Ecco perché David Foster Wallace era un genio

ON WRITING, LA RUBRICA DEDICATA AL MONDO DELLA SCRITTURA

Imparare a pensare come lui, è quella la vera impresa (soprattutto se non si ha avuto la fortuna di nascere col suo cervello). Possiamo però leggerlo e rileggerlo, Wallace, e sperare che un po’, se non di intelligenza, di attitudine, ci rimanga sui polpastrelli insieme all’inchiostro del libro.

Foto apertura

di Amleto de Silva*
Se penso a David Foster Wallace mi prende paura, e vi spiego perché. Perché mi viene in mente quasi subito Frank Zappa, la quale finisco con l’accostarlo quasi immediatamente, e per due precise ragioni.
La prima è che si tratta evidentemente di persone con talento e sensibilità fuori del comune, quelli che oggi, sui social network, vengono chiamati geni. Il fatto è che sui social chiamano genio qualsiasi scafesso, mentre DFW e Zappa erano davvero due geni, che, cosa non di poco conto, sono riusciti, col loro lavoro e la loro arte, a dimostrare di esserlo. La seconda cosa che li accomuna è il fatto di avere schiere di seguaci particolarmente aggressivi e pronti a passare dal semplice flame virtuale ai cortei con torce e forconi, soprattutto contro quelli come me che, pur riconoscendo il genio dei due, non fanno parte delle schiere di appassionati organizzati.

Il fatto è che non c’è bisogno di essere dei fan sfegatati per amare il lavoro di Wallace, e per ritenere che i suoi libri siano molto importanti per chi ha l’ambizione di scrivere. Soprattutto (non vi arrabbiate, è solo la mia opinione), quel capolavoro che è Considera l’aragosta. Non vi faccio il torto di spiegarvi di cosa parla il libro, dico solo che è una miniera di spunti, non solo per chi voglia cercare di buttar giù due righe decenti, quanto proprio per scoprire un modo tutto particolare di guardare alla realtà, che considero caratteristico di DFW.

Io trovo che sia eccezionale proprio nelle piccole cose, in quelle frasi che non consideriamo perché poi, copincollate, non hanno senso e non ci fanno guadagnare mi piace su Facebook, ma che rappresentano un modo infinitamente attento di guardare alle cose che ci circondano.

Vi sembrerà strano, ma quando parla del Festival dell’Aragosta del Maine e nota la grave inadeguatezza delle strutture dei gabinetti chimici o al fatto che non c’è dove lavarsi le mani prima o dopo aver mangiato, oppure quando, all’AVN, gli Oscar del porno, scopre che nei centonovantacinque dollari del biglietto per il Gala le bevande non sono incluse. E non solo gli alcolici: perfino un pidocchioso selz con lime costa sei dollari. Peggio ancora, si scopre che non puoi tenere nessun tipo di conto: devi pagare il cameriere in contanti nell’attimo stesso in cui ordini il tuo pidocchioso selz con lime, e lui (in teoria) ti porta il resto e la bevanda, ecco è lì che amo follemente DFW.
O quando si lancia in meravigliose discussioni in Autorità e uso della lingua (a un certo punto osa, da vero fuoriclasse inconsapevole, una frase annichilente come considerazione saussuriana/chomskiana), per poi uscirsene, quasi sovrappensiero, con una cosa banale come le bibite non incluse all’AVN o la carenza di cessi al Festival dell’Aragosta, e cioè: le persone si giudicano davvero sulla base di come usano la lingua. In continuazione.

Ecco, quelli che lo trovano (sbagliando, e ne conosco) complicato, non fanno caso al fatto che DFW ti dice le cose in modo chiarissimo: basta leggerlo con l’attenzione che merita. Quello che può, e dico può, sembrare complesso è solo il modo che ha lui, fluviale e coltissimo, di tentare di spiegartelo. Non perché lui non ci riesca, sia chiaro, ma perché sei tu che sei ceppone.

Mi sembra giunto il momento di dirvi, però, che non amo il DFW narratore. Non mi ha mai acchiappato, come non mi ha mai acchiappato Zappa. Non è un giudizio di merito, ci mancherebbe, è solo che amo troppo il Wallace che se ne va in giro e poi racconta. La mia personalissima opinione è che si trattasse di una persona talmente vasta dentro che la fantasia, le cose inventate non gli abbiano mai reso giustizia, mentre a me piace il mondo che lui guarda, rimugina e poi mi serve su un piatto d’argento filtrato dal suo cervello. Un cervello che la fiction, sempre secondo la mia trascurabile opinione, finisce con sminuire un po’.

Quando cerca, lo vedi che si affanna a spiegare a te, di come si affanna a spiegare aisuoi studenti perché Kafka è comico, beh, ti senti partecipe un pezzettino di quel cervallo che lui ha, e tu no. E’ insieme un onore e un piacere, e pensi che non c’è storia inventata che possa competere con quello che quell’uomo pensa e scrive quando, semplicmente, guarda e poi racconta.

Ho letto una cosa in questo articolo (ci ho messo un sacco a ritrovarlo per poterlo, giustamente, lincare, una pedanteria che considero un omaggio alle famose note a margine di Wallace), e cioè che la sorella lo descrive come uno che, dopo averci parlato solo qualche minuto, ti sembra appena sbarcato da una navicella spaziale. Ecco, mi sembra che questa frase esprima al meglio quello che penso di DFW, e sono lieto che qualcuono che gli è stato vicino, in qualche modo, supporti la mia opinione. L’ho sempre visto esattamente così, come un marziano. Ma non di quelli che viene a regalarti una supervanzata tecnologia aliena, che ti aiuti a costruire navicelle spaziali no. Solo uno con un cervello grande come un melone che ti guarda, ti analizza, e ti dice esattamente chi sei, saltando a pie’ pari l’idea che tu hai di te.

Il fatto è che la narrativa, buona o cattiva, alla fine si impara. Imparare a pensare come DFW, è quella la vera impresa (soprattutto se non si ha avuto la fortuna di nascere col suo cervello), e quello no, non lo si impara. Possiamo però leggerlo e rileggerlo, Wallace, e sperare che un po’, se non di intelligenza, di attitudine, ci rimanga sui polpastrelli insieme all’inchiostro del libro.

Direi che è una di quelle cose che vale la pena tentare. E’ quello che si chiama un win-win: anche se alla fine resti scemo, sei pur sempre uno scemo che si è goduto DFW.

http://ilmiolibro.kataweb.it/articolo/scrittori-scrivere-2/11222/ecco-perche-david-foster-wallace-era-un-genio/


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