Jean-Luc Raharimanana«Quando avevo dodici, tredici anni, chiedevo a mio padre di raccontarmi il tempo della colonizzazione. Rispondeva solo “Vivi il tuo presente”, come dite voi oggi. Ribattevo: “Sei tu il mio presente! Tu, con i tuoi ricordi!”. La generazione dei miei genitori è stata traumatizzata, inizia solo ora a parlare di ciò che ha visto. È dovere di noi scrittori tramandare la memoria». Jean-Luc Raharimanana ha 46 anni, è malgascio, e non ha molto apprezzato l’osservazione della sua collega Azza Filali, tunisina, che chiedeva se mezzo secolo dopo l’indipendenza non fosse venuta l’ora di voltar pagina e cominciare a pensare al futuro.

Siamo a Babel, festival di letteratura e traduzione di Bellinzona, diretto dal poeta Vanni Bianconi. Per la sua ottava edizione, dedicata all’Africa francofona, Babel ha fatto una scommessa: invitare solo autori giovani e pressoché sconosciuti. «Solo così ci è sembrato possibile trovare scrittori con voce propria – afferma Bianconi –. In questi paesi la letteratura è spesso un prodotto da esportazione, segue le esigenze del mercato occidentale perché mancano case editrici locali e lettori che possano acquistare libri». Scommessa vinta: sono stati tre giorni di discussioni quanto mai appassionate e vitali attorno alla necessità della letteratura, della poesia e della storia.
In Africa raccontare il passato può avere il sapore di una ribellione. «Colonizzare è sradicare la memoria. Ho pubblicato 11 libri in francese, uno in tedesco e insegno ogni giorno in inglese, ma non posso leggere la lingua di mio nonno», afferma il camerunese Patrice Nganang, 43 anni, che nella storia cerca se stesso (in italiano si può leggere Tempi da cane, Tirrenia stampatori, protagonista un quadrupede di Yaoundé che riflette su libertà ed eguaglianza). «Ci insegnavano che prima dei bianchi c’erano i selvaggi. Dicevano che non avevamo storia, perciò non potevamo andare lontano. Poi ci ha pensato la dittatura a nascondere la realtà» continua Raharimanana. Nel suo primo romanzo, Nour, 1947, ha parlato del massacro del 1947, e ne è diventato una sorta di testimone. «Allora la potenza coloniale cominciava a mostrare le sue crepe. Dopo che i soldati malgasci avevano combattuto a fianco dei francesi contro i nazisti, parve loro naturale che venisse concessa l’indipendenza. Ma a Parigi il parlamento bocciò la proposta e il Madagascar si ribellò. La repressione fece 86mila morti. Ma nelle nostre scuole non si studia, e in Europa la realtà di ciò che abbiamo vissuto non è percepita». Tanto che la Francia ha cercato di affermare per legge gli effetti “positivi” della colonizzazione, imponendo pure di insegnarli nelle scuole (una norma votata nel 2005 e poi abolita). «Che amnesia! – esclama il rwandese Dorcy Rugabamba – chiedetelo agli indiani d’America, agli aborigeni australiani, agli africani quanto sia stata positiva la colonizzazione!». E poi aggiunge, sornione: «Ci si angoscia tanto per i pochi africani che ci sono in Europa, ma pensate a tutti gli europei che ci sono nel mondo!»
Il rifiuto degli ex colonizzatori di ammettere la portata dei crimini oltremare, la negazione della realtà operata dalle dittature che sono seguite, uniti alla difficoltà di diffondere conoscenze e letteratura in paesi dove pochi possono permettersi un libro (tanto che nelle biblioteche si posso vedere uomini intenti a ricopiarseli a mano) frena la possibilità di una vera elaborazione. «La sensazione è che manchino 50 pagine alla storia dell’Algeria e ciascuno di noi debba riscriverle» confida lo scrittore e giornalista algerino Kamel Daoud, 43 anni. «Alla letteratura sono arrivato perché amavo i racconti, e forse anche perché non c’erano libri: Il francese non è la mia lingua, dove vivevo non c’era l’elettricità, non c’era nulla. Ho trovato alcuni romanzi in francese. Là dove non capivo giocavo a indovinare. E quando arrivavo alla fine del romanzo m’inventavo altre trame a partire dai titoli della collana o fantasticavo sulle vicende del primo volume se avevo solo il secondo o il terzo. È per questo che oggi ho continuato la storia dello Straniero di Camus». È intitolato Mersault contre-enquête e sta per essere pubblicato in Algeria, da Barzakh. Daoud s’immagina il fratello dell’arabo ucciso: è in collera perché tutti parlano dell’assassino e nessuno della vittima, che non ha nemmeno un nome. «Io allora gli ho dato un nome. Deluso dalla sua vita e da ciò che ha seguìto l’indipendenza, alla fine del romanzo il fratello del morto si rende conto di assomigliare più all’omicida che alla vittima. Anche lui si sente straniero».
Sono tutti disillusi i personaggi di Daoud, che ha raccontato da giornalista la guerra civile. Quelli della Prefazione del negro (Casagrande, Bellinzona, € 14, in uscita) e il protagonista del racconto Il minotauro 504, pubblicato nell’Antologia di scrittori africani contemporanei (Cascio, Lugano, pagg. 75, €17, che raccoglie quattro autori presenti a Babel); potente narrazione della perdita dell’innocenza del contadino che arriva ad Algeri, e forse metafora del suo paese, svegliatosi dal sogno dell’indipendenza in una realtà equivoca, tentacolare e spietata a cui non può più dirsi estraneo.
Ed è ancora di un vuoto, storico ma soprattutto culturale e morale, che parla l’ultimo romanzo della scrittrice tunisina Azza Filali: Ouatann (edito a Tunisi da Elyzad). Qui Rached difende d’istinto una ragazzina stuprata da un poliziotto. Incarcerato per rappresaglia e poi liberato, disconosce il suo atto con chi lo ammira, ringhiando che era ubriaco e non sapeva quel che faceva. Il senso del romanzo, metafora della Tunisia pre-rivoluzione, lo ha ben riassunto il poeta Franco Buffoni: «Rached compie un atto generoso, poi se ne pente perché non capisce più perché lo ha fatto. Spinto da un impulso, quando riflette razionalmente non trova un aggancio culturale, politico, che giustifichi il suo agire. È lo specchio di una società che non ha più valori comuni, in cui nessuno si riconosce». «Sbagliavo – dice Filali – la rivoluzione lo ha dimostrato. Nonostante tutto ora mi sento a casa mia in Tunisia, che non vuol dire che mi senta in pace. Ma si è a casa propria quando si può dire ciò che si pensa», afferma, riferendosi alla censura al tempo di Ben Ali.

Lara Ricci

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