174/2015: Jussi Adler-Olsen, Il messaggio nella bottiglia, Marsilio 2013, pag 557

 

Jussi Adler-Olsen, Il messaggio nella bottigliaGeneralmente, se si pensa a thriller e spy- story si pensa alla cultura americana. Anni di telefilm e romanzi sfornati a getto continuo ci hanno assuefatto a vedere sulle coste dei libri “gialli” solo cognomi anglofoni. Il giro di boa è avvenuto nel 2005, 2007 per l’Italia, quando vennero pubblicati i romanzi di Stieg Larsson, autore scandinavo prematuramente scomparso. Stiamo parlando della famossima trilogia Millenium con i romanzi “Uomini che odiano le donne”, “La ragazza che giocava con il fuoco” e “La regina dei castelli di carta”. Da quel momento, il monopolio americano ha subito una battuta d’arresto per far posto, sugli scaffali, a cognomi con “ø” nel mezzo. Oltre a questo cambiamento nella fonetica dei nomi, si è inaugurato un periodo di thriller e storie su serial killer che hanno perso la brutalità e il sangue dei loro cugini americani e ne hanno guadagnato in psicologia.

Nei sotterranei del dipartimento di polizia di Copenaghen, in corridoi e stanze non ancora bonificate dalle coperture in amianto, si annida la sezione Q. Si occupa dei cold cases, casi del passato rimasti irrisolti e che ritornano a galla, di tanto in tanto. A capo della sezione c’è Carl Mørck, detective finito in quel “dimenticatoio” dopo uno scontro a fuoco dalle dubbie dinamiche ed è assistito dal giovane e brillante Assad e dalla volubile Rose.

Un giorno, sulle loro scrivanie arriva un reperto proveniente dalla Scozia, ma che potrebbe giungerebbe benissimo da una ballata o da qualche avventura piratesca: una bottiglia con dentro un messaggio vergato con il sangue. Le poche e rovinate righe fanno emergere una disperato ed agghiacciante richiesta di aiuto. Due ragazzi sono stati rapiti e sono tenuti prigionieri. Il messaggio porta la data del 1996. Saranno ancora vivi? Il rapitore è stato preso? Oppure la storia è stata dimenticata e quel mostro continua ad agire?

È difficile poter recensire un thriller fornendo gli elementi necessari alla comprensione, ma non svelando troppo della trama per non eliminare il brivido della scoperta. Seguirà una lunga “ellissi recensiva” che spero almeno faccia nascere un po’ di curiosità.

Di un thriller poliziesco ci si aspetterebbe che la parte da leone sia fatta dalla trama. Una storia d’investigazione non è tale se non ci sono colpi di scena o indizi su cui far arrovellare anche il lettore. Invece, qui la parte più sugosa è costituita dai personaggi. La sezione Q è popolata da individui che compongono un variegato caravanserraglio, quasi una corte dei miracoli di eccentricità.

Partiamo dal capo della sezione, Carl Mørck. Leggendo di lui non ho potuto fare a meno di immaginarlo come un ibrido tra il tenente Colombo e l’ispettore Callaghan. E’ un poliziotto in gamba, intuitivo ed intelligente, ma refrattario alle regole, un po’ burbero e diffidente verso il genere femminile (complice anche l’allucinante ex moglie che si ritrova). Ha un passato non del tutto limpido: una strana storia che lo vede coinvolto in una sparatoria nella quale, si insinua, si sia fatto scudo con il collega, ora paralizzato, che vive a casa sua. Questa macchia, unita al suo brutto carattere, gli nega la possibilità di riuscire a fare carriera nonostante le sue indubbie capacità. Il cliché dell’eroe poliziotto degli ultimi decenni.

Con i suoi collaboratori, le cose si fanno molto più interessanti. Assad è un giovane siriano che, non si sa bene per quali traversie o vicende, sia finito nella sezione più sperduta della polizia della capitale danese. Le sue “eccentricità” come quella di avere il tappetino per le preghiere in ufficio o le storpiature che inevitabilmente fa con la lingua danese lo rendono molto accattivante, forse la migliore figura della storia. Anche lui ha un passato misterioso: non si sa bene dove vivano lui e la sua famiglia, visto che ha fornito un indirizzo fittizio anche ai suoi datori di lavoro, riceve strane telefonate via Skype dalla Siria nonostante affermi che tutta la sua famiglia sia morta. Ci si aspetterebbero delle rivelazioni sul suo conto prima della fine della storia, ma, evidentemente, sono previsti altri volumi con le avventure della sezione Q.

L’ultimo componente del gruppo è Rose, una segretaria-tutto fare senza una ben determinata qualifica. Si presenta all’inizio con smalto nero per le unghie e carattere scontroso, in un calco della Lisbeth Salander della trilogia di Millenium, ma molto presto abbandona il lavoro per essere sostituita dalla sorella gemella Yrsa, tutta boccoli, colori pastello e carattere espansivo. Il fatto che nessuno abbia mai visto le due sorelle insieme fa pensare che, in realtà, Rose e Yrsa siano la stessa persona affetta da una sorta di doppia personalità. Verrebbe da chiedersi, con una punta di ironia, comesia possibile un tale avvicendamento di personale all’interno di un commissariato di polizia.

Esterno e parallelo c’è, naturalmente, il cattivo, il rapitore e assassino. Non si riesce veramente mai a conoscere, nonostante lo svisceramento della sua travagliata infanzia e la rigida educazione religiosa. Non se ne viene mai a sapere il nome, per quanto lui sia una delle voci narranti della vicenda.

La storia è suggestiva, inutile negarlo. La presenza di questo messaggio nella bottiglia, che finisce prima in Scozia, poi viene dimenticato e per anni e infine approda sulle scrivanie di Copenaghen garantisce un inizio pieno di mistero e intrigo. Il romanzo si alterna, come i precedenti della saga della sezione Q, su due binari: da un lato, Mørck e la sua squadra che si arrovellano sul mistero della bottiglia, dall’altro la vita e il passato del rapitore e assassino dei due ragazzi. I due binari narrativi si avvicinano sempre di più fino a convergere nell’inevitabile e drammatico finale.

Gli autori di questa branca della letteratura del nord Europa si concentrano molto sulla psicologia dei personaggi, facendo capire che anche il “cattivo” in realtà è solo il frutto di abusi e repressioni vissuti in prima persona. Nessuno nasce con il marchio di Caino sulla fronte, ma sono le situazioni a creare i mostri. E, quasi, si sente compassione anche per uno spietato rapitore.

Jussa Adler- Olsen ha combinato con sapienza elementi della classica letteratura thriller integrandoli con una psicologia approfondita ed una splendida caratterizzazione dell’ambiente anche se, per noi, molti riferimenti alla cultura e alla politica danese restano abbastanza ostici.

Un nuovo modo di leggere di efferati delitti senza cadere nella banalità.

di Giulia Pretta

http://www.criticaletteraria.org/2013/09/il-messaggio-nella-bottiglia-Jussi-Adler-Olsen-Marsilio-recensione.html


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