estremamente semplice.

Un uomo viene “filmato” durante una battuta di caccia: vengono raccontati i suoi incontri, gli altri uomini con cui ha a che fare, l’improvvisa apparizione degli animali lungo le scarpate e la loro al­trettanto improvvisa sparizione. Le frustrazioni di un manipolo di cacciatori che si ostinano nella ri­cerca della preda perfetta: le discese – lungo le montagne svizzere – di chi torna a casa e di chi non ce l’ha fa più. Infine: la perseveranza. La curiosità.

In effetti, lo stambecco è quasi una creatura magica, e nel testo sembra rivelarsi con maggior inten­sità proprio durante la sua assenza. A chi si oppone alla brutalità della caccia e all’uso delle armi, Tuor sembra voler spiegare che “caccia” è tutto ciò che succede prima e dopo; e che il significato di questa pratica va ricercato nel contorno dei boschi, delle baite, dei villaggi che dall’altro assegnano al cacciatore il privilegio di osservare gli altri uomini. Percorrendo i sentieri dello stambecco, il nar­ratore si rende conto di poter sperimentare un qualche genere di eternità.

Come in Moby Dick, Tuor dedica un intero capitolo di quest’opera alla descrizione del carattere ed ai dati biologici dello stambecco, unitamente al resoconto di una sua antropologia – un’esposizione delle rappresentazioni umane di questo animali, che documentano la storia della Svizzera passando attraverso la genesi di uno dei suoi simboli. E l’esistenza stessa dello stambecco si rivela essere un’esistenza integralmente simbolica.

Nella versione italiana, l’effettivo contenuto del testo deve fare i conti con l’errata traduzione del ti­tolo: Caccia allo stambecco con Wittgenstein illude le aspettative di chi confida in un romanzo filo­sofico (alla Siddharta, per intenderci), mentre l’originale Caccia allo stambecco in Cavreinraffigu­rerebbe con maggior precisione l’assenza di qualsivoglia vocazione metafisica di quest’opera. O quantomeno, di qualunque vocazione esplicita.

Il pensiero wittgensteiniano si materializza in due punti della narrazione, sotto forma di citazioni dalle Ricerche filosofiche, di cui la celeberrima “Se un leone potesse parlare, noi non potremmo ca­pirlo”. A ben vedere, però, è l’intero testo ad essere segnato dall’interesse che Tuor dimostra nel voler com­prendere la lingua “ del leone”. O forse di dar vita ad una “terza lingua”? Non più uomo da una par­te e stambecco dall’altra, ma unione dei due nella semiotica dell’uomo-stambecco, dell’evasione e dell’elevazione ai segni della montagna.

Si tratta di un interesse che si intreccia, in qualche modo, con l’ambizione del lettore di accedere al lessico di questo autore. Un lessico complicato dal riferimento a luoghi ignoti ai più, e al permanere di rinvii alla lingua romancia e all’universo del discorso da essa prodotto.

Caccia allo stambecco con Wittgenstein ci cala in un cosmo letterario intagliato in luoghi lontani, e tuttavia impregnato di aspirazioni che ci sono familiari. L’opera di Leo Tuor rappresenta forse, in prima battuta, una sfida ad ascoltare; a trasformarci in cacciatori, ed a lasciar parlare i boschi.

articolo di Alberto Sonego

Recensione di Caccia allo stambecco con Wittgenstein di Leo Tuor


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