138/2015: Pierluigi Cappello, Questa libertà, Rizzoli 2013, pag 173

Pierluigi Cappello, Questa libertà“Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo. Come anima. Come amore. Parenti dell’aria e quanto l’aria senza confini definiti. Hanno bisogno di qualcuno che presti loro la sua carne, il suo sangue e i suoi limiti perché diventino concrete. In questo libro è raccontata la storia di come una libertà, la mia, sia germinata dai luoghi vissuti da bambino e poi abbia preso il volo dal mio incontro con la lettura”. Fin dalle primissime frasi che aprono Questa libertà del poeta friulano Pierluigi Cappello è contenuta una dichiarazione di poetica che non lascia fraintendimenti: la storia che stiamo per leggere è concreta, personale, fatta di carne e sangue. Ogni racconto di Questa libertà è sia un testo a sé che parte del percorso di formazione che ha portato il giovane e bambino Pierluigi a crescere e a diventare il poeta che è oggi. Dal terremoto del ‘76 alla prima lavatrice del paese, dall’albero sui cui rami perdersi a leggere fino all’incidente a sedici anni che lo costringe sulla sedia a rotelle, il mondo di Pierluigi Cappello si dipana e la sua prosa si rivela come desiderio irriducibile – ma anche doloroso – di trovare la propria posizione nel mondo.

Utopia e nichilismo è la puntata di Cultbook che va in onda mercoledì 12 novembre alle ore 22.48 su Rai5 per presentare tre vicende che hanno a che fare con due spinte estreme: Stoner di John Williams, Occhi felici diIngeborg Bachmann e Questa libertà di Pierluigi Cappello. Eraldo Affinati lancerà le schegge di IvanTurgenev Padri e figli e di Il mare della giovinezza di Andrej Platonov, mentre Maria Agostinelli peserà sulla sua bilancia Dopo la virtù di Alasdai MacIntyre.

http://www.letteratura.rai.it/articoli/questa-libert%C3%A0-di-pierluigi-cappello/26117/default.aspx

 

Sono un poeta fragile. Ma libero

Da bambino scopre Omero e Ariosto. A 16 anni l’incidente
«Ho trasformato l’immobilità in una fonte d’ispirazione»

«No, no, non è lui l’imperatore». Pierluigi Cappello sorride. È disteso a letto, la giornata è soffocante. Fuori, il frinire delle cicale, il profumo delle ortensie e una scritta in serbocroato che appare come un motto solenne per chi varca questo prefabbricato in legno d’abete a Tricesimo, alle porte di Udine: «Chi non sopporta il vino è costretto a sopportare la vita». Dentro, nella densità dello spazio dell’ultimo residuo di un dono del governo austriaco alla popolazione martoriata dal terremoto del Friuli, l’odore acre delle sigarette. Più che una casa, tutto ricorda la cella di un monaco con la vocazione alla lettura: in ogni spazio libero, romanzi, saggi, libri di poesia. Qua e là, dipinti di qualche amico (i disegni di Sergio Toppi), una foto con due poeti, su un tavolino, il modellino di un aereo (la passione per il modellismo), una tazza, una bottiglia di vino. Per terra, il compressore per l’aerografo, la sedia a rotelle accanto al letto.ESSENZIALITA’ – In questa manciata di metri quadri, ultimo simulacro di morte e vita di un tempo tragico, Pierluigi Cappello, classe 1967, poeta civile, finalista al Premio Viareggio con la nuova raccolta edita da Crocetti Mandate a dire all’imperatore, vive nella ritualità di un’esistenza essenziale come le sue parole, che ripete con ferma dolcezza, quasi un sussurro. «No, non è lui l’imperatore. È una figura alta, simbolica». E poi: «È una poesia scritta nel 2005, molto prima che il nostro presidente del Consiglio fosse gratificato dell’appellativo dalla moglie Veronica». «È il rovesciamento di un racconto di Kafka – continua -. È la voce di chi sta fuori dallo spazio delle leggi. È la voce di chi non deflette lo sguardo di fronte al potere». Cappello declama a memoria: «Così come oggi tanti anni fa / mandate a dire all’imperatore / che tutti i pozzi si sono seccati / e brilla il sasso lasciato dall’acqua / orientate le vostre prore dentro l’arsura / perché qui c’è da camminare nel buio della parola». «È una voce dai margini. Versi che parlano della sconfitta della storia e cosa vuol dire portarsi addosso una cassa di morti». La poesia che apre e dà il titolo, (come ricorda Eraldo Affinati nella postfazione) tocca «il tema cardine del ventesimo secolo, per tutto ciò che si porta dietro, il gorgo, l’inconscio, persino il fraintendimento della libertà».

