Nel XVIII secolo, anche se la Spagna aveva raggiunto l’unità dello Stato due secoli prima, c’erano meno scambi commerciali nella penisola che nel XVI secolo! La preponderanza della nobiltà latifondista e l’influenza reazionaria della chiesa cattolica avevano impedito qualsiasi tentativo dell’incipiente borghesia di realizzare una riforma economica e sociale. I rapporti tra le diverse province erano limitati, le strade erano trascurate e in alcuni casi abbandonate. Questa situazione ha permesso la coesistenza di uno Stato centrale e di tanti particolarismi locali.

Con la perdita dell’impero, sulle ali della Rivoluzione francese, la nascente borghesia, ancora molto debole, diede luogo nel XIX secolo ad una serie di rivoluzioni e controrivoluzioni che cambierà poco lo status quo. Infine, negli ultimi decenni del secolo, assistiamo alla comparsa di un proletariato forte e organizzato che convince definitivamente la borghesia che è meglio allearsi con la nobiltà e il clero: il risultato è che la Spagna nel XX secolo non ha ancora realizzato una riforma agraria che permetta uno sfruttamento razionale delle terre e non ha unificato economicamente il paese.

 

L’origine del nazionalismo basco

Il primo partito nazionalista basco, il Pnv (Partito nazionalista basco) nasce come reazione della piccola borghesia urbana e dei piccoli proprietari di terre (gli Jauntxos) rovinati ambedue dallo sviluppo della grande industria metallurgica basata sullo sfruttamento delle miniere, dalla creazione di un’industria pesante, di un forte sistema finanziario e dell’apertura al mercato mondiale.

Nel 1895 il suo fondatore, Sabino Arana, scriveva: “Magari Bizkaia fosse povera e avessimo solo campi e bestiame. Allora saremmo patrioti e felici.”

È importante segnalare che la grande borghesia basca non era per nulla nazionalista, ma anzi giocava un ruolo fondamentale nell’incipiente rivoluzione industriale e nella finanza spagnola. (cinque delle sei più grandi banche della Spagna all’inizio del secolo erano basche).

Da parte sua il movimento operaio organizzato, consolidatosi attorno al 1880, aveva una posizione internazionalista e di classe, comprendendo perfettamente come la demagogia nazionalista, che anteponeva l’oppressione dello Stato centrale a quella di classe, era una trappola per i lavoratori.

Sabino Arana, il fondatore del nazionalismo basco, dimostrava il suo profondo razzismo quando affermava che: “ll Vizcaino degenera se entra in contatto con gli estranei, lo Spagnolo invece ha bisogno ogni tanto di un’invasione per essere civilizzato”.

I padroni delle miniere di Bilbao, che usavano largamente manodopera immigrata, organizzavano squadre di lavoro divise per regione e fomentavano le rivalità tra di esse. In questo modo aumentavano il ritmo del lavoro senza pagare di più e mantenevano divisi i lavoratori.

In tutta la sua storia, il nazionalismo della piccola borghesia basca non le ha impedito di arrivare a vantaggiosi accordi con le altre borghesie dello Stato spagnolo. Ciò fu chiarissimo in occasione della guerra civile. Mentre il golpe militare di Franco veniva bloccato dalla reazione dei lavoratori in gran parte dello Stato, la borghesia basca “repubblicana” a parole pensava a come difendere meglio le sue proprietà. In Alava e Navarra il Pnv appoggiò il golpe. D’altronde più volte in passato si erano alleate con le reazionarie milizie carliste contro il movimento operaio navarro.

A San Sebastian e a Bilbao il golpe militare aveva perso di fronte ai lavoratori. Il governo basco, presieduto dal Pnv, “organizzò la difesa”, pensando in realtà a come arrivare a un accordo coi generali insorti. In pochi mesi il Paese Basco cadde e le industrie della borghesia di Bilbao, tutte intatte e difese dal governo basco, passarono nelle mani di Franco pronte a produrre armi per schiacciare i lavoratori spagnoli.

Franco però non ebbe nessun riguardo nei confronti della borghesia nazionalista. Nel discorso del primo sindaco di Bilbao, José Maria de Areilza, troviamo queste parole: “Ci sono stati, senza dubbio, vincitori e vinti. Ha vinto la Spagna una, grande e libera. È caduto, vinto per sempre, quell’orribile e sinistro incubo che si chiama Euskadi (…). Biscaglia è di nuovo parte della Spagna per pura e semplice conquista militare”.

