Kamel DaoudKamel Daoud

«Un uomo che sa scrivere uccide un arabo che quel giorno non ha neppure un nome – quasi l’avesse lasciato appeso a un chiodo prima di entrare in scena –, e poi comincia a spiegare che è tutta colpa di un Dio che non esiste e di ciò che ha capito sotto il sole e per il fatto che la salsedine lo costringe a chiudere gli occhi. Perciò l’omicidio rimane un atto assolutamente impunito e non è un delitto poiché non esiste legge fra mezzogiorno e le due, fra lui e Zoudj, fra Meursault e Moussa».

Ecco la trama dello Straniero di Albert Camus deformata nello sfogo del fratello dell’uomo ucciso da Meursault, il protagonista, identificato semplicemente come un “arabo” e subito uscito di scena. Un «arabo breve, tecnicamente effimero, che ha vissuto due ore ed è morto ininterrottamente per settant’anni» senza che l’autore gli concedesse nemmeno un’identità. Ha voluto dargliela lo scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud, lo ha chiamato Moussa, detto Zoudj, che in arabo significa «due del pomeriggio», ora dell’assassinio, perché Meursault «aveva il nome di un uomo, mio fratello quello di un imprevisto».

Gli ha poi inventato un fratello e del suo amaro soliloquio ha fatto un romanzo. Mostrando l’altra faccia della medaglia, rivendendo «il silenzio che regna dietro le quinte mentre il teatro si svuota» ha vinto il premio Goncourt 2015 per un’opera prima e il Premio dei cinque continenti della Francophonie.

Come se non bastasse, continua a protestare il protagonista, «per settant’anni, tutti si sono adoperati per fare sparire in gran fretta il corpo della vittima, a trasformare i luoghi dell’omicidio in un museo immateriale e a discorrere sul significato del nome dell’assassino. Che cosa significa Meursault? “Morto solo?” “Morto sciocco?” “Non muore mai?” Per mio fratello, invece, in tutta questa storia non è stata spesa neppure una parola. E tu, come tutti quelli prima di te, hai preso una bella cantonata. L’assurdo lo portiamo sulle spalle o nel ventre delle nostre terre io e mio fratello, non quello là».
Iconoclasta, aspro, rabbioso, talvolta bugiardo, Daoud ha raccontato la sua contro-storia confondendo deliberatamente Meursault e Camus, che non viene mai nominato, infischiandosene di travisare parole e pensiero del premio Nobel, piegando intere sue frasi a un’interpretazione aliena, come se la mistificazione del testo originale fosse la riparazione ultima.

Ne è nato un romanzo dal potente effetto straniante: Meursault, contre-enquête, (letteralmente contro-inchiesta) che in italiano è stato tradotto in Il caso Meursault, perdendo per strada il gioco di specchi, il legame fusionale, il confronto nell’opposizione. Daoud lo ha definito un omaggio a Camus, ma è un omaggio con il tono della rivendicazione, quasi un manifesto: «farò ciò che abbiamo fatto in questo Paese dopo l’indipendenza: prenderò una a una le pietre delle vecchie case dei coloni e ne farò una casa mia, una lingua mia. Le parole dell’assassino e le sue frasi sono il mio bene vacante», annuncia il protagonista.

Così inizia un raffronto tra due mondi fatto con una stessa lingua nella quale però i due antagonisti non si intendono affatto, simbolo, forse, dell’incomprensione fra le due sponde del Mediterraneo che genera narrazioni epiche, mostri, furore, martiri e disperazione omicida. «Il succo delle storie di mamma era la descrizione dell’ultimo giorno di Moussa, primo giorno della sua immortalità, in un certo senso. Mamma sapeva raccontare per filo e per segno quella giornata, fin quasi a restituirla con una precisione allucinatoria. Non descriveva tanto un omicidio e una morte quanto la trasformazione fantastica di un ragazzo qualunque dei quartieri poveri di Algeri in un eroe invincibile atteso come un salvatore».

Scrivendo quel che Camus non ha scritto, Daoud trova il modo di sbatterci in faccia i crimini coloniali, le falle nel pensiero e il razzismo strisciante che permea inavvertito il nostro modo di porci – e anche quelllo degli arabi. Un modo intelligente, sottile, perché l’autore si guarda bene dal lanciarsi in una critica morale del romanzo di Camus, non imbastisce un pretestuoso saggio per stabilire se l’aver scelto la parola “arabo” e niente più fosse l’indizio di un’uguaglianza dichiarata ma non sentita. Non cerca cioè di imbrigliare l’arte in un’etica – azione quanto mai scellerata pena l’annichilimento, la negazione della letteratura stessa. Il gioco di Daoud è mettersi sullo stesso piano, quello della finzione, combattere ad armi pari scrivendo un (contro) romanzo che assesta penetranti stoccate con la forza della letteratura.

Mano a mano che si prosegue nella lettura ci si accorge però che, malgrado l’impeto della sua denuncia, non è la resa dei conti l’obiettivo ultimo di Daoud, né intende fare un processo al grande scrittore morto 55 anni fa (come invece fanno molti suoi compatrioti, nell’Algeria ancora avvelenata dalla questione coloniale e dalle polemiche sull’impegno e il disimpegno di Camus): «Alla letteratura sono arrivato perché amavo i racconti, e forse anche perché non c’erano libri. Il francese non è la mia lingua, dove vivevo non c’era l’elettricità, non c’era nulla. Ho trovato alcuni romanzi in francese. Là dove non capivo indovinavo. E quando arrivavo alla fine m’inventavo altre trame a partire dai titoli della collana elencati nell’ultima pagina o fantasticavo sulle vicende del primo volume se avevo solo il secondo. È per questo che oggi ho continuato la storia dello Straniero di Camus» dichiarò in un’intervista che pubblicammo il 22 settembre 2013, poco prima dell’uscita di Meursault, contre-enquête in Algeria.

di 5  settembre 2015

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2015-09-05/quel-che-camus-non-ha-scritto–200414.shtml?uuid=ACz1tss