Era ancora un’Italia che non si era scrollata completamente di dosso la ferita dell’8 settembre ’43 quella che si presentava armata nella notte del 10 ottobre 1985 sulla pista della base Nato di Sigonella. Ma i carabinieri al comando del generale Bisognero (padre dell’attuale ambasciatore italiano a Washington) che presidiavano il Boeing egiziano con a bordo i dirottatori dell’Achille Lauro non si sarebbero opposti con tanta fermezza alla Delta Force americana senza una catena di comando unitaria e una guida politica inflessibile, quella di Bettino Craxi, che li guidò in quelle difficili ore restituendo quell’onore perso in guerra quarant’anni prima davanti agli occhi del mondo.

Ci si interroga oggi, a 30 anni da Sigonella, cosa è rimasto di quella lezione, quale premier, dopo Craxi, abbia saputo raccogliere quella eredità e come si siano sviluppati, dopo di allora, i rapporti tra gli “alleati” Roma e Washington sui difficili dossier del Mediterraneo e della lotta al terrorismo. Cerca di fare tutto questo un film e soprattutto un libro, “La notte di Sigonella” edito da Mondadori e curato dalla Fondazione Craxi (Viviana Meschesi e Valeria Moroni) ricco di documenti e corrispondenza declassificata utile ad aprire nuovi squarci di verità sulla nostra storia recente.

Ne hanno discusso questa mattina a Palazzo Giustiniani a Roma insieme a Bobo Craxi, lo stesso Acquaviva, l’ambasciatore Antonio Badini, già consigliere diplomatico di Craxi e l’ex premier Arnaldo Forlani. Che la linea adottata fu quella giusta lo testimonia il tono e il contenuto della lettera con cui, dopo la crisi, il presidente americano, Ronald Reagan si rivolse al nostro presidente del Consiglio. Non lo chiamava più, come nei giorni del confronto, “Signor Primo ministro” ma “Dear Bettino”. Diceva di apprezzare i suoi “consigli” anche in vista dell’incontro chiave con Gorbaciov. “Nella scorsa settimana – scrisse Reagan a Craxi il 18 ottobre ’85, una settimana dopo Sigonella – abbiamo avuto divergenze sulla migliore maniera in cui rispondere al dirottamento dell’Achille Lauro. Nonostante queste divergenze, che abbiamo affrontato in maniera schietta e amichevole, condividiamo impegni fondamentali sulla necessita’ di rispondere con fermezza alle sfide poste dal terrorismo internazionale”.

Le relazioni italo-americane, chiuse la missiva il Presidente Usa , “sono state e rimarranno ampie, profonde e solide e sono certo che i nostri legami personali continueranno ad essere saldamente legati a questa tradizione”. In quel momento cosi’ decisivo per le sorti della “guerra fredda” a Craxi veniva riconosciuta un’ indiscussa leadership sulle questioni del Mediterraneo e della questione palestinese. Gli Stati Uniti sapevano di poter contare sul vero artefice del via libera agli euromissili Pershing a Comiso. I leader europei al vertice di Dublino del novembre ’84, del resto, gli avevano gia’ affidato il dossier mediorientale e anche l’America ne apprezzava il ruolo di mediazione. L’ambasciatore Badini rievoca quei mesi e soprattutto il retroterra politico-giuridico con cui venne affrontata la vicenda di Sigonella.

L’intercettazione e l’atterraggio forzato del velivolo che trasportava gli autori della vile uccisione di Leo Klinghofer a bordo dell’Achille Lauro, secondo Badini, poneva problemi di ordine politico e giurudico. L’atto di forza della Delta Force costituiva una “manifesta violazione della sovranita’ e del diritto internazionale” avendo come obiettivo quello di prelevare i quattro palestinesi oltre ad Abu Abbas. Quest’ultimo, precisa sempre Badini, non era mandante dell’uccisione di Klinghofer e semmai sarebbe entrato in azione in una seconda fase.

Di qui il rigetto della richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti. Soprattutto il sequestro e la programmata azione suicida nel porto israeliano di Ashdod era un atto volto a indebolire Arafat e dare un segnale al Governo italiano impegnato a trovare una soluzione negoziata per il conflitto israelo-palestinese. Craxi voleva far accettare agli americani la delegazione giordano-palestinese come conseguenza del rifiuto dell’Olp alla lotta armata. Durante il sequestro il leader siriano Assad si offri’ in realta’ di compiere un blitz per prendere i sequestratori. Andreotti era buon amico di Assad ed era favorevole in base al principio del “patto con il diavolo” (fate tutto ma non su territorio italiano).

Craxi rifiutò l’offerta perché in quel caso sarebbe saltato l’accordo politico con i palestinesi moderati. Un Craxi quindi non “decisionista” in senso stretto per Badini ma semmai attento a tutte le possibili alternative e soprattutto coerente nell’azione con le enunciazioni di principio. C’e da dire che Craxi governava nel periodo “laico” del terrorismo, oggi monopolizzato da movimenti religiosi radicali. E tuttavia Craxi preconizzava quel passaggio e ne temeva tutti gli effetti. Anche per questo favorì l’ascesa di leader come Ben Alì in Tunisia e mantenne un dialogo aperto e costruttivo con Gheddafi.

Il Mediterraneo come chiave per la sicurezza dell’Europa e dell’Italia era per lui una vera priorità. C’è quindi da domandarsi se quella lezione sia stata colta dai suoi successori a Palazzo Chigi anche tenendo conto del mutato quadro internazionale. Prodi e D’Alema in modi diversi comprendevano la centralità della regione ma nel dialogo con Washington apparivano discontinui. In verità D’Alema cercò, con Clinton, un rapporto più diretto e personale e lo ottenne con la decisione (approvata solo ex post dal Parlamento) di bombardare la Serbia di Milosevic insieme agli aerei Usa.

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