Céline e il suo gattaccio, due randagi da romanzo

Ecco la biografia di Bébert, il felino che seguì lo scrittore nella Germania in fiamme e nell’esilio danese. Diventando protagonista di molti libri…

 Bébert era un imponente gatto tigrato di razza europea, un “gatto di grondaia”, cioè randagio. Un tipico monello parigino venuto alla luce in campagna, poi per privilegio di adozione imborghesitosi tanto da schifare i topi, almeno fino a che ci furono Leberwurst e sardine da mangiare…

 Un gattaccio curioso, intrepido, scorbutico, perspicace. Un tipo pulito. Fedele al proprio amico e salvatore.

Più di un etologo sarebbe pronto a sostenere che dal gatto, o dal cane, si può capire molto del padrone.

Il padrone di Bébert, che lo fece diventare uno dei gatti più celebri della letteratura, era Louis-Ferdinand Céline, un tipaccio, burbero, intrattabile, antisemita, fedele solo a se stesso, trasandato ma ossessionato dall’igiene, tanto da dedicare la propria tesi di laurea al dottor Semmelweis, che consigliando semplicemente ai propri colleghi di lavarsi le mani prima di entrare in sala parto, cambiò la storia della medicina.

Il gatto come «modello», o specchio, o figura ideale dell’universo narrativo del proprio padrone? Miao.

Negli anni Settanta l’editore francese Grasset chiese a Frédéric Vitoux, critico, romanziere, accademico di Francia e attento studioso – in tempi sospettissimi – di Céline, di scrivere una biografia dello scrittore del Viaggio. Vitoux non aveva né tempo, né voglia, né il coraggio per un’avventura del genere. E rilanciò, scherzosamente, proponendo la biografia del suo gatto, che accompagnò Céline per parecchi anni e molti romanzi. L’editore Grasset, che non scherzava mai, gli commissionò il libro, che uscì nel 1976 in Francia e oggi, per la prima volta, in Italia: Bébert. Il gatto di Louis-Ferdinand Céline (La Vita Felice, pagg. 172, euro 12). Leggendo la vita del felino eroico e devoto, si rilegge quella dello scrittore innovatore e nichilista. Insieme, randagi entrambi, attraversarono la Francia collaborazionista, la Germania in fiamme e la Danimarca ipocrita.

Bébert, che ancora non si chiamava così, nacque attorno alla metà degli anni Trenta, nella regione parigina, abbandonato, poi affidato alla Società protettrice degli Animali e quindi consegnato ai grandi magazzini della Samaritaine. Qui, nel ’35, lo acquistò l’attore cinematografico Robert Le Vigan, che aveva appena finito di girare il film Golgotha, nella parte del Nazareno, per regalarlo alla sua nuova amante, una giovane comparsa algerina, Tinou. Anni bui, gatteschi e vagabondi nella Montmartre della guerra, fino al ’42. Dopo la rottura tra Le Vigan e Tinou, abbandonato a se stesso, il gattone viene raccolto e battezzato Béberte da Lucette Almansor, ballerina, e dal marito, il dottor Louis-Ferdinand Destouches, che è già Céline. Colui che sarà il più grande e il più odiato scrittore di Francia.

Fino al giugno del ’44 sono giorni sonnolenti e d’attesa, di lezioni di danza, di scrittura e passeggiate notturne. Poi, poco prima dello sbarco in Normandia, la decisione: si fugge in Danimarca, dove Céline prima della guerra ha messo da parte un po’ di denaro. In quel periodo riceve due righe da Paul Léautaud, andate perdute in un incendio, ma in cui dice così: «Lei, caro Louis-Ferdinand, sarà senza dubbio liquidato alla Liberazione, e se l’è cercata. Non verserò neppure una lacrima, può morire in pace. Però sappia che sono pronto a prendere con me Bébert, il solo di cui mi importi».

Importa di più a Céline e Lucette, che lo trascinano con loro nell’apocalisse, sui treni blindati e sotto piogge di fuoco: viaggerà dentro uno zaino per mezza Europa. «Per 18 giorni e 18 notti non si è mosso, non ha fatto un solo miao. Si rendeva conto della tragedia. Abbiamo cambiato treno 27 volte. Tutto perduto e bruciato per strada, tranne il gatto. Ci ha accompagnato per 35 chilometri a piedi, da un esercito all’altro, sotto dei fuochi peggio che nel ’17». La lettura della Trilogia tedesca – Da un castello all’altro, Nord e Rigodon – ci permette di seguire i tre fuggitivi fino all’arrivo in Danimarca, marzo 1945. Un’epopea da Baden-Baden a Sigmaringen a Copenagen, tra ufficiali tedeschi, francesi emigrati, molliche di pane, ex notabili di Vichy, luride pensioni, comizi di Leon Degrelle e arresti.

Nel ’51, dopo un intervento chirurgico (Bébert ha un cancro) e una lunga carcerazione (Céline è un collaborazionista), i due randagi, con la dolce Lucette, tornano a casa, in Francia. Bébert muore di consunzione all’inizio del ’52. Céline colpito da emorragia cerebrale e nell’indifferenza generale, nel giugno 1961.

Bébert – scrive il suo biografo – smaschera Céline. «Denuncia le sue menzogne e sottolinea le sue invenzioni».

C’è una fotografia, del 1950: un languido Bébert sulle ginocchia di un Céline sognatore. Due proscritti. Ma sembrano felici.

Luigi Mascheroni – Mar, 26/03/2013 – 

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/c-line-e-suo-gattaccio-due-randagi-romanzo-voyage-899925.html


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