SEDIA A ROTELLE – Già, la libertà. Per lui, costretto a una sedia rotelle da quando aveva 16 anni (dopo un incidente in moto); per lui che da centometrista, falcata dopo falcata, rincorreva ogni frazione di secondo; per lui che ha vissuto l’infanzia nella natura aspra di Chiusaforte (un paesino di 700 anime stretto tra le montagne della Val di ferro, a qualche chilometro dall’Austria); per lui, dove la libertà era il campanello della stazione che annunciava il treno, sogno di un altrove oltre quella frontiera di ghiaccio e sassi, ecco, ora per lui la libertà appare come un Canto d’aprile: «Noi cantiamo perché teniamo duro / il nostro morire è per il nascere dei figli / quando cantiamo alziamo lontano / dal buio del bosco al cielo d’aprile / il fuoco del nostro sangue, per il domani». Forse, la vera libertà, per Cappello, è proprio nella poesia: «Una libertà vastissima ma dettata dall’indifferenza dei più. E non solo: c’è poco confronto anche tra la comunità dei poeti. Eppure, la poesia ha in sé tutti i tempi di questa civiltà: testi brevi come gli slogan pubblicitari, ad esempio. Con una differenza: la poesia porta in sé la postura dei sentimenti che vengono rimossi. La poesia ha in sé, insieme, l’idea di morte e vita. E questo rappresenta la sua forza irripetibile». «La poesia è una forma di resistenza perché ti insegna a sentire le cose senza appropriartene: illumina le cose da dentro e le libera. La vera poesia in qualsiasi modo si esprima è sempre fuori mercato. Per questo è pericolosa e disturba il potere». Pierluigi Cappello parla lentamente, scandendo le parole, sottovoce. Se esiste un’idea di poeta, quest’uomo sofferente dal volto di ragazzo fragile sembra incarnarne tutte le stigmate: tormento, tenerezza, profondità, in Cappello diventano carne, occhi, voce. Non è un caso che l’incontro con la poesia sia avvenuto come un’epifania quand’era poco più che bambino. Un destino che ha il nome di una insegnante delle medie, Mariarosa Famiglietti: gli ha fatto scoprire la Chanson de Roland, Omero, Ariosto.

RUOLO CIVILE – Poi l’incidente, ma il seme era piantato. «Ho trasformato l’immobilità in un’opportunità» dice sorridendo. E poi: «Stiamo seppellendo ogni cosa sotto una colata di clamore. È il trionfo della società mediatica. Nutriamo una malsana paura del silenzio. Un silenzio vivo che confondiamo con il vuoto». È strano. Ascoltando la voce di Cappello, anche il silenzio in questa piccola stanza sembra diventare materia da accarezzare. Il tempo in questo pomeriggio d’estate appare sospeso e ogni dettaglio assume contorni inaspettati: il caldo torrido e la sua carrozzina sembrano svanire. Con un gesto prende in mano il suo libro e legge: «Scrivere come sai dimenticare / scrivere e dimenticare / Tenere un mondo intero sul palmo /e dopo soffiare». «Una postura del poeta è quella dell’ascolto – continua -. Chiunque scriva ha una necessità con se stesso. Talvolta, per alcuni, c’è un io che ha la necessità di diventare noi. È un io in risonanza». Pierluigi Cappello è così: un incantatore tenero e determinato nel difendere l’idea di un ruolo civile, il suo. Forse, la sua forza sta proprio in quel «Noi», in quella risonanza che Cappello riesce ad avocare. E, ironizzando, non concede spazi neanche ai nuovi fenomeni di successo giovanile: «Ho letto il libro di poesie di Ligabue con lo stesso atteggiamento con cui ho letto le poesie di Bondi». «Troppe volte si pensa che per scrivere versi basta essere padroni di una certa grammatica; c’è l’idea che andando a capo si possono scrivere dei versi. Così si fa come quando si era bambini: le file dei soldatini allineati. Proprio per questo di poeti ne nascono forse cinque in un secolo. Quando è morto Pasolini ricordo l’urlo di Moravia: “È morto un poeta, è morto un poeta! Un lamento senza possibilità di pacificazione».

BARRIERE – Il gruppo di prefabbricati dove vive Cappello si chiama «Rosade». Non si sa chi abbia scelto profeticamente questo nome ma il destino ha voluto che proprio Pier Paolo Pasolini l’abbia trascritta in forma poetica ai tempi delle sue Poesie a Casarsa, nel ’42. Ora c’è un via vai di amici, belle ragazze e soprattutto premurose vecchiette vicine di casa: «Astu bisugne di alc? Hai bisogno di qualcosa Pierluigi?», chiede Silvana in friulano. C’è sempre qualcuno che prepara una zuppa, un piatto di pasta. Il poeta è accudito da una rete di solidarietà. D’altronde, la sua fragilità fisica è assoluta: ha bisogno di costante assistenza e un infermiere dorme con lui tutte le notti. «La mia giornata? Una giornata dettata da questo corpo cocciuto. Una giornata di barriere costanti. Una giornata di orari scanditi. Ho sempre delle cose da fare, incontri con studenti, conferenze. E poi il silenzio, la scrittura. La poesia è una caccia al buio, hai tutti gli elementi tecnici, ma non sai mai l’esito finale. La poesia è come un’isola che emerge dalla nebbia». «Scrivo a matita, non amo tanto il computer, alle email preferisco la voce» sottolinea. E sono molte le voci che cercano l’amico poeta. Ecco al telefono, dall’altra parte del mondo, Daniella, un’artista brasiliana che dai grattacieli di San Paolo ogni tanto piomba in questo scorcio di Friuli: «Sei baciata dal sole o no?», domanda Pierluigi ridendo. Cappello, come Pasolini, compone anche in friulano: «Il senso di scrivere poesia? È collocarsi in modo antitetico a un linguaggio che si consuma in un istante e che viene buttato via come un guanto di gomma».

LINGUE – «Non mi piace usare il sintagma lingua minore – aggiunge -. La stessa dignità che ha il friulano può averla un dialetto dell’Africa. Perché è una lingua. Porta con sé un mondo, porta con sé i detriti della storia. E più prospettive noi abbiamo sul mondo e più siamo ricchi. Immaginate quale potrebbe essere la visione di un bambino che impara l’italiano ma impara anche a conoscere la sua lingua. Quanto può nominare, interpretare e capire il mondo se conosce il vero idioma della sua terra? Quella terra dove si è sporcato giocando? Dove ha imparato a piangere, ridere e amare?».
gcolin@corriere.it

Gianluigi Colin
09 agosto 2010

http://www.corriere.it/cultura/10_agosto_09/colin-poeta-fragile-libero_56d1379a-a390-11df-9c56-00144f02aabe.shtml


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