Piero Ciampi: i 9 segreti della voce (cangiante) di un cantautore (sfuggente) nei ricordi di Enrico de Angelis

IN FILA PER UNO

Da Storie rivista internazionale di cultura

A pensarci Piero Ciampi rimane una figura per molti versi ineffabile della nostra canzone d’autore malgrado gli aggettivi vividi con i quali musicisti, artisti, compagni di viaggio, estimatori dello chansonnier livornese ne hanno via via rievocato la grandezza diciamo pure inesplosa. In tanti ci hanno provato con l’affetto dispiaciuto che si riserva all’amico più sciagurato, arrogante, imbarazzante, folle e privo di ogni furbizia che hai incontrato e un po’ avresti voluto essere tu. Da Gino Paoli Carmelo Bene, da Giancarlo Reverberi a Paolo Conte. Uomini pronti ad afferrare e a difendere la dolcezza di chi nelle canzoni poteva anche passare per misogino ma era pur sempre il titolare di un pensiero limpido come questo: “Per sapere cos’è la solitudine bisogna essere stati in due”.

Ha scrittPiero_Ciampi_-_Dentro_e_fuorio Enrico de Angelis – profondo conoscitore e collettore dell’opera ciampiana – che dal 1961 al 1980 Ciampi ha messo in musica “leggera” rapporti di coppia “moderni, scarni, scheletrici, desolati, quotidiani, esatti”.
Grazie al direttore artistico del Club Tenco, si possono leggere anche le private “Lettere a Gabriella” (secondo dei due grandi amori di Ciampi) in cui le richieste di soldi utili oggi come domani al “tuo Piero” sembrano l’ennesima, innocua, “rivendicazione autorizzata dal diritto degli emarginati”.

Ciampi era un fuggitivo, questo lo racconta bene la sua leggenda di viaggiatore d’oltralpe dove addestrò gola e orecchie fra i bistrot e l’asfalto captando gli ultimi fuochi della scena culturale e musicale parigina anni ‘50. Fra i letterati che lambì ci fu Giancarlo Fusco, altro irregolare riscoperto tardi, giornalista, scrittore, boxeur e amante dei bassifondi marsigliesi. Ciampi era più clochard, certo meno muscolare. Il carattere sfuggente della sua forma poetica, cantata o scritta, lo ha spiegato Maurizio Cucchi col suo infallibile metal detector da addetto alla parola puntato sui rituali compositivi, a cogliere quella volontà di perdersi che ce lo rende caro: “Le sue poesie hanno il carattere umanissimo e non ‘professionale’ del foglietto volante, del gesto che vuole perdersi, dell’appunto dettato mentalmente a se stesso, anche se spesso hanno una loro secca compiutezza stringente, da microdramma in versi”.

Paolo Conte, con altrettanto nitore, dell’uomo ha delineato un ritratto fisico ed etnico che guarda al Gassman de “Il sorpasso”: “Subito dalla voce si capiva che era un uomo magro, e probabilmente alto, di una razza non tanto facile da decifrare, di una stazza da centro Italia non del tutto definita e codificata, di gente scomoda e comunque senza quartiere, gente sparata sui litorali e altre confusioni”. Il che ci riporta a Livorno, al quartiere natio del Pontino coi suoi canali, gli scali e le “cantine” per la rimessa delle barche; zona di portuali, scaricatori e prostitute rimasta intatta nella sua struttura d’impianto cinquecentesco anche dopo le devastazioni della guerra.

ciampi2

La guerra è importante per comprendere l’anima di Ciampi, lui che a Parigi s’incrociò con uno che sulla guerra la sapeva lunga come Céline. In un’intervista del ’76 lo dice chiaro e tondo cosa gli impedisce di essere felice: “Il ricordo. Non riesco a dimenticare i seicentomila ragazzetti che trent’anni fa hanno dato la loro cultura e la loro vita per salvare me e la mia cultura. Non dimentico un ragazzetto di diciotto anni che allora si fece sgozzare da un soldato straniero per garantirmi un pezzo di terra su cui essere poeta”. E ancora, non fosse stato abbastanza chiaro, “sono infelice perché io sono vivo e loro no”.

Ma è sempre Enrico de Angelis a far luce inavvertitamente sul perché Ciampi continua a sfuggirci: “È il ricordo vivo delle sue esibizioni, della sua presenza fisica a legittimare appieno le sue canzoni e pure le sue poesie”. Allora l’unica maniera è ascoltare “le deviazioni ritmiche, le spregiudicatezze, le ostinazioni” presenti nella musica di Ciampi (e di chi con lui le combinava, pensiamo a Gianni Marchetti). Soprattutto si ascolti la sua voce, stroncata assieme alla vita dal contrappasso di un cancro alla gola nel 1980. Una voce che “avesse detto anche robadapoco era un fatto” per Paolo Conte. Una voce che Enrico de Angelis ricorda minuziosamente in tutte le sue oscillazioni:

1.  macerata
2. dal timbro roco e fondo
3. spesso corrugata
4. aggrondata
5. insolente o trepida
6. euforica o capricciosa
7. qualche volta barcollante
8. qualche volta persa nelle nuvole
9. qualche volta atterrata in fondo a un fosso

(a cura di Maria Teresa De Luca)

– Elenco e citazioni sono tratti da “Piero Ciampi. Tutta l’opera”,
a cura di Enrico de Angelis (Arcana 1992)


Piero Ciampi canta “Tu no” a “Senza rete” (1971) presentato
da Paolo Villaggio:


Guarda la testimonianza di Gino Paoli su Piero Ciampi, “il più poeta,
il più lirico, il più artista di tutti noi”:

Guarda Bobo Rondelli che racconta Ciampi per le strade della sua
Livorno: “Per cantare Ciampi secondo me occorre l’esperienza, il dolore
del vissuto, la voglia di autodistruggersi, la voglia di essere un po’
come un accattone…”
Nuova immagine

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