99/2014: Herman Melville, Bartleby lo scrivano, Abramo 2000, pag 71

Herman Melville, Bartleby lo scrivano, AbramoAAA cercasi. Siamo a New York. L’anno non è precisato, ma lo svolgersi del racconto si potrebbe collocare attorno al 1853, proprio l’anno della pubblicazione. L’avvocato titolare di uno studio legale di Wall Street (la via del muro), che è poi il narratore della storia, pubblica un’inserzione per la ricerca e l’assunzione di un impiegato nel suo studio con funzioni di copista. Un bel mattino d’estate, la porta dell’ufficio era aperta, sulla soglia si presenta un giovane, immobile. Una figura, così sbiadita nella sua decenza, miserabile nella sua rispettabilità e così disperata nella sua solitudine. È Bartleby. Così ce lo descrive il narratore. Scambiate poche parole sulle sue competenze, lo assume, contento di quell’aria così tranquilla che spera abbia una buona influenza sugli altri tre impiegati dello studio: Turkey (il Tacchino) natura turbolenta, Nippers (Chele o Pince-nez), natura irascibile, e da ultimo Ginger Nut (Zenzero), un ragazzo di dodici anni che funge da fattorino, così chiamato perché rifornisce gli impiegati comprando biscotti allo zenzero per la loro colazione. Bartleby smaltisce una quantità impressionante di copiature. Lavora giorno e notte con il sole o al lume di una candela. Il nostro narratore ne è soddisfatto ma vorrebbe che non scrivesse così meccanicamente, pallido e silenzioso; gli piacerebbe allegramente solerte. Ma un giorno si presental’esigenza di collazionare una pratica legale, lavoro noioso da svolgere, lavoro di precisione e attenzione perché si tratta di verificare parola per parola gli atti della pratica. Il narratore chiama Bartleby e gli chiede di poterla verificare insieme. – Preferirei di no –. Il tono è fermo e dolce. Il narratore sorpreso e costernato gli ripete la domanda e la risposta è sempre: – Preferirei di no –. Nei giorni seguenti, di fronte ad altre richieste che non siano quelle del suo lavoro di copista, Bartleby oppone sempre il leitmotiv: – Preferirei di no –. Lo sconcerto del nostro narratore è sempre maggiore di fronte a questa figura che si eleva a perturbante, una sorta di demone, così lo percepisce il narratore. Combattuto tra pietà ed esasperazione, scopre che Bartleby non ha casa, né amici, si nutre di qualche biscotto e null’altro. Lo sprona ancora, ma la risposta è sempre, con voce calma e dolce: – Preferirei di no –. La situazione precipita. Bartleby vive nello studio anche di notte, il narratore lo scopre e ancor più esasperato lo licenzia e trasferisce lo studio a un altro indirizzo pensando di essersi liberato da quella presenza perturbante; invano. I nuovi inquilini del vecchio studio si presentano al narratore riferendogli che di fronte alla resistenza di Bartleby di non lasciare lo studio, sempre con la solita risposta – Preferirei di no –, lo hanno denunciato per vagabondaggio. E il povero Bartleby finisce in prigione (la prigione di New York è chiamata Le Tombe). Il narratore lo va a trovare e commosso da quella figura emaciata e assente dà dei soldi al vivandiere per far sì che Bartleby abbia almeno un pasto decente. Anche di fronte a questo atto Bartleby proferisce la solita frase: – Preferirei di no –. E lentamente si lascia morire d’inedia. Herman Melville alla fine del racconto ci fornisce un piccolo dato su Bartleby: aveva lavorato in precedenza alle poste nell’ufficio delle lettere smarrite o non consegnate (dead letters). Che Bartleby sia una di quelle?Bartleby lo scrivano è uno dei racconti più inquietanti e insoluti, un enigma, della letteratura americana. E anch’io come Bartleby dico: – Preferirei di no –, di non dare alcuna mia personale interpretazione. Mi limito a raccomandare vivamente questo racconto a lettori curiosi desiderosi di svelare il possibile mistero che adombra il personaggio Bartleby.

Scheda di CARLO MARTEGANI

http://scaffalesegreto.hoepli.it/bartleby-lo-scrivano-di-herman-melville


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