Quanto s’arrabbiano gli islamici se condisci l’islam con il sense of humour

La serie “Citizen Khan” e i musulmani in tv

I protagonisti della serie tv “Citizen Khan”

Milano. Quando era piccolo, Adley Ray stava per prendersi un mattone sulla testa: cadeva dall’alto, poteva essere fatale. Lo schivò quasi per caso, istinto e fortuna, ma i suoi genitori decisero che era arrivato il momento di cambiare casa. Si trasferirono in una strada più carina di Birmingham, Regno Unito: anni dopo avrebbero scoperto che nel quartiere c’era stata una piccola rivolta quando si era sparsa la voce dell’arrivo imminente di “questa famiglia di asiatici”. Non li volevano come vicini, questi stranieri musulmani. Quando diciassette anni dopo Ray cambiò di nuovo casa per andare a vivere da solo e iniziare la sua carriera di autore e di attore, chiamava i vicini “zii” e li consolava: piangevano per la sua partenza. “Fu un momento importante quello – ha raccontato Ray a India Sturgis sul Telegraph – Imparai che la gente non è necessariamente razzista”.

Con questa consapevolezza Ray ha scritto e interpretato “Citizen Khan”, una serie tv su Bbc One (oggi inizia la quarta stagione), che anche se ai critici non è mai piaciuta granché ha avuto un buon successo di pubblico ed è stata esportata in altri paesi. Ray è irriconoscibile nei panni del signor Khan, padre di famiglia e leader della comunità pachistana di Birmingham, un signore molto irascibile (la moglie e le figlie lo fanno diventare matto) e che sputacchia parecchio. La prima puntata, nel 2012, creò un caso: c’era un gioco di parole irriverente che coinvolgeva il Corano e l’hijab, e la comunità islamica britannica se ne risentì molto. Arrivarono centinaia di lettere alla Bbc, molti chiedevano di sospendere la trasmissione, che creava ulteriori pregiudizi e soprattutto era irrispettosa nei confronti dell’islam. Erano arrabbiati soprattutto con Ray, che si prestava al gioco degli islamofobi. Ma l’intento di Ray, allora e oggi, era proprio il contrario: combattere i pregiudizi con l’umorismo. “I musulmani si preoccupano per la loro reputazione – dice Ray – ma dovrebbero avere un po’ più di rispetto per gli inglesi. E’ chiaro che si tratta di una serie tv in cui si ride e ci si prende in giro, un comedy show, non è una riflessione su ogni famiglia musulmana e pachistana del Regno”. Quando gli dicono che la trasmissione è un “disservizio” per gli islamici, Ray ribatte: “Guardi il mondo e tutto quel che accade e pensi che una sitcom di Bbc One sia il problema, al punto da lamentartene?”.

Non sono gli altri ad avere pregiudizi, sono i musulmani stessi, dice Ray: “Qui parliamo di una famiglia musulmana britannica che non è terrorista, non è pedofila e non lavora per strada, che è come invece viene spesso rappresentata la classica famiglia pachistana. I Kahn sono soltanto una famiglia che fa ridere”. Sono i musulmani che per lo più non sanno ridere, non della loro religione almeno, e chissà che cosa accadrà domani, dopo la prima puntata della nuova stagione in cui la figlia del signor Kahn, Alia, si presenta a casa con un fidanzato che non è né pachistano né musulmano. “Succede un pandemonio”, dice Ray, e lui già ride.

 


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