Benjamin Clementine, da clochard nelle banlieue a chanteur de France. Storia di un immigrato che ce l’ha fatta… a piedi scalzi

MUSICA

23 novembre 2015 da Storie rivista internazionale di cultura

 

PARIGI – All’indomani della pubblicazione, lo scorso gennaio, del suo album d’esordio “At Least For Now”, Benjamin Clementine si è trovato a fare i conti con un’infinità di paragoni: ha l’intensità di Antony Hegarty, lo struggimento di Cohen, è la versione maschile di Nina Simoneed Edith Piaf… E in risposta a tali accostamenti lui, il serafico Clementine, ha risposto dichiarando una certa affinità con Basquiat. Di certo, il carattere atipico e vulnerabile, come pure il viso scavato e la chioma sparata in aria, sono benjamin-clementine-internocaratteristiche che lo apparentano all’irrequieto pittore statunitense.

A leggere la biografia di Benjamin Clementine viene spontaneo interrogarsi se sia tutto vero: nato da genitori immigrati dal Ghana che sbarcano il lunario nei sobborghi di Londra, viene affidato precocemente all’anziana nonna che muore quando Benjamin ha 12 anni. Evento che fa di lui un adolescente solitario e tormentato; negletto, per usare parole sue. Senza amici nè punti di riferimento decide di affrontare la vita a muso duro e scappare a Parigi. Ma la strada per i riflettori è ancora lontana, tant’è che il nostro sopporta al principio non poche difficoltà, vivendo per anni in strada in mezzo ai clochard e cantando alle fermate della metro parigina. Si mescola tra la gente cercando di carpirne gli umori, legge, studia, dipinge, suona e canta per arginare il dolore di una vita ai margini.

Finché una sera a una festa arriva la svolta. Il caso incrocia la sua strada con quella di un discografico che lo nota e lo invita a Londra al Later With Jools Holland Show, programma della BBC. Tra il pubblico c’è Paul McCartney che, stupefatto da tanto talento, gli spiana la via verso il proscenio. Come in una favola moderna, le amare giornate nelle banlieue parigine lasciano il posto alle platee più importanti. Benjamin Clementine apre i concerti di Stromae e gli stilisti fanno a gara per accaparrarsi la presenza dell’eccentrico ‘poeta a piedi scalzi’ dalla voce meravigliosa e senza fissa dimora.

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► Con “At Least For Now”, suo album d’esordio, Benjamin Clementine ha vinto il Mercury Prize. La cerimonia di consegna si è svolta lo scorso 20 novembre, a una settimana esatta dagli attentati di Parigi, e proprio alle vittime di quegli attentati Clementine ha voluto dedicare il premio.

Clementine si avvale di una cifra stilistica molto sofisticata, in equilibrio tra melodie classiche che ricordano gli chanteur francesi e audaci sperimentazioni pop, è polistrumentista – suona piano, sax e chitarra – ed usa definirsi un espressionista delle note. La sua preparazione è decisamente superiore alla media: il primo amore musicale è statoPuccini, l’ultimo in ordine di tempo Pavarotti. Le sue passioni sono la letteratura e la poesia, con uno sguardo al teatro mitteleuropeo. “Non sarei andato da nessuna parte senza il conforto di scrittori e poeti che ho cominciato a ‘frequentare’ a tredici anni: William Blake, Carol Ann Duffy, C.S. Lewis. Letture che ho riposto da qualche parte dentro di me e che da adulto comprendo meglio”. Fosse nato qualche decade prima il suo carisma di artista multiforme lo avrebbe fatto sentire perfettamente a suo agio tanto nella Factory di Warhol quanto in un fumoso caffè in compagnia di un giovane Aznavour.

I testi delle canzoni – pardon poesie – esplorano il tormento dell’anima e, per mezzo di una calligrafia già matura e tutt’altro che leggera, spalancano un inquietante universo senza tempo pregno di strazio e sofferenza, bagaglio di un’infanzia difficile. Per rendersene conto basta leggere alcuni estratti da brani dell’album, come “Cornerstone” (“Sono stato solo per tanto di quel tempo in una scatola di pietra, è questo il solo posto che conosco, ora le appartengo”), “Condolence” (“Io, Benjamin, se un giorno sarò qualcuno mi ricorderò che vengo dal nulla, prendetemi pure in giro tanto è un cammino che ho già fatto”) o “Quiver a Little” (“Parla con me fratello. Mi dicono che sono perso, che sono un bastardo e quelle stesse persone pregano per i loro fratelli e allora io tremo un po’ e poi scoppio in una risata. Ma se guardo in su, e non in giù, forse un giorno troverò il modo per salire anch’io”).

A sostenere tutta l’opera del compositore anglo-ghanese è il trasporto emotivo accentuato da una timbrica baritonale, a tratti rabbiosa e carica di phatos, commovente e capace, attraverso infinite evoluzioni, di passare con disinvoltura da delicati sussurri ad affondi che nei momenti di maggior tensione si fanno potentissimi.
Benjamin Clementine maneggia le parole come fossero perle, se ne inventa di nuove e le raccoglie da anni in un vocabolario privato. Dicono che il suo più grande desiderio sia quello di rifugiarsi a dipingere parole in un casolare in Italia, il paese che più di ogni altro ha influenzato la sua musica. “Bisogna che qualcuno cominci a fare qualcosa per salvare la lingua; è tempo di riscoprire quelle meravigliose parole cadute in disuso che tuttavia riescono perfettamente a descrivere la nostra umanità”.
(Agatha Orrico)


→ Benjamin Clementine, il sito

→ Guarda il video di “London”:

Guarda il concerto a “Le Ring”:

http://www.storie.it/musica/benjamin-clementine-da-clochard-nelle-banlieue-a-chanteur-de-france-storia-di-un-immigrato-che-ce-lha-fatta-a-piedi-scalzi/


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