Carlo Lucarelli, Pasolini e la sua morte, un segreto tutto italiano

LUCARELLI

 Ci sono incontri che nella vita di ognuno di noi sono determinanti, ma lì per lì non ce ne rendiamo conto e, soltanto dopo, quando è ormai troppo tardi, capiamo che ci hanno lasciato qualcosa, “delle radici, di quelle che se ne stanno sotto le foglie e che percepisci concretamente solo quando ci inciampi” – come spiega lo scrittore Carlo Lucarelli in P.P.P. Pasolini, un segreto italiano (Rizzoli), un romanzo-inchiesta dedicato agli anni più recenti della nostra storia recente, ma soprattutto al grande poeta, scrittore e regista brutalmente assassinato all’idroscalo di Ostia quarant’anni fa.

“È come se la sua faccia, la sua magrezza, ce le avessi avute davanti da sempre, prima di sapere come era fatto, perché mi è sempre sembrato che le sue parole avessero una fisicità vera, di uno che stava lì davanti, a dirle con la voce, la sua sola voce”, spiega Lucarelli, “per questo parlo di incontri come se lo avessi fisicamente conosciuto”.

Era un ragazzino di provincia (ma non provinciale), “che viveva a Faenza e che percepiva soltanto un’eco lontana di quello che succedeva nel resto del mondo”, quando sentì parlare per la prima volta di Pasolini, da lui chiamato (e non solo da lui) più semplicemente P.P.P. In uno dei suoi tanti momenti passati sul letto, “a pancia in giù, sollevato sui gomiti”, inizia a leggere Il Tempo Illustrato, al quale Pasolini aveva collaborato tra il 1968 e il 1970.

Questo, ovviamente, lui non poteva saperlo, ma in quell’estate del 1973 rimase subito colpito da quelle sue frasi impenetrabili e rabbiose, ma comunque molto attraenti. Erano tutte di Pasolini, scritte con un tono “un po’ aulico e un po’ trombone”, in cui era capace di mettervi subito dopo una parola e di cambiare il tutto. Da quel momento, e via via con gli anni, Lucarelli capì, grazie a Pasolini al noto giallista Giorgio Scerbanenco – che, per puro caso, aveva anche lui la sua stessa faccia e una sua particolare magrezza – di voler seguire quello che succede, immaginando quello che non si sa o che si tace, rimettendo insieme i pezzi disorganizzati e frammentari, ristabilendo la logica dove regnano l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Il mistero, appunto, quello di cui fa parte il suo mestiere e l’istinto dello stesso.In quegli anni in Italia venne introdotto il nuovo diritto di famiglia, lo Statuto dei lavoratori e confermata la legge sul divorzio; venne emanata la normativa sull’interruzione volontaria di gravidanza, la legge sull’obiezione di coscienza e la legge Basaglia e poi, “c’era Giorgio Gaber”. Oltre a questo, purtroppo, il nostro era un Paese violento, con quasi cento organizzazioni che praticavano la lotta armata e provocavano quasi ogni giorno tante vittime, della politica e della mafia.

“Sono quegli anni lì, in cui succedono anche tante cose belle, ma dove è facile ammazzare chi non la pensa come te, chi ritieni un nemico da eliminare e punire, o anche solo chi ti sta antipatico e non ti piace. Per come parla o scrive, per come vota, per quello che fa o quello che è”.

Pasolini era uno di questi. Quando muore, il 2 novembre del 1975, Lucarelli ha quindici anni ed è sconvolto da quella foto presente su tutti sui giornali. “Ecco, io credo che a farmi così male in quella fotografia di p.p.p. massacrato in quel modo sia stato proprio il suo naso storto. Tutto in quella foto era osceno: la canottiera nera di sangue e terra arrotolata sulla pancia schiacciata, i capelli a ciocche appiccicate alla te­ sta, quell’espressione che hanno i bambini quando riemergono da un tuffo nell’acqua troppo fredda. Però, se ci ripenso, la cosa che mi dà più fastidio ricordare, che mi fa più male, è quel naso spezzato, piegato da una parte”.

