Che grandi atleti, noi ebrei Un libro-scherzo dei fratelli Foer Contro lo stereotipo che li vuole tutti secchioni ma negati negli sport

 In “Jewish Jocks”, il libro ideato dal fratello Franklin Foer, tra gli altri autori coinvolti Steven Pinker che parla del coach di basket Red Auerbach (nella foto con Bill Russel)

PAOLO MASTROLILLI
INVIATO A NEW YORK

«Non provavo alcuna eccitazione, per esempio, a scoprire che Philip Roth fosse ebreo. Scontato, no? Ma quando invece venivo a sapere che un grande atleta era come me, una persona del mio stesso tipo, quella sì che era una grande rivelazione!». Jonathan Safran Foer descrive le piccole gioie sportive della sua infanzia, e così spiega anche perché ha deciso di partecipare al «colossale scherzo» ordito da suo fratello Franklin, a tempo perso Editor at Large del settimanale New Republic , che si intitola Jewish Jocks ed è appena arrivato nelle librerie americane (ed. Twelve-Hachette).

«Jock» è la parola inglese, generalmente peggiorativa, che descrive gli atleti. Più che gli atleti, i maniaci dello sport: i supermuscolari, i macho, che interpretano l’attività sul campo come l’affermazione della loro prepotente mascolinità. «Affiancare questo termine alla parola ebreo – spiega Franklin – è una roba che si fa solo nelle barzellette. Lo stereotipo dell’ebreo è quello del secchione, lo studioso occhialuto, non il campione di basket o football. Allora, per sfatare questo luogo comune, siamo andati a cercare tutti i grandi sportivi ebrei, chiedendo a grandi autori di scrivere i loro profili». Il risultato è Jewish Jocks, in cui Jonathan Safran Foer racconta le manie dello scacchista Bobby Fischer, il direttore del settimanale New Yorker, David Remnick, si cimenta col mitico giornalista sportivo Howard Cosell, Steven Pinker parla dell’altrettanto mitico coach di basket Red Auerbach, e George Packer introduce il proprietario dei Dallas Mavericks, Marc Cuban. D’accordo, uomini di concetto, che hanno applicato la loro intelligenza allo sport, scacchi a parte. Ma gli atleti veri dove sono? Tranquilli, c’è anche Jeane Leavy che illustra le gesta del campione di baseball Sandy Koufax, o la storia del più basso giocatore mai entrato nella Hall of Fame del basket, o dei tanti pugili ebrei che per salire sul ring fingevano di aver cognomi irlandesi.

Naturalmente c’è anche la storica Deborah Lipstadt che ricorda il massacro degli olimpionici israeliani a Monaco nel 1972, perché purtroppo la violenza ha inseguito gli ebrei anche qui, negli stadi. Franklin Foer, però, non voleva un libro incentrato sull’antisemitismo: «Certo, c’è anche quello nelle squadre. Però ne abbiamo parlato abbastanza: preferisco concentrarmi sui successi degli atleti ebrei. Il basket, per esempio, è uno sport nostro: noi abbiamo inventato i moderni schemi di gioco. Stesso discorso per le statistiche del baseball, che sono l’interpretazione ebraica di questo sport, e adesso anche il calcio».

David Remnick, sul palco per la presentazione del libro assieme ai fratelli Foer, fatica a trattenere le risate. Anzi, non le trattiene: «Non so bene cosa ci faccio qui. Il fatto è che da giovane ero giornalista sportivo per il Washington Post. Scherzi a parte, è possibile che noi ebrei non abbiamo avuto grande successo come atleti perché non volevamo farci male? Mia madre, ad esempio, mi vietava il football. O magari evitavamo certi sport perché non c’erano soldi da guadagnare?». Jonathan Safran Foer lo smentisce seccamente: «Nella mia vita ho fatto sport solo per il gusto di vincere. Non mi interessava partecipare a una bella azione, volevo solo il risultato. Sono stato un tennista odioso, che viveva di pallonetti, perché quella era l’unica maniera in cui riuscivo a fare punti». Perciò ha scelto di scrivere di Bobby Fischer: «Gli scacchi non sono uno sport? Lo dite voi. E poi comunque Fischer, che era uno squilibrato, vinceva sempre, e questa è l’unica cosa davvero importante».

Non capisci fino a che punto scherzano, e fino a che punto fanno sul serio, finché Remnick comincia a scuotere la testa: «Questo libro è uno scherzo, un colossale scherzo ebraico». Ma Franklin, ridendo, lo interrompe: «No, è la distruzione di uno stereotipo. E ogni volta che riesci a distruggerne uno, a torto o a ragione, hai compiuto comunque un’opera buona».

http://www.lastampa.it/2012/11/14/cultura/libri/il-libro/che-grandi-atleti-noi-ebrei-un-libro-scherzo-dei-fratelli-foer-tod5r0bBQA4C9rCuoC1iFK/pagina.html


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