177/2015: Jan Costin Wagner, Il silenzio, Einaudi 2008, pag 249

Jan Costin Wagner, Il silenzioUn’utilitaria rossa e il buio di una stanza sono i due elementi che aprono il romanzo. Una figura della trasgressione e la matrice di questa, il buio di un appartamento dove un uomo e un giovane si sono riconosciuti in silenzio guardando film porno e da dove un giorno partono sull’utilitaria rossa. Turku, Finlandia, estate del ’74. Una tredicenne di nome Pia è violentata e poi uccisa. L’assassino e il giovane complice tornano nel buio. La madre di Pia pianta una croce sul luogo del delitto. Trentatré anni dopo sotto la croce c’è un’altra bicicletta a terra, una traccia di sangue, un’altra ragazza scomparsa. Al caso si dedica la coppia di detective già incontrata nel precedente romanzo di Wagner, Luna di ghiaccio.

Kimmo Joentaa, uomo malinconico che non ha mai superato la morte della moglie, un’innata sensibilità per le esistenze deprivate; il suo ex capo in pensione, Antsi Ketola, irruente quanto lucido, che aveva lavorato senza successo al caso di Pia, perseguitato dal ricordo dello sguardo della madre di lei. Terzo protagonista il giovane complice d’allora, oggi cinquantacinquenne con moglie e figli, che il nuovo caso spinge sul calvario della memoria e della disgrazia.

Una trama fitta e serrata, il memorabile prologo e sette giorni, e un ordito ricco di figure che sembrano muoversi in sintonia col ritmo di una ipnotica musica del dolore. Spicca Sinikka, la ragazza scomparsa, che si rivela
in quella sua stanza nella casa
dei genitori: ogni cosa a terra, sulla moquette azzurro pallido, in un ordine che si percepisce ma non ci appartiene, nessun mobile tranne un tavolo col computer. Quattordici anni di impudenza e precisione, empatica e remota, Sinikka è l’ombra che si muove nel caos dürrenmattiano.

Un mistery in grigio, dove si sobbalza a ogni inserto di colore – il giallo di un tuorlo d’uovo, il rosso di un tosaerba -, che ha l’intensità figurativa e l’essenzialità di un film di Kaurismäki, con un < finale che è uno sberleffo alle regole del genere, un colpo
di genio narrativo. Tutto quadra nel modo più imprevisto e assurdo, tutti credono di essersi liberati del proprio dolore e forse è così – ma la verità
è un’altra, come saprà il lettore.
Il cane della disgrazia è sempre vivo. Jan Costin Wagner è una rivelazione.

di Tiziano Gianotti, Donne “Lib”

http://ilmiolibro.kataweb.it/recensione/catalogo/4975/mistery-del-nord/


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