145/2015: Javier Cercas, L’impostore, Guanda 2015, pag 407

Javier Cercas, L'impostoreCercas e l’impostore spagnolo

Il militante antifranchista che si finse per 60 anni un ex deportato
18/09/2015
MARCO BELPOLITI La Stampa
«Io non volevo scrivere questo libro», così esordisce Javier Cercas all’inizio deL’impostore. L’ha scritto ed è un volume di 400 pagine dedicate a Enric Marco, uno spagnolo che si è finto deportato in Germania ed è stato alla guida di un’importante associazione di ex deportati, nonché segretario del sindacato anarchico spagnolo, la CNT. Nel 2005 uno storico spagnolo, alla vigilia di un incontro in cui Marco doveva tenere il discorso davanti al primo ministro spagnolo, l’ha smascherato. Perché Cercas esitava a scrivere questo libro? Perché, come gli ha detto Vargas Llosa, Enric Marco è uno che ha costruito la sua menzogna alla pari di un romanziere: ha inventato se stesso. La differenza consiste nel fatto che il romanziere ha la licenza di mentire, Marco invece no. Inoltre, come ha scritto Claudio Magris, Marco è un bugiardo che dice la verità: raccontava la verità sui Lager.

Il libro è composto in realtà di due libri. Il primo è la storia dell’investigazione che ha condotto lo scrittore per ricostruire la storia dell’impostore. Una ricerca non facile, dal momento che Marco è stato davvero un militante antifranchista. Da giovanissimo – oggi ha novanta anni – ha partecipato alla guerra civile, e anche un personaggio di rilievo. Cercas si domanda: perché l’ha fatto? Man mano che il racconto si sviluppa, crescono gli interrogativi. I primi dubbi sono: non è che scrivendo costruisco un monumento a Enric Marco? Forse lui vuole questo? Cercare di capire non significa giustificare, come sosteneva Primo Levi?

L’indagine è condotta con il consenso e in parte con la sua collaborazione di Marco. Scavare nella vita di un altro, di un bugiardo matricolato, non è piacevole. Marco è senza dubbio un picaro, un ciarlatano, un imbroglione. E anche un terribile narciso. Soffre di mediapatia, vuole sempre figurare nelle foto e sui giornali; è un grafomane.

Le parti più appassionanti del libro sono quelle in cui compare Raül, il figlio diciottenne dell’autore, che ne è come una sorta di doppio parodico. Accanto a questo romanzo, che attraversa la storia della Spagna dal 1921 ai giorni nostri, c’è l’altro romanzo il cui protagonista è l’autore stesso. Come nei romanzi di Carrère, Cercas si è iscritto nel racconto con tutti i propri dubbi e idee. Anzi, il vero protagonista del libro è lui. Parla di se stesso e dei propri sentimenti, più di quanto non parli di quelli di Marco. L’impostore c’è, ma non in primo piano. Vi appare l’investigatore Cercas che conduce l’indagine e almanacca sul suo personaggio. Autofiction? Si e no, perché a differenza di altri libri di Cercas qui non si inventa, o si manipola, la realtà; si parla di uno che l’ha manipolata e lo fa uno specialista in manipolazione, uno scrittore.

I dubbi, veri o presunti, di Cercas, riguardano il proprio mestiere. Nel raccontare la storia vera di un uomo che mentiva – uno che ha lavorato sul verosimile per affermare il vero – Cercas si trova ad affrontare due questioni: come narratore è immerso nella finzione, come uomo può identificarsi nel narcisismo di Marco. Ci fa capire che per essere uno scrittore occorre un ego gigantesco, bisogna essere dei narcisi. Vale per tutti? Difficile dirlo. In effetti di scrittori privi di narcisismo ne esistono, anche se sono pochissimi.

Tre sono poi i temi di fondo del libro sintetizzati da tre parole, ripetute più volte. Una è di Faulkner: «il passato è soltanto una dimensione del presente», per cui sia l’impostore che il romanziere lavorano sul passato in virtù del presente. L’altra è «maggioranza». Per Cercas Marco è sempre dalla parte della maggioranza: dice le menzogne che gli altri vogliono sentire, sta con l’opinione dominante. La terza è parola è «Kitsch». Per Cercas il Kitsch è «una menzogna narcisistica che nasconde la verità dell’orrore e della morte».

Esiste il Kitsch storico ed Enric Marco l’ha incarnato: una storia che è in realtà una falsa storia. Marco per anni è andato a parlare nelle scuole commuovendo gli studenti sulle sofferenze dei deportati. Ha usato quella che Milan Kundera chiama «la seconda lacrima»: la commozione della commozione. Ha fabbricato del Kitsch, non perché ha mentito, ma perché ha reso verosimile la verità quasi irraccontabile del Lager. Ha percorso la strada opposta di Primo Levi, il quale ha raccontato il Lager da scrittore, usando le armi degli scrittori, a partire dalla retorica, senza mai fare del Kitsch.

L’impostore è un libro davvero importante, complesso, mai scontato, godibile e intelligente; apre una discussione su un tema ostico, quello del rapporto tra finzione e testimonianza. Cercas non se ne è tirato fuori, ma da vero scrittore ha affrontato il problema con sincerità e quel tanto di menzogna che il suo mestiere necessita.

http://www.lastampa.it/2015/09/18/cultura/tuttolibri/cercas-e-limpostore-spagnolo-ukN8UndWnQAhQj5oS4KQbM/pagina.html


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