136/2015: Irène Némirovsky, Il signore delle anime, Adelphi 2011, pag 220

Irène Némirovsky, Il signore delle animeIl romanzo che leggiamo oggi sotto il titolo Il signore delle anime uscì a puntate nel maggio-agosto del 1939 sul settimanale Gringoire con il titolo Echelles du Levant, scali del Levante. E avrebbe potuto chiamarsi Le Juif, non si fosse la scrittrice ricreduta per “ragioni extraletterarie”. Gli ebrei, commentano Philipponat e Lienhardt, nelle preziose osservazioni che offrono al lettore in coda, sono «la sua madeleine, potenti vettori di immaginario».
È così. Irène Némirovsky è una scrittrice francese, in quella lingua scrive, quella letteratura conosce. Ma è russa, ucraina, slava, in lei si confondono razze e culture straniere alla Francia, il paese che ama. Ma, «Dio mio, che cosa mi combina questo paese?» si chiede costernata quando la civilissima Francia emana il primo Statut des Juifs, in base al quale è costretta al silenzio. E soprattutto a gustare senza pietà l´abbandono, il tradimento. Proprio come l´eroe di questo romanzo.
Del medico Dario Asfar, Irène potrebbe dire: c´est moi. In fondo, che altro vuole lo straniero, che i francesi chiamano meteco, e guardano con sospetto perché in lui si ibrida sangue greco e italiano, se non quello che gli spetta? Si è istruito con grande fatica, ha ora una professione, e ne vuole vivere. Invece, i ricchi, fortunati francesi lo disprezzano. E lui si incattivisce nel crollo di un ideale che gli si rovescia addosso mostrandogli con implacabile esattezza di quale sordida ingiustizia siano il frutto quei modelli morali, spirituali, cui ispirandosi s´era sottratto al suo mondo di miseria. Aveva creduto in un mondo superiore, e ora si avvede che non c´è, è una finzione. Esiste soltanto il potere del denaro: mercanti ebrei, americane avide, francesi colti, ne hanno bisogno tutti e tutti allo stesso modo gli sono schiavi. A questo punto è libero di diventare lui stesso “falso”. La trama del romanzo si fa così viaggio simbolico, mentre il protagonista, quasi un everyman moderno, raddoppia la storia medievale di tutti e nessuno.
Non che Asfar non incontri sulla sua strada il bene; anzi, il bene gli viene incontro nella figura di Clara, ebrea come lui e per lui moglie e sorella; e nelle fattezze dell´immacolata Sylvie – la francese, a cui non può elevarsi, il sogno impossibile.
A suo modo, Asfar si afferma. Diventa uno psicologo di grido, un signore di anime. E ora si vendica. Restituisce il male che ha ricevuto. Chi è sradicato sradica, affermava l´ebrea francese Simone Weil in quegli anni. Chi è stato abusato, abusa, dicono i nostri giorni. Dario Asfar, novello Faust, si vende l´anima e poi scopre che non può più riscattarla. E allora con voluttà la sprofonda sempre di più nel fango.
È in questo vortice che conduce il romanzo. Lo si legge d´un fiato, travolti dal ritmo incalzante del feuilleton, dove però il naturalismo alla Zola si tramuta in penetrazione psicologica e si stringe a modelli realissimi, che nutrono di verità i personaggi. Asfar potrebbe essere un certo dottor Pierre Bougrat, protagonista di un processo scandaloso. Mentre Wardes è l´editore Bernard Grasset, le cui drammatiche vicende la scrittrice, che anche pubblicamente lo difese, trasfigura. Come da un altro conoscente, il magnate dell´automobilismo André Citroën, riprende i tratti del giocatore compulsivo.
Ecco perché è malposta, anzi, profondamente ingiusta la domanda se Irène Némirovsky sia o no antisemita. Uno scrittore scrive e descrive e rappresenta i tipi umani che conosce. È certamente esistito un mercante ebreo come Shylock. È senz´altro esistito un dottore levantino come Afar. Un moro come Otello. Un bianco come Riccardo III. Lo scrittore crea i suoi personaggi e li ama e odia uno per uno.
Del resto, è bene che l´amore, l´odio restino passioni singolari, non collettive.

Nadia Fusini
La Repubblica

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=80&id=42062


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