Dazieri il Gorilla

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Il Gorilla è un detective del tutto particolare. Com’è stata la sua genesi?

Come creazione letteraria, è nato dalla mia necessità di trovare un personaggio che potesse muoversi nel mondo del crimine senza essere un poliziotto o un investigatore privato. Quindi ho scelto un buttafuori esperto in sicurezza. Un po’ alla volta sono arrivato anche alla sua particolare psicologia, ovvero alla sua schizofrenia. Ho pensato che uno schizofrenico potesse rappresentare al meglio la dualità tra bene e male che abita tutti noi e, soprattutto, rappresentare la parte di me che faticavo maggiormente ad accettare, quella razionale e fredda, meno simpatica e comunicativa. Poi mi piaceva l’idea di farne un diverso, quindi uno portato a simpatizzare con tutti i diversi e gli sfortunati della terra. E mi piaceva l’idea di ribaltare il senso comune che vede il “pazzo” come un assassino – il serial killer da eliminare – mentre è il “normale” che gli dà la caccia, lo rinchiude o lo uccide. Alla fine, nel nostro mondo, sono proprio normali che fanno paura. Basta vedere chi fa le guerre o ammazza i genitori per comprarsi la Ferrari. Come personaggio, invece, il Gorilla si è dato alle indagini e ai lavori saltuari perché li ha trovati più adatti alla propria psiche. In fondo, non dormendo mai, gli viene facile sorvegliare qualcuno…

Credi che esista uno “specifico italiano” della detective story? Come vive un giallista nostrano il rapporto con la provincia da una parte, e con la grande lezione americana dall’altro?

Lo specifico è più facile da vedere che da descrivere. Tutti gli autori che conosco e apprezzo hanno caratteristiche uniche, e fanno sì che in Italia esistano tante scuole quanti sono gli scrittori. Dico questo pur ammettendo che la lezione degli americani l’abbiamo imparata soprattutto smettendo di copiarli. Fino all’inizio degli anni novanta, salvo rare eccezioni come Macchiavelli, i gialli italiani erano pastiches letterari, opere di denuncia mascherate dalla materia investigativa, oppure semplici imitazioni. Adesso invece i nuovi scrittori usano questo strumento con disinvoltura, senza dover copiare serial killer e agenti dell’FBI, ma creando invece opere fondamentali per capire il paese dove viviamo. E i nostri tempi.

Carlotto dice che il giallo – il noir – gli serve per raccontare cose che altrimenti non gli sarebbe possibile dire. Credi anche tu in una funzione “sociale” del giallo? Credi anche tu nella possibilità di un “racconto sociale” attraverso i meccanismi dell’investigazione?

Certo, ed è quello che cerco di fare. Nel primo romanzo ho parlato di centri sociali e punkabbestia, nel secondo di immigrazione albanese, nel terzo del massacro di Genova durante il G8. Però non vedo il giallo solo come uno strumento. Il giallo ha uno strumento, quello dell’indagine, che si può utilizzare, ma non bisogna dimenticare la storia (intesa come costruzione fantastica, allegorica e metaforica del presente) e la scrittura. Spesso in Italia si pubblicano buoni meccanismi gialli all’interno di romanzi scritti pessimamente. E questo è un peccato.

Il Gorilla è uno che sguiscia attraverso le maglie della legalità, che frequenta i centri sociali, che insomma fa capo ad un certo tipo di sostrato sociale (che è poi anche il tuo). Come concili questa tendenza all’anarchia con le necessità d’ordine intrinseche all’investigazione?

Investigazione non vuol dire seguire la legge. Investigazione significa cercare una spiegazione a quanto accade. Per il mio Gorilla significa anche cercare un minimo di giustizia in un mondo che non la prevede di default…

Una recente polemica vede schierate due scuole di pensiero: quelli che giudicano il giallo italiano privo di interesse perché totalmente “asservito al potere” e quelli che invece intravedono un barlume di speranza e sono più ottimisti nella definizione di una via autonoma della detective story nostrana. Tu come ti poni? E come giudichi l’attuale panorama italiano?

Mi fanno sempre ridere le definizione assolute. Il giallo italiano non e’ asservito a niente, perché sono gli uomini a essere asserviti, eventualmente. Ci saranno pure giallisti sottomessi alle istituzioni, ma io continuo a leggere ottimi romanzi che mi fanno capire un po’ meglio il paese dove vivo – i misteri mai risolti, la realtà del crimine – e che spesso sono ferocemente critici con il potere costituito. Di solito chi fa polemica si guarda bene dall’analizzare i testi, si limita a sparare a zero su una categoria che è fatta di tante teste diverse. E non bisogna dimenticare che il noir e il giallo sono così carichi di significato, anche politico, soprattutto perché quasi tutti gli scrittori “bianchi”… quelli d’accademia, i letterati… quelli seri, insomma, si sono ritirati in buon ordine e da anni raccontano semplicemente il loro ombelico. La maggior parte dei romanzi “bianchi” di successo sono splendide opere che avrebbero potuto essere scritte due secoli fa, tanto è profonda la loro adesione alla realtà del presente. Mentre in tutto il mondo esistono grandi scrittori che raccontano il presente del loro paese con spirito critico (penso a Wolfe o De Lillo per esempio), in Italia quasi solamente i giallisti cercano di capire cosa succede e prendono posizione. Questo però non significa confondere la cronaca con il romanzo. Il romanzo non deve essere giornalismo, deve sì inventare quello che scrive, ma allo stesso tempo portare una visione del mondo, un tentativo di spiegare l’ordine delle cose. Possedere una metafisica. Temo però che difficilmente i critici letterari capiscano queste cose le. La critica letteraria in Italia è morta da un pezzo. Puzza di cadavere. Fa ridere. Non ha autorità né competenza, persa com’è tra l’urgenza delle novità editoriali e il rimpianto della vecchia, vecchissima scuola. Spero che prima o poi una nuova critica si faccia avanti dia un po’ d’aria alla nostra stanzetta ammuffita.

intervista di Claudia Bonadonna

Nel video un trailer del film La cura del gorilla (tratto dall’omonimo romanzo), diretto nel 2006 da Carlo Arturo Sigon e interpretato da Claudio Bisio. Dazieri collaborò alla sceneggiatura.

http://www.letteratura.rai.it/articoli/dazieri-il-gorilla/1188/default.aspx


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