100 anni Wallach, un uomo qualunque

La Rosa tatuata, Gli spostati, Il Buono, il brutto, il cattivo

Si chiamava Eli Herschel Wallach, era un figlio di Brooklyn, un americano di prima generazione, venuto al mondo nel sobborgo popolare di New York da due genitori polacchi d’origine ebrea, immigrati all’alba del secolo. Nacque il 7 dicembre di 100 anni fa e incontrò il suo destino che già aveva passato la trentina. Prima una carriera da bravo immigrato: studi all’università pubblica di Austin; master in educazione al City College di New York e un diploma da maestro in tasca quando lo zio Sam lo richiama sotto le armi per servire sul fronte occidentale nella Seconda Guerra Mondiale. Torna a casa coi gradi da sergente e, come troppi, deve cercarsi un lavoro. Ha più fortuna di altri e, con un po’di soldi in tasca, sceglie di continuare a studiare: si iscrive all’Actor’s Studio, scopre di stare a suo agio in palcoscenico e di saper adottare istintivamente il metodo Stanislavskij, fino a diventare in fretta uno dei “vecchi” della scuola fondata da Elia Kazan e portata al successo da Lee Strasberg. Ha compagni che saranno presto nel firmamento di Hollywood: Marlon Brando, Paul Newman, Shirley McLaine, James Dean; si cimenta con i moderni classici della drammaturgia di nuova generazione: Tennessee Williams, Eugene Ionesco, Murray Schisgal. Già nel 1951 conosce il successo con “La rosa tatuata”, vestendo i panni dell’italo-americano Alvaro e questa sua esotica italianità gli rimarrà impressa come una seconda pelle. Passano ancora cinque anni e Eli Wallach, dal fisico minuto, i baffetti azzimati, la parlata strascicata e il mimetismo naturale del grande attore, conquista Hollywood in “Baby Doll” diretto dal suo primo maestro, Elia Kazan e ispirato alla commedia di Tennessee Williams. Quasi un segno del destino, proprio come Marlon Brando, più giovane di 11 anni, ma arrivato alla fama teatrale quasi in contemporanea e sempre grazie a Williams e Kazan. Ma Wallach non ha le stigmate del divo: non possiede il magnetismo e la fisicità della star; è invece metodico, quieto, tenace come il perfetto caratterista. Gli calzano a pennello i panni dell’uomo in grigio, del vicino di casa e di metropolitana e del resto anche nella vita privata non conosce eccessi e colpi di testa: si sposerà una volta sola (con la collega Anne Jackson incontrata nel ’47 e portata all’altare un anno dopo), avrà tre figli, userà del suo talento e del suo sguardo luciferino per dar vita a personaggi complessi, sommessi e tranquilli all’apparenza, capaci di slanci eroici ed efferatezze senza preavviso. Hollywood ci mette poco a cucirgli addosso il carattere del “vilain”, del duro e dell’antagonista: nel 1960 John Sturges lo trasforma nel cinico bandito Calvero (da italo-americano a messicano il passo è breve) in un western destinato a entrare nel mito, “I magnifici sette”. Per Wallach è un successo personale confermato un anno dopo con un’altra pellicola di culto: “Gli spostati” di John Huston con Marilyn Monroe e Clark Gable. Per cinque anni lavora moltissimo, al ritmo di almeno due film all’anno, ma sarà l’Italia il suo Eldorado. Sergio Leone gli offre nel 1966 la parte del bandito Tuco ne “Il buono, il brutto, il cattivo” e va a completare il terzetto degli antieroi al tempo della Guerra Civile insieme a Clint Eastwood e Lee Van Cleef. Tre americani in Italia (anche se il film fu girato negli States), tre carriere a un punto di svolta: per il “Cattivo” Van Cleef fu quasi il canto del cigno di un percorso da comprimario partito con “Mezzogiorno di fuoco”; per Eastwood il Buono, fu la conferma di un destino in ascesa che gli avrebbe fatto ritrovare Wallach solo molti anni dopo, sul set di “Mystic River” (2003); per il “Brutto” invece l’Italia divenne una vera passione. Ne imparò la lingua, ne fece una seconda patria d’elezione, fu l’occasione di mille incontri professionali trasformati in amicizie personali: con Giuseppe Colizzi (“I quattro dell’Ave Maria”), Duccio Tessari (“Viva la muerte…tua”), Carlo Lizzani (“Crazy Joe”), i fratelli Corbucci, Alberto Bevilacqua (“Attenti al buffone”). Un errabondare irrequieto tra America ed Europa gli fruttò avventure artistiche con artisti come Jerzy Skolimowski, Jan Kadar, Abraham Polonsky, Stanley Donen per tutti gli anni ’70. Nel decennio successivo tornò più spesso nella sua patria d’origine, corteggiato da grandi produzioni commerciali e da registi in cerca della patente d’autore come il vecchio amico Martin Ritt (“Pazza”) e divi della nuova generazione (Jack Nicholson che lo volle nel suo western “Il grande inganno”, 1990). Ormai Eli Wallach era un maturo signore su cui Francis Coppola cucì il vestito dello spietato boss mafioso Don Altobello nel “Padrino – Parte terza”. Si concesse alla televisione, ritrovando un suo amore di gioventù , per lo più recitando la maschera di se stesso come nell’episodio inaugurale di “E.R.”; apparve in pellicole di qualità come “L’imbroglio” di Lasse Hallsstrom o “Wall Street: il denaro non dorme mai” di Oliver Stone arrivando quietamente all’Oscar onorario nel 2011. Quella sera di essere arrivato alla fine e l’ultimo appuntamento col destino era già fissato per il 24 giugno del 2014. Morì in silenzio com’era vissuto ma c’è da scommettere.


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