A volte, spiega, basta una semplice fotografia per capire immediatamente che una vicenda criminale diventerà e resterà un mistero, correggendo, pagine dopo, la parola ‘mistero’ con la parola ”segreto”. “La morte di Pasolini è stata ed è uno dei tanti segreti italiani“, un caso che all’epoca, poco dopo l’accaduto, venne chiuso perché ritenuto “uno dei tanti incidenti, una manifestazione di violenza nell’ambiente omosessuale”, come disse il poeta Nico Naldini, cugino di P.P.P., “perché così muoiono gli omosessuali”. Stando infatti ai primi atti del processo, ad ucciderlo fu l’allora diciassettenne Giuseppe Pelosi, un ragazzo di vita abbordato dal poeta a Piazza dei Cinquecento, a Roma.

Ma come ha fatto un ragazzino alto poco più di un metro e settanta e che pesava solo sessanta chili ad ammazzarlo come si disse e si scrisse, “da solo”? Lucarelli se lo è domandato più volte. “Era soprannominato Pino la Rana, mica Pino il Gorilla, Pino Katanga, o Pino er Mastino”. Pasolini era sicuramente più vecchio, ma i suoi cinquantatré anni li portava parecchio bene: era muscoloso, in forma, allenato dalle partite a calcio e anche da un certo interesse per le arti marziali. Era un uomo abituato a difendersi dal momento che molte delle presentazioni dei suoi libri e dei suoi film finivano spesso in risse provocate dai suoi denigratori.

È strano, poi, come è messo Pelosi quando si fa arrestare dai carabinieri visto quello che ha fatto: ha una macchiolina di sangue sul polsino, una sui calzoni e un po’ sotto una suola, più una piccola escoriazione alla fronte. Niente di più? Eppure, in base a quanto fu detto dopo il suo pestaggio e il suo omicidio, Pelosi massacrò p.p.p. da solo. Senza concorso di ignoti.

All’epoca dei fatti, Lucarelli era – come si definisce nel libro – un ragazzo che immaginava molto, ma che non pensava poi più di tanto. Per anni si disinteressò a Pasolini ed accettò che la sua morte fosse avvenuta in quel modo, cioè tramite Pelosi. Poi, più tardi negli anni, si innamora di lui dopo aver visto uno spezzone di Comizi d’amore, in cui parlava di sesso con i bambini. “Lo faceva con una tale naturalezza e un tale candore – avrebbero potuto essere domande loro – con una tale tenerezza che da allora mi si è stampata in testa così, quella voce gentile, e non va più via”. Da quel momento ha iniziato a studiarlo e a cercare di capirlo il più possibile, e a cercare di capire qualcosa in più anche della sua morte.

“Per me è stata una sorpresa scoprire che p.p.p. potesse essere così odiato”, dice Lucarelli, concetto quest’ultimo, ribadito molte altre volte nella sua fortunata trasmissione televisiva, ”Blu Notte”. Dal 1949, infatti, quando viene denunciato per i ragazzini di Casarsa, nel suo Friuli, fino al marzo di quello stesso 1975, non c’è stato anno o mese in cui p.p.p. non fosse trascinato in tribunale, dal pretore o in caserma. Soltanto per i suoi film viene denunciato 33 volte. Era un personaggio scomodo, un frocio, un comunista e un intellettuale che andava eliminato, spiega l’autore, ricordando anche quanto aveva scritto in proposito sulla rivista Micromega assieme all’amico Gianni Borgna, cui il libro è dedicato (“Questo libro avrei dovuto scriverlo con lui. Sarebbe stato un libro diverso, naturalmente”).

Dopo le nuove confessioni di Pelosi, fatte trent’anni dopo a Lorenza Foschini nella sua trasmissione, Lucarelli e Borgna decisero di scrivere quel lungo articolo in cui fecero una ricostruzione minuziosa, attraverso fatti e testimonianze, di quel 2 novembre 1975 e delle incongruenze delle ricostruzioni ufficiali e ufficiose che vorrebbero spiegare l’omicidio.

Quello di Pasolini è stato un delitto politico. Lucarelli (e Borgna) non ha nessun dubbio. P.P.P., visto anche quanto scritto in Petrolio, venne “ammazzato con un agguato programmato per uccidere da gente che lo odiava per quello che era, per quello che aveva fatto e per quello che stava facendo”. Non il poeta, quindi, né il letterato, ma quello della narrazione civile che confessò di sapere e che per questo andava fatto fuori meritandosi di finire la sua vita da protagonista non di un film né di un altro tipo di spettacolo, ma di un segreto. Tutto italiano.

http://www.huffingtonpost.it/giuseppe-fantasia/carlo-lucarelli-pasolini-e-la-sua-morte_b_8302298.html?utm_hp_ref=italia-culture


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