 

La repressione rafforza il nazionalismo

Il franchismo perseguitò qualsiasi espressione della cultura e della lingua delle diverse nazionalità. Così facendo creò le condizioni per un ritorno generalizzato alla lingua e alla cultura basca, catalana e galiziana. Due generazioni dopo la vittoria nella guerra civile le aspirazioni dei baschi all’autodeterminazione contavano su un appoggio massiccio non solo nel paese basco, ma anche nel resto dello Stato spagnolo.

Negli anni ’70 il possente movimento di scioperi, che culminò con la caduta del franchismo nel 1977, difendeva assieme alla richiesta di libertà politiche e sindacali, il diritto all’autodeterminazione per le nazionalità oppresse e l’amnistia per tutti i prigionieri politici, inclusi quelli dell’Eta, (Terra basca e libertà) il movimento terrorista nato nel 1959 tra i giovani radicalizzati del Pnv.

È importante segnalare che in questi anni furono i lavoratori e non le azioni terroriste a mettere in scacco la dittatura franchista. Anche l’azione più clamorosa dell’Eta, l’uccisione dell’Ammiraglio Carrero Blanco nel 1973, il delfino del dittatore, non impedì al regime di continuare ad accrescere la repressione. Perfino dopo la morte di Franco, il 20 novembre 1975, il regime si preparava ad andare avanti con qualche cambiamento di facciata. Ma a quel punto la classe operaia entrò in scena. Dal gennaio 1976 milioni di lavoratori entrarono in sciopero in tutto lo Stato. Gli arresti e i morti nei cortei si moltiplicarono, ma non intimidirono, al contrario, dettero più forza al movimento. Dopo tre mesi di scioperi, che in alcuni casi, come a Vitoria, si avvicinavano ad un clima insurrezionale, la borghesia fu costretta a fare delle concessioni. Il presidente del governo, Arias Navarro (già capo della polizia), fu sostituito da Adolfo Suarez, un giovane burocrate del partito franchista, che fu incaricato di trattare coi partiti e i sindacati illegali le condizioni della transizione.

Queste trattative, nelle quali purtroppo i dirigenti dei partiti operai fecero tutta una serie di concessioni, non avrebbero portato a niente se non fosse stato per la mobilitazione nelle strade. Ogni spazio di libertà fu conquistato coi denti. L’amnistia per i prigionieri dell’Eta fu ottenuta a ridosso delle prime elezioni democratiche nel giugno 1977, dopo settimane di mobilitazione e decine di morti in scontri con la polizia.

In quelle elezioni il Psoe (Partito socialista operaio spagnolo, il partito operaio tradizionale) fu la forza politica più votata nel Paese Basco.

Il Pce (Partito comunista spagnolo), che in clandestinità aveva una struttura molto più solida del Psoe, pagò duramente nel Paese Basco il suo ruolo di “pompiere” nelle mobilitazioni del 1977; mentre nel resto del Paese prendeva il 10% dei voti, in Euskadi arrivava appena al 3%.

 

I dirigenti del Psoe e del Pce rifiutano il diritto all’autodeterminazione

Prima il Pce e poi anche il Psoe accettarono le pressioni della borghesia e abbandonarono la difesa del diritto all’autodeterminazione, aprendo il fianco alle critiche del movimento nazionalista. Appoggiarono la nuova Costituzione, che contempla la proprietà capitalista del mezzi di produzione e rifiuta il diritto all’autodeterminazione delle diverse nazionalità, riconoscendo il ruolo dell’esercito come “garante dell’unità della patria”. Inoltre accettarono i patti sociali proposti dal governo e dal padronato, imbrigliando il movimento operaio, che tra il 1975 e il 1979 aveva ottenuto grosse concessioni salariali e sulle condizioni di lavoro.

Abbandonando la difesa del diritto all’autodeterminazione, permisero che la reazionaria borghesia basca si presentasse alla loro sinistra. Ci fu una correlazione tra la frustrazione delle aspirazioni rivoluzionarie dei lavoratori baschi e di tutto lo Stato e la ripresa degli attentati e dell’appoggio alle forze nazionaliste e al movimento terrorista. Così, nel 1979 in occasione delle seconde elezioni politiche il Pnv, ottenne il maggior numero di voti superando il Psoe. Il Pce ebbe un risultato deludente. Lo scontento venne capitalizzato in gran parte da una nuova formazione: Herri Batasuna (Unità popolare), che si presentò come la terza forza politica dopo il Pnv e il Psoe.

