101/2014: Jonathan Gottschall, L’istinto di narrare, Bollati Boringhieri 2014, pag 249

Jonathan Gottschall, L'istinto di narrareIn un dialogo immaginario sul ruolo della letteratura tra due personaggi insoliti – l’emisfero sinistro, quello razionale e l’emisfero creativo destro del cervello – la voce “giovane” ed entusiasta invita l’altra, quella “anziana” che parla con regolarità e padronanza di sé, a unire le forze per condurre la stessa battaglia, quella dell’umanista. Alla richiesta di definire la parola umanista il giovane risponde: “ Ė il contrario di barbaro”, che con una metafora tratta dal mondo vegetale viene definito come colui che “dà l’idea di granito, di inamovibilità, di ancoraggio, di inalterabilità. Sembra quasi che nell’uomo la barbarie sia una nostalgia dello stato minerale”. La letteratura, al contrario, è vitalità e “fa vedere ciò che fluttua, ciò che è impreciso, la diversità, la pluralità, l’ambiguità, il paradosso e la contraddizione. Sottolinea come ciò che è avrebbe potuto non essere o potrebbe diventare qualcos’altro. A differenza del granito, la letteratura è gassosa e confonde le piste”. In breve, la letteratura traccia la via dell’umanesimo e fornisce le armi contro la barbarie.

In questo testo inedito sul tema “Perché leggere narrativa?”, l’autore [1] ribalta la domanda e la trasforma in “Perché non leggere narrativa?”, dal momento che leggere è l’azione solitaria che collega ognuno a tutti: le esperienze letterarie sono essenziali in quanto aiutano le persone a disfarsi di illusioni e pregiudizi, forse anche ad affinare l’ingegno e le aiutano  a progredire con i metodi propri della conoscenza per empatia e della conoscenza per immaginazione.

L’efficacia e l’incisività di queste riflessioni sulla letteratura è rafforzata dall’ originalità della struttura dialogica del testo che, per il suo contenuto, riflette appieno le voci del dibattito sul perché le democrazie hanno oggi bisogno della cultura umanistica (vedi Martha Nussbaum[2]) e sulla stretta relazione tra uomo e narrazione, che affonda le sue radici nelle basi biologiche e nei processi neurologici più profondi del nostro cervello.

Raccontare storie è dunque un istinto umano fondamentale: è questa la tesi che si propone di dimostrare lo statunitense Jonathan Gottschall,  con il suo libro L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani  edito da Bollati Boringhieri  (è utile segnalare il titolo originale The storytelling animal. How stories make us human dove la parola istinto in realtà non c’è…). L’autore, rappresentante autorevole del darwinismo letterario, espone, in modo accattivante e personale, con incursioni nel privato e sotto forma di racconto di racconti, la sua idea per spiegare come si sia sviluppata nell’uomo la capacità di narrare. Prendendo a fondamento le ricerche più avanzate nell’ambito della biologia e delle neuroscienze,  Gottschall cattura il lettore con le sue storie sul perché si raccontano storie, mentre si addentra nella “vasta terra incognita dell’Isola che non c’è” – quella che William Matthew Barrie, il creatore di Peter Pan, ha denominato Neverland – per esplorare l’enigma della finzione, ossia il mistero dell’inspiegabile istinto a narrare dell’uomo, e spiegare perché viviamo sempre e comunque immersi nei racconti.

Denso di suggestioni e corredato da illustrazioni che esemplificano la narrazione, il libro è suddiviso in capitoli, pieni di grandi osservazioni e di intuizioni incredibili (vedi Paul Bloom), con puntuali rimandi teorici che forniscono una panoramica sugli studi e sul più recente dibattito sullo storytelling.

Tenendo conto dei nuovi strumenti di indagine e da nuovi modi di pensare offerti dalle convergenze tra discipline scientifiche e discipline umanistiche, il libro tratta – come spiega lo stesso autore nella Prefazione – di come le storie saturino le nostre vite.  Per capire quanto le storie siano il nostro  ambiente naturale, viene suggerito al lettore di aprire un libro che narri una storia, uno qualsiasi, e prestare attenzione all’effetto che sortisce su di noi. Non mancano esempi concreti tratti da pagine letterarie a dimostrazione del connubio testo-lettore: le parole di un testo sono inerti e per essere portate in vita hanno bisogno di un catalizzatore, ossia dell’immaginazione di chi legge o, si può aggiungere, di chi guarda. Se, infatti,  oggi lo schermo spesso prende il posto della pagina scritta, la quantità di  tempo e il coinvolgimento per opere di finzione  restano comunque alti.

Quale il motivo dello strano e ammaliante potere delle storie? La finzione narrativa – dai giochi di immedesimazione del bambini (facciamo finta che…) alle fiabe, alle opere letterarie, alle serie televisive –  è incentrata sui problemi e sugli sforzi di uno o una protagonista per ottenere ciò che desidera. L’inferno è amico delle storie, afferma Gottscall, prendendo a prestito una affermazione di Charles Baxter, a sua volta autore di un saggio sull’argomento, per evidenziare come il conflitto drammatico sia elemento di fondo della finzione narrativa.

La finzioni narrative di tutto il mondo – analogamente a quanto avviene per le lingue umane, come ha dimostrato Noam Chomsky – hanno in comune alcuni principi costitutivi di base: una grammatica universale, una struttura profonda che non riguarda solo lo scheletro ma anche i nuclei tematici. Le storie si focalizzano sulle grandi difficoltà del vivere. Per questo motivo, non rischiano mai di annoiare. Sono come il volto umano, spiega l’autore, ricorrendo a un efficace paragone: per quanto i visi siano simili, tra l’uno e l’altro  ci sono sempre differenze significative e alcuni possono colpirci in modo particolare per la loro bellezza o unicità. Allo stesso modo le storie.

Che cosa ci accade mentre viviamo un’esperienza finzionale? Studiate a livello neurale, le  risposte alla finzione narrativa hanno mostrato che la mente umana si attiva e determina nuove connessioni neurali, preparando le vie nervose che regolano le nostre risposte alle esperienze di vita reale. Le storie si comportano come simulatori di problemi.

In breve, l’idea di fondo del libro è esplicitata da Gottschall nell’affermazione: “La finzione, espressa con qualunque mezzo narrativo, è un’antica e potente tecnologia di realtà virtuale che simula i grandi dilemmi della vita umana”. Per questo motivo guardando un film o leggendo un racconto, accade la stessa cosa: si genera empatia, ossia una capacità di immedesimazione negli stati psicologici degli altri. Anche se ai neuroni specchio vengono attribuite funzioni, secondo recenti studi condotti negli Stati Uniti, mai sperimentalmente dimostrate, l’idea è potente in quanto, aggiunge  Gottschall: “La finzione consente al nostro cervello di fare pratica con le reazioni a quei generi di sfide che sono, e sono sempre state, le più cruciali per il nostro successo come specie”.  E l’attitudine alla simulazione è attiva anche nelle ore di sonno: tutte le  persone sognano e fantasticano. Per questo l’esperienza offerta dalle narrazioni è destinata a evolversi: “Il futuro è cibernetico?”, ossia orientato in senso ludico-estetico verso scenari fantascientifici con risorse delle nuove tecnologie, si chiede in chiusura l’autore. La sua risposta è ottimista: le storie non usciranno mai  dalle nostre vite. Basta perdersi in un romanzo, per capirlo.

di Lina Grossi

http://www.insegnareonline.com/rivista/oltre-lavagna/istinto-narrare-jonathan-gottshall


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