Una volta non amavamo i libri

Li leggevamo per imparare delle cose e per senso civico: solo nel Settecento ha prevalso il rapporto personale con la lettura, e con gli scrittori

Despairing Woman

Un’incisione di G Periam da un dipinto di Edwin Henry Landseer che illustrava il romanzo “Clarissa, Or The History Of A Young Lady” di Samuel Richardson (1689 – 1761) (Hulton Archive/Getty Images)

Un articolo del settimanale New Yorker ha raccontato qualche mese fa il libro “Loving Literature: A Cultural History” (2015, University of Chicago Press) della professoressa d’inglese Deidre Shauna Lynch dell’Università di Harvard, che spiega come il rapporto che abbiamo con la letteratura – che rende leggere un’attività “privata e passionale” – abbia a un certo punto rimpiazzato un’idea della lettura come operazione “razionale e votata al senso civico”, idea che caratterizzava la cultura occidentale fino alla metà del diciottesimo secolo.

Oggi l’idea più diffusa riguardo alla letteratura è che leggere sia un’azione individuale ed emotiva, un genere di relazione intima tra il lettore e il contenuto del libro e il suo autore. L’amante della lettura, insomma, è colui o colei che prova il piacere di leggere e che crea un collegamento sentimentale tra sé e quello che legge e chi scrive, tra il proprio presente e il tempo raccontato nel libro o vissuto dall’autore/autrice.

Ma secondo l’autrice del libro c’è stato a metà del Settecento un cambio di atteggiamento nel rapporto con la letteratura, dovuto alla nascita del“Literary Canon” (canone letterario) con cui si sono cominciati a raccogliere gli scritti ritenuti più importanti della prosa e della poesia in lingua inglese, un’antologia di opere del passato la cui lettura era ritenuta fondamentale per lo studio scolastico o per gli intenditori che volessero sviluppare il proprio gusto letterario.
Un’altra ragione del passaggio dall’approccio retorico e civile – in cui gli autori appartengono al presente e “la poesia si offre ai lettori non come oggetto d’amore, ma piuttosto come una fonte d’istruzioni per parlare correttamente […] e quindi per corteggiare gli oggetti d’amore e farsi strada nel mondo” – a quello più sentimentale e intimo venne dalla sentenza inglese Donaldson v. Beckett, che nel 1774 modificò le regole del diritto d’autore derogando al sistema del copyright perpetuo in favore del “dominio pubblico”, un concetto che legittimava l’idea secondo cui i libri più celebri e importanti della storia letteraria in lingua inglese appartenessero all’eredità culturale di tutti i britannici.

Lo sviluppo del canone letterario cambiò la relazione del pubblico con la letteratura e spostò l’attenzione dal presente al passato, rendendo la lettura un’attività intrinsecamente nostalgica. Nella precedente cultura della retorica – ha scritto Joshua Rothman sul New Yorker – gli scritti più importanti erano quelli più attuali e i lettori “più bravi” li utilizzavano per migliorare la propria oratoria, mentre nel nuovo approccio romantico il lettore – come spiega la professoressa Lynch – “si sforza di colmare la distanza tra sé e l’altro, tra ora e allora” attraverso una serie di valori universali. L’universalità è un elemento fondamentale dell’approccio moderno alla letteratura, perché in quest’ottica le opere migliori sono quelle che sono sopravvissute alla propria epoca e i lettori “più bravi” sono quelli in grado di cogliere le impressioni provenienti da altri tempi e luoghi e di intrattenere relazioni individuali con gli “spiriti affini” di altre epoche. In questo senso, come scrive la professoressa Lynch, il canone letterario finisce per essere “uno spazio culturale postumo”.

Negli anni in cui questa nuova concezione cominciò a diffondersi, i critici obiettarono che avrebbe portato a una personalizzazione della letteratura, per cui i sentimenti e le relazioni costruite con l’autore sarebbero diventati più importanti della qualità del libro. In effetti, la tendenza al culto delle personalità letterarie ebbe inizio proprio in epoca vittoriana, quando i lettori cominciarono a visitare le case degli scrittori defunti per rendere loro omaggio e i termini romantici delle relazioni umane (amore, infatuazione, intimità, identificazione, ossessione, devozione, perfino odio) cominciarono a essere utilizzati anche con riferimento alla lettura.

Nel suo studio, Deidre Shauna Lynch cerca di analizzare questo coinvolgimento emotivo nei confronti dei libri e spiega che “amare la letteratura” è un concetto molto complesso, che va oltre i luoghi comuni e riguarda un gran numero di fattori legati all’individuo e ai sentimenti. La sua ricerca di una definizione esamina anche il suo stesso ruolo di professionista degli studi letterari, costretta allo sforzo di tenere separati l’amore per la letteratura e le sensazioni intime che si traggono nel leggere, dall’attività puramente intellettuale e analitica dello studioso. In una recensione del libro pubblicata sul Times Higher Education, la professoressa d’inglese Deborah D. Rogers dell’Università del Maine, riferendosi all’opera della collega, conclude che “l’amore per la letteratura non è altro che un telaio a cui appendere le idee”.

http://www.ilpost.it/2015/10/15/amare-i-libri/


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