L’appoggio al terrorismo, come unica risposta possibile alla repressione poliziesca e alla negazione del diritto all’autodeterminazione, crebbe lungo gli anni ’80, con un momento di pausa solo nel 1982, quando il Psoe, con più di 10 milioni di voti, vinse le elezioni generali, destando grandi speranze.

 

Il governo Psoe e Euskadi

Se il Psoe avesse permesso di esercitare il diritto all’autodeterminazione nel contesto di un programma per la trasformazione socialista della società la posizione indipendentista in nessun caso avrebbe superato il 20-30% dei voti. Così non fu, anzi il Psoe avviò subito un massiccio programma di privatizzazioni di industrie pubbliche e di controriforme nelle leggi del lavoro.

La borghesia utilizzò il Psoe per portare avanti una politica che nessun altro governo avrebbe potuto fare. In quegli anni la distribuzione del reddito nello Stato si spostò fortemente verso il capitale. Per quello che riguarda il Paese Basco il Psoe mise in atto una politica fatta di promesse e repressione senza nessuna concessione reale. Infine provò ad utilizzare contro l’Eta i metodi della guerra sporca. Il risultato fu una campagna sempre più cieca di attentati da parte dell’Eta. Ad ogni azione dei GAL (una sigla di copertura per le azioni della polizia e dei mafiosi contrattati dal Ministero degli interni spagnolo) le strade basche si riempivano di giovani radicalizzati che gridavano “Psoe uguale SS”.

Dopo 26 morti, avendo ottenuto un risultato contrario a quello voluto, il GAL fu messo da parte, ma ciononostante giocò un ruolo importante nella crisi del Psoe, facendogli perdere le elezioni nel 1996.

Nel frattempo l’Eta aveva fatto attentati come quello del supermercato Hipercor a Barcellona, dove morirono 15 clienti, e quello contro la caserma della Guardia Civil di Vic, dove morirono alcuni figli delle guardie. L’ambiente di appoggio verso le rivendicazioni dei baschi nello Stato spagnolo era ormai cosa del passato. Cresceva invece lo stupore, l’astio e anche il rifiuto. Ormai dopo 40 anni di “lotta armata” o più esattamente di terrorismo individuale, è innegabile come esso non abbia ottenuto nessuno degli obiettivi che si proponeva, ma proprio il contrario.

Ciò è stato dimostrato più volte. Negli ultimi tre anni, la campagna di attentati contro il Pp (il partito di destra che ha oggi il governo di Madrid) ha fatto di questa formazione, in passato senza base né influenza, la seconda forza politica di Euskadi dopo il Pnv.

I seguaci della lotta armata sognano di mettere in scacco lo Stato borghese, qualcosa mai successo in due secoli di lotta di classe e lasciano alle masse un ruolo secondario di appoggio e copertura. Questa loro concezione nasce della mancanza di fiducia nella capacità delle masse di trasformare la società.

Disprezzano il lavoro paziente e difficile dei marxisti, gomito a gomito coi lavoratori e i giovani proponendo come alternativa l’attentato eclatante e decisivo. Ma, come in Irlanda, Italia e Germania, per non parlare dell’America Latina, l’esperienza basca dimostra che il terrorismo individuale è frutto della disperazione e dell’impazienza ed è impotente nel risolvere i problemi che ci affliggono.

Più volte singoli militanti del nazionalismo radicale sono arrivati a conclusioni simili. In più di un’occasione ciò ha provocato scissioni e a volte morti, come dimostra l’assassinio di Yoyes, una ex militante di Eta, ammazzata con l’accusa ignobile di essere confidente della polizia.

 

Indipendenza o socialismo?

Gli abertzali (patrioti) identificano indipendenza con capacità di decidere del proprio destino. Ma quale capacità reale di decisione avrebbero i lavoratori dipendenti e le loro famiglie in una Euskadi indipendente, nella quale le fabbriche, le banche e le aziende fossero comunque in mano a un pugno di borghesi e in un mondo dove 300 multinazionali controllano il 70% della ricchezza? Nel mondo esistono più di 160 nazioni formalmente indipendenti, in tutte però c’è disoccupazione, sfruttamento, povertà. Il punto dunque non è se Euskadi possa esistere come una nazione indipendente. Potrebbe sopravvivere e ciò aumenterebbe ancora di più i profitti del padronato basco, alleato delle multinazionali. Il punto è quale sarebbero le conseguenze per i lavoratori, ma sembra che per l’Eta, che dagli albori si dichiara a parole a favore del socialismo, la questione non si ponga. Essa subordina tutto al raggiungimento dell’indipendenza, il che la porta a preferire l’alleanza con la borghesia nazionalista, piuttosto che con i lavoratori “spagnolisti”.

