Philip Roth fa il punto in “Ho sposato un comunista”: una lezione di letteratura e virilità per Nathan Zuckerman

Quand’è che “Ho sposato un comunista” decolla? Quando Philip Roth torna su quel genere di lezione da uomini che già Seymour Levov in “Pastorale americana” con la sua ‘svedesità’ sapeva impartire a Nathan Zuckerman anche solo di sguincio. Nel secondo capitolo della riverita trilogia sull’America per averla si deve pazientare una ventina di pagine che stentano a prendere il volo sulla scia della caccia alle streghe, in quell’aria maccartista dove proprio non riesce a circolare una molecola d’umorismo philiprottesco.

roth boy

Si legge: “Il martedì in cui incontrai Ira per la prima volta, davanti alla casa del professor Ringold, era il 12 ottobre 1948”. Nathan (che ha quindici anni) percorre in bicicletta la strada davanti alla casa doveMurray Ringold, il suo professore d’inglese, sta smontando le zanzariere dalle finestre con l’aiuto del fratello Ira. Per la nazione Iron Rinn, il corpulento divo radiofonico che si è fatto le ossa lavorando di braccia. Una specie di “Abe” Lincoln aitante, facinoroso, ma soprattutto familiare, che Nathan ha già visto all’auditorium della scuola recitare ildiscorso di Gettysburg. Murray faceva Stephen Douglas, il senatore uscente dell’Illinois antagonista di Lincoln con cui si misurò in prove oratorie rimaste alla storia. Per cinque volte Nathan ha fischiato le sue battute più sottilmente razziste come se Douglas fosse vero.

Ma quel caldissimo martedì d’autunno i tre sono “fuori dall’aula”, Nathan è fra due cristoni a torso nudo in veranda e li ascolta conversare senza tabù. “Sport, politica, storia, letteratura, giudizi temerari, citazioni polemiche, idealismo, rettitudine morale”. L’esuberanza virile libera dalle norme istituzionali. Sono uomini che boxano con i libri. Zuckerman ci mette poco ad apprendere questa lezione pratica. E noi vediamo in diretta il professor Ringold che tira letteralmente fuori a Nathan il perché gli piace ciò che gli piace. Nei libri.
(B.P.)

– Ti piace quella frase? – disse il professor Ringold.
– Sì. “Se prostituissi la mia anima…” Mi piace.
– Perché? – mi chiese.
Cominciavo a sudare copiosamente per il sole che mi batteva sul viso, per l’emozione di avere conosciuto Iron Rinn, e ora perché ero in difficoltà, dovendo rispondere al professor Ringold come se fossi a scuola mentre stavo seduto tra due fratelli scamiciati alti più di un metro e novanta, due uomini grandi, grossi e schietti che emanavano la vigorosa e intelligente virilità alla quale aspiravo. Uomini capaci di parlare di baseball e di pugilato mentre parlavano di libri. E capaci di parlare di libri come se in un libro ci fosse qualcosa in gioco. Che non aprivano un libro per adorarlo o per sentirsene nobilitati o per dimenticare il mondo che li circondava. No, che boxavano col libro.
– Perché, – dissi, – di solito non si pensa alla propria anima come a una prostituta.
– Cosa intende dire, Paine, quando parla di prostituire la sua anima?
– Venderla, – risposi. – Vendere la sua anima.
– Giusto. Vedi com’è più forte scrivere “Patirei i tormenti di mille diavoli, se dovessiprostituire la mia anima”, piuttosto che “se dovessi vendere la mia anima”?
– Sì, è vero.
– Perché è più forte?
– Perché la personifica nella prostituta.
– Sì. E poi?
– Vergogna. Imbarazzo. Decoro.
– Decoro. Bene. Giusto. Questo è audace, dunque.
– Sí.
– Ed è questo che ti piace di Paine, no? La sua audacia?
– Credo di sì. Sì.
– E ora sai perché ti piace quello che ti piace. Stai vincendo la partita, Nathan. E lo sai perché hai guardato la parola che ha usato lui, una semplice parola, e hai pensato alla parola che ha usato lui, e ti sei fatto delle domande sulla parola che ha usato lui, finché hai visto attraverso quella parola, hai visto attraverso quella parola come se fosse una lente d’ingrandimento, e sei arrivato a una delle fonti della forza di questo grande scrittore. L’audacia. Thomas Paine è audace. Ma è sufficiente? Questa è solo una parte della formula. L’audacia deve avere uno scopo, altrimenti è rozza, facile e volgare. Perché Thomas Paine è audace?
– In nome, – dissi, – delle sue convinzioni.
– Ehi, eccolo qui, – annunciò improvvisamente Iron Rinn. – Ecco il ragazzo che ha fischiato Douglas!


Philip Roth, “Ho sposato un comunista” (Einaudi 2000, trad. di Vincenzo Mantovani)

http://www.storie.it/riletture/philip-roth-fa-il-punto-in-ho-sposato-un-comunista-una-lezione-di-letteratura-e-virilita-per-nathan-zuckerman/


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