RITRATTO DI GEORGE BEST, ARTISTA DEL CALCIO

Sport, Football, pic: circa 1968, Manchester United's George Best scoring against Sheffield Wednesday (Photo by Bob Thomas/Getty Images)

di pubblicato venerdì, 11 dicembre 2015 Su Minima&Moralia

George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un’eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l’ha combattuta sul campo con l’agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L’imperativo del Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all’oltraggio della morte. S’erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.

«Quando si entra in questo gioco ci si resta per tutta la vita. La vita senza calcio è un vuoto che non può essere riempito da un sostituto qualsiasi. Nel calcio si muore in mille modi, e si muore in mille modi senza il calcio», ripeteva Sir Busby. Genio e sregolatezza? Un talento incompiuto? Best ha donato quel che poteva, come sapeva. Ha lasciato, a modo suo, il mondo un posto migliore, come gli ha scritto qualcuno in un biglietto d’addio.

In Best sembra di scorgere quello stato d’animo, la nostalgia, che lotta con la creatività. La velocità è anche fragilità. Appena quindicenne impiegò poche ore per reimbarcarsi sul mostro di ferro, l’Ulster Prince, che da Belfast l’aveva traghettato al destino di una vita, lo United. «Voglio tornare a casa». Non era questione d’alterigia, bensì un radicato senso di inadeguatezza. Lo capirono, come l’aveva capito Bob Bishop, dal 1960 osservatore capo della squadra britannica in Irlanda.

Il vescovo si accorgeva delle potenzialità dei ragazzini provenienti dai quartieri più disagiati di Belfast, che senza di lui il mare non l’avevano visto mai. Centosessanta centimetri di altezza per 47 chilogrammi come avrebbero potuto esprimere quel che Bishop aveva intravisto? Hugh “Bud” McFarlane, dal privilegiato punto d’osservazione della panchina del Cregagh, si sbracciava: «Lasciate perdere com’è e concentratevi su quello che fa». Stravedeva per Best, non glielo nascondeva. Come nelle migliori tradizioni venne scartato a causa della taglia al provino dal Glentoran. Il padre, Dickie Best, operaio ai cantieri navali non andava al campetto per paura di metterlo in soggezione. Ann, promessa dell’hockey poi operaia nelle fabbriche di sigarette e gelati, preparava il brodo col dado e gli spicchi d’arancia per lo spuntino dell’intervallo delle partite. La sola al mondo che sapeva qualcosa del cuore sproporzionato di George, della sua genuinità. Ann lo idolatrava, astemia fino ai quarantaquattro anni, anche lei sprofondò nell’alcolismo.

Nell’esistenza di Best la ricerca della fuga è una costante, quanto l’esigenza d’inventare. Mostrava l’audacia e il rifiuto proprio di chi crea. Non si limitò a soddisfare la domanda di calcio preesistente, la ricreò su presupposti differenti. Indicò a quel mondo la possibilità di una sperimentazione estetica. Rese distinguibile, indispensabile, la purezza della sua idea di calcio, che l’ossessionò fino al crollo nell’alcol. Best non dimenticava la classe operaia, dalla quale era emerso, ma lui era gli anni Sessanta, un’altra storia. La generazione postbellica. Bestera ancora senza la pervasività della televisione. Era un movimento non ripetibile, non frazionabile. Potevi intuirlo solo nel tempo dello stadio, nello scatto di una fotografia, nello spazio che alimentano le parole. Nelle geometrie, nei dribbling, nelle accelerazioni, nei colpi di tacco, nei tiri dalla distanza e nei passaggi al volo di Best ribellione e originalità producevano innovazione, oltre lo status quo delle certezze maturate nel decennio precedente.

Per Best il calcio spiegato a un bambino era l’accuratezza nei passaggi, guardare il compagno libero; la corsa senza palla così importante nel calcio moderno, leggere gli spazi per buttarvisi dentro; infine il dribbling: «Il contatto con la palla è fondamentale, sentirla vicina, far dialogare entrambi i piedi». A tal proposito c’è una bellissima serie a fumetti, George Best on the Ball, in cui il campione risponde alle domande dell’età della scoperta del gioco.

Rudolf Nureyev avvicinò Best in un ristorante londinese e gli chiese un autografo, aggiungendo: «Lei è un artista». Condividevano fascino, talento, l’arte che evita lo sguardo della malattia. Ma soprattutto la dote ineludibile per un corpo in movimento artistico: l’equilibrio. Nel 1947 Dickie Best scattò in Donard Street una foto al figlio di quindici mesi di bianco vestito. Ciò che rende grande un giocatore è l’equilibrio. La testa di George è proprio dove dovrebbe essere, sopra la palla, la guarda. Il corpo è posizionato in modo perfetto, vicino al marciapiede la palla sotto controllo del sublime ambidestro che diventerà. Pare stesse caricando un tiro senza scomporsi.