I marxisti rifiutano qualsiasi alleanza con i padroni baschi, i nostri sfruttatori più diretti e con i loro rappresentanti politici del Pnv. Negano che questo partito possa giocare un ruolo progressista o essere un male minore. Gli operai baschi hanno molto più in comune con quelli andalusi o castigliani che con i capitalisti baschi. Questi, che a loro volta appoggiano la borghesia spagnola e il suo partito (il Pp) nel governo di Madrid, pensano solo a utilizzare il popolo basco per ottenere privilegi fiscali dallo Stato centrale.

 

La parabola dell’Eta

Dopo aver sostenuto per quasi 40 anni che la “lotta armata” fosse la punta più avanzata del movimento basco di liberazione nazionale, dopo aver sprecato l’appoggio di massa alle aspirazioni nazionali dei baschi in tutto lo Stato spagnolo, l’Eta si è trovata costretta a riconsiderare tutta la sua strategia negli ultimi due anni. Il tutto è cominciato nel 1997, quando, per esigere dal governo lo spostamento dei detenuti baschi nelle prigioni di Euskadi, l’Eta sequestra Miguel Angel Blanco, consigliere comunale del Pp di Eibar, cittadina basca della provincia di Guipuzcoa.

Eta dà un ultimatum minacciando di ammazzare Blanco se il governo non cede. La novità rispetto al passato è la grande mobilitazione popolare, a cominciare dal Paese Basco e poi in tutto lo Stato, per chiedere all’Eta di non assassinare Blanco. Quando l’Eta mette in atto la sua minaccia, più di cinque milioni di persone scendono in strada, nelle maggiori manifestazioni dalla caduta della dittatura nel 1977, per dimostrare il loro disaccordo.

In pochi giorni i simpatizzanti dell’Eta cominciano ad avere difficoltà. Anche nel Paese Basco le masse di lavoratori, i giovani, i pensionati si organizzano contro i suoi metodi. Non è credibile l’accusa che fanno il gioco del governo, perché è evidente a tutti il carattere spontaneo della mobilitazione. “Eta escucha, asì se lucha” (Eta ascolta, così si lotta) è lo slogan più sentito e dà un’idea di quanto le masse abbiano capito delle conseguenze deleterie del terrorismo individuale.

La repressione poliziesca per 40 anni non aveva mai ottenuto risultati simili. Invece le masse, mobilitandosi contro, provocano l’apertura di un dibattito in Herri Batasuna e all’interno dell’Eta stessa.

Eta risponde con una catena di attentati contro i consiglieri del Pp e il risultato è un rafforzamento senza precedenti di questo partito nel Paese Basco. Pochi mesi dopo tutta la direzione di Herri Batasuna viene fermata con l’accusa di collaborazionismo col terrorismo, per aver usato gli spazi elettorali in TV per diffondere un video dell’Eta dove si offriva l’apertura di una trattativa con lo Stato nella linea degli accordi tra governo inglese e Ira in Irlanda del Nord.

Quando nel dicembre 1997 c’è il processo e la condanna della direzione di Hb, per la prima volta non si riesce a organizzare una risposta massiccia nelle strade.

Il governo del Pp capisce che può solo guadagnare dallo scontro e continua a provocare l’Eta, rifiutandosi di trasferire i detenuti baschi tranne coloro (60 persone) che si sono dissociati dall’Eta.

Il passo seguente del governo è di chiudere il giornale indipendentista Egin e la sua radio Egin Irratia con l’accusa di complicità con Eta. Nell’agosto ’98 si comincia a parlare seriamente di mettere fuori legge Hb stessa, anche se è ancora la quarta forza politica del Paese Basco.

In questo contesto Eta espelle il suo dirigente storico Txelis, accusato di organizzare un fronte pro trattativa nelle carceri. Il nazionalismo radicale ha perso la bussola e pensa di creare un’altra coalizione elettorale: Euskal Herritarrok (Eh, Cittadini Baschi) e sembra sempre più disposto ad ascoltare le pressioni che gli vengono dai nazionalisti moderati al governo per una tregua e una trattativa.

La borghesia basca offre un’ancora di salvezza a Eta in cambio dell’abbandono della lotta armata e soprattutto dell’accettazione da parte del movimento sindacale nazionalista di un patto sociale. Per formalizzare questo impegno si arriva al cosiddetto Patto di Lizarra, dove tutti i partiti nazionalisti più Izquierda Unida si dichiarano disposti a creare le condizioni per una trattativa che riesca a “sradicare la violenza di Euskadi”. Il Pp invece capitalizza un’immagine di fermezza contro il nazionalismo, anche se a Madrid i voti del Pnv sono decisivi per la tenuta del governo centrale.

Eta, nella sua dichiarazione di tregua del 17 settembre 1998, si dichiara a favore di una trattativa, perché afferma che la situazione è migliore del passato e quindi la rende possibile. È vero il contrario: l’apparato dello Stato (centrale e basco) è più forte che mai, il partito borghese spagnolo ha il maggior numero di voti nella storia del Paese Basco, mentre si ipotizzano misure per mettere fuori legge la coalizione politica indipendentista e perfino i suoi bar e locali sociali. Il movimento operaio basco è diviso sull’appoggio alle rivendicazioni democratiche nazionaliste. Venti anni di terrorismo dopo la caduta del franchismo, con attentati alle sedi dei partiti operai e dei sindacati, con la divisione sindacale e le forzature da parte del governo regionale sulla lingua basca (obbligatoria per lavorare nell’amministrazione) hanno creato le basi per una divisione tra “spagnolisti” e nazionalisti nelle fabbriche. In questo ambiente non solo ci sguazza il Pp, ma perfino sedicenti gruppi fascisti, che non si vedevano da vent’anni, sono ricomparsi.

Il 25 ottobre ’98, nelle elezioni basche, Eh ottiene quasi 200mila voti, mentre Pnv e Pp si rafforzano a loro volta. A perdere è il Psoe, che aveva provato a seguire il Pp nella critica al nazionalismo, e soprattutto Iu, la coalizione elettorale attorno al Pc, che passa da 6 a 2 deputati.

Il successo nazionalista è da legare alla dichiarazione dell’Eta di una tregua dell’attività armata.

Ciò crea enormi aspettative riguardo alla possibilità di una soluzione al problema del terrorismo nel Paese Basco. Aspettative che il Pp frustrerà, sempre più convinto che la fermezza e qualche consigliere “giustiziato” dall’Eta sono garanzia di successo elettorale. A questo punto l’Eta riduce la sua proposta al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione e all’amnistia. Su questi due punti il Pnv guadagna tempo dichiarandosi disposto a discutere.

 

Bilancio delle elezioni del 13 giugno 1999

In Euskadi, nelle elezioni comunali e provinciali del 13 giugno 1999 si scontravano due blocchi di partiti. Da una parte quelli del Patto di Lizarra (Pnv, Ea), una scissione del Pnv, che governa con loro nel governo regionale, Eh, la sigla che ha sostituito Hb, e Iu), che puntavano a rafforzare la loro maggioranza politica nella società basca conquistata nelle elezioni regionali del 25/10/98. Contro di loro un fronte composito, formato dal Pp e da Ua (Unidad Alavesa) e dal Psoe, che si opponeva alle posizioni possibiliste del Patto di Lizarra riguardo al diritto all’autodeterminazione e si presentava come antinazionalista e difensore dell’unità dello Stato centrale. Ha votato il 5% in meno delle elezioni regionali dell’anno scorso, quando erano maggiori le aspettative per un possibile processo di pace.

I risultati sono complessi e fotografano una società basca profondamente divisa e spaccata riguardo alle rivendicazioni nazionaliste.

Il Pnv si presentava in coalizione con Ea, partito con il quale governa nella regione con l’appoggio esterno di Eh, il nuovo nome della coalizione dei nazionalisti radicali. Il Pnv ha perso 5 punti sul 1995, mentre Eh aumenta della stessa percentuale. Non solo, il nazionalismo al governo vince solo nella città di Bilbao e perde nelle altre due capitali, San Sebastian e Vitoria, e nella provincia di Alava, dove per la prima volta vince, così come nella capitale Vitoria-Gasteiz, il Pp, il partito di destra al governo di Madrid. Il Pnv paga sicuramente per la sua posizione ambigua, che, mentre preme sul Pp nel Paese Basco, lo vede come suo alleato decisivo nel governo centrale. Sia il Pnv che Ea perdono verso l’astensione e sicuramente verso Eh, che, soprattutto nell’ultimo periodo, con la proposta di formare un’assemblea di consiglieri comunali di Euskadi come base dell’autogoverno, ha preso l’iniziativa nel Patto di Lizarra. Ma vediamo anche come una parte degli elettori si sposta verso il Pp e verso il Psoe, i due partiti che più chiaramente si sono opposti al discorso indipendentista. È da sottolineare la vittoria del Psoe a San Sebastian, la capitale della Guipuzcoa, con quasi il 30% dei voti, nella provincia dove è più forte il nazionalismo radicale.

Iu scompare da Guipuzcoa e dalla sua capitale, San Sebastian, mentre in Bilbao e Vitoria riduce i suoi voti del 50% (vedi Appendice 1). Paga una politica confusa, che la vede perdere voti verso il Psoe, ma anche verso Eh. Iu ha scommesso tutto nel patto di Lizarra, ma allo stesso tempo non ha un’immagine nazionalista, anzi, dopo che per anni ha appoggiato il tavolo di Ajuria-Enea, il patto tra tutte le forze politiche presenti nel parlamento basco contro il nazionalismo radicale di Hb, ora può essere facilmente accusata di opportunismo. Allo stesso tempo una parte dei suoi votanti, operai profondamente critici col patto sociale firmato nel clima del Patto di Lizarra, ha scelto di votare Psoe o di astenersi. Così Iu perde da tutte le parti, e ciò non solo nel Paese Basco, ma anche nel resto dello Stato. Il sorpasso sul Psoe, proponendo “solo” una maggior integrità morale dei quadri dirigenti, ma una politica economica e sociale molto simile è crollata per sempre.

Iu avrebbe potuto ottenere ben altri risultati se avesse difeso una chiara alternativa socialista, l’unità dei lavoratori senza concessioni al nazionalismo, presentando tutto pazientemente, senza i settarismi che in passato l’hanno portata ad appoggiare il Pp pur di estromettere i dirigenti del Psoe da alcune poltrone.

Eh supera ancora il buon risultato delle elezioni regionali del 1998, ma i partiti del Patto di Lizarra non egemonizzano il Paese Basco. Nelle città con più di 50.000 abitanti i due blocchi pareggiano con un leggero vantaggio per quello formato dal Pp e dal Psoe.

In definitiva queste elezioni comunali e provinciali lasciano la situazione politica basca più instabile di prima. Il Pnv ha proposto immediatamente un accordo globale (esteso anche alla Navarra) al Psoe, per lasciare fuori il Pp da comuni e province, ma il Psoe risponde negativamente, mentre il Pnv mantiene la sua adesione al Patto di Lizarra. È facile prevedere lunghe trattative, che difficilmente porteranno a un accordo. Il punto è che né Pnv né Psoe possono recedere impunemente dalle rispettive posizioni. Il Pnv perderebbe ancora verso Eh e il Psoe tornerebbe a perdere verso il Pp, come già successe nelle elezioni regionali dell’anno scorso. Perciò è probabile che alla fine ci troveremmo col Pp a governare la provincia di Alava e la sua capitale Vitoria e accordi parziali (tecnici) tra Pnv e Psoe nel resto di Euskadi.

Tutti i partiti pensano già alle prossime elezioni generali del 2000 e sicuramente il Pp non abbandonerà la sua politica di sostanziale muro di gomma di fronte alle richieste nazionaliste. Su questa strada è facile prevedere che prima o poi, unita o divisa in più parti, l’Eta riprenderà le azioni terroriste. C’è un’altra possibilità, che passa per un’alternativa di classe al problema nazionale basco (vedi Appendice 2) che può trarre forza dalla classe lavoratrice basca (vedi Appendice 3), l’unica in grado di imporre una soluzione soddisfacente al problema.

Essa passa per una mobilitazione che, nella ricerca di un’alternativa all’attuale situazione, smascheri il nazionalismo (basco o spagnolo che sia) spieghi come i padroni di ogni angolo del mondo siano uniti per sfruttare i lavoratori, proponga come alternativa al mito indipendentista la lotta per un’Europa e un mondo socialisti e rassicuri comunque sulla possibilità di esercitare il diritto all’autodeterminazione.

Questa è l’unica alternativa progressista all’attuale situazione. Altrimenti vedremo un’ulteriore polarizzazione della società basca, purtroppo non in base agli interessi di classe, il che sarebbe chiarificatorio, ma in base a linee nazionali, con grande gioia delle borghesie basca, spagnola e di tutto il mondo.