Nella biografia George Best, l’immortale (66thand2nd, 493 pagine, 25 euro, traduzione a cura di Francesca Benocci e Roberto Serrai) Duncan Hamilton ha ragione quando scrive che la fotografia più bella ritrae il fuoriclasse voltato di spalle. Il numero sette bianco illumina la schiena, la maglia cade larga sui pantaloncini, ha i calzettoni abbassati. Nonostante la guardia feroce e i lividi provocati dai difensori raramente indossava i parastinchi. Il coraggio non gli faceva difetto. Come a dire: quando hai un talento non permettere a nessuno di privartene. In quel braccio destro alzato al cielo c’era la dolente timidezza di Best. L’esultanza non era mai eccessiva.

In quella fotografia aveva appena segnato al Benfica di Eusebio, nella Wembley vestita a festa per la finale di Coppa dei campioni, di cui s’era innamorato, quando i pantaloncini li indossava a Burren Way, sul cemento di Belfast. Aveva atteso i tempi supplementari per essere Best. Correva l’anno 1968 e Sir Matt Busby cercava giustizia. Dieci anni prima, il 6 febbraio 1958, nell’incidente tragico di Monaco era morto un po’ anche lui. Voleva la Coppa dei campioni che s’era fermata in semifinale. L’allora undicenne Best lesse sulle colonne delBelfast Telegraph: «Celebre squadra di calcio colpita da un disastro, l’aereo del Manchester United precipita in fiamme, i sopravvissuti in condizioni critiche lottano per la vita».

Ecco, Busby aveva puntato sul ragazzino per rimediare al dolore, per onorare la generazione dei Busby Babescancellata dopo una notte promettente a Belgrado. A Monaco erano morti sette calciatori non le necessità della disciplina. A Busby gravemente ferito impartirono due volte l’estrema unzione. Ricostruire è stato il verbo del tecnico, figlio di emigranti lituani, che nel 1945 ripartì dall’Old Trafford bombardato e 15mila sterline di scoperto in banca per conquistare sette anni dopo il primo scudetto. Il tris d’assi Law-Charlton-Best non bastava. Per vincere nel calcio è necessario anche un portiere affidabile. Nell’estate del 1966 dal Chelsea per 55mila sterline era arrivato Alex Stepney. Da quel momento Best ebbe la certezza che nessuno sarebbe riuscito a fermarli.

Per quella finale Best prefigurò una tripletta personale. In realtà non incise fino al miracolo su Eusebio, col quale Stepney salvò lo United dalla capitolazione. In semifinale a Madrid ci aveva pensato il 36enne (7 gol in 566 partite) Bill Foulkes, su assistenza di Best, a risollevare la truppa a un passo dal baratro. Best si scosse. Rilancio di Stepney, deviazione di testa di Kidd e la palla è nei piedi del numero 7. Percorre i venticinque metri che lo separano dalla porta. Scarta Cruz. José Henrique si butta a sinistra, lui va a destra. Appoggia la palla in rete col sinistro. Il Manchester è stato il primo club d’oltre Manica a vincere la Coppa Campioni. A maggio di quell’anno dorato era stato nominato giocatore dell’anno. Best era un Maggio millenovecentosessantotto. A dicembre gli assegnarono il Pallone d’oro. A ventidue anni era già salito sul tetto del mondo. Poteva solo scenderne. Negli undici anni (1963-’74) trascorsi ai Red Devils ha disputato 470 partite, segnato 181 gol, ma di Wembley ce n’è stata solo una. Che cos’è poi la fama? A lungo, invano, ha ricercato la risposta. «George, quando le cose hanno cominciato ad andare male?» Gli ha chiesto un cameriere in una stanza d’albergo lussuriosa. La morte restituisce forse una misura delle grandezze.

C’è chi sottolinea criticamente che l’affetto, le forme di idolatria, per Best siano tanto rumore per poco. In fondo la sua stella ha incantato veramente solo per tre anni. Forse giova non scordare che poi il Manchester ha impiegato trent’anni per conquistare la seconda Coppa dei campioni.

Bobby Charlton, quando Best era ormai vicino alla morte, ricoverato in terapia intensiva, andò a trovarlo. Dopo il ’69 fra i due s’era rotto qualcosa. La fusione tra vecchia e nuova generazione allo United, come nella società, non funzionava più. L’eredità di Busby troppo pesante. Serviva il coraggio di una piena rottura generazionale, la piena espressione di nuove energie, che non avvenne. Già alla fine della stagione 1971-72, stufo del pessimo livello della squadra, Best vacillò all’idea di andarsene per avere la possibilità di vincere ancora qualcosa. Charlton si congedò dal club con tutti gli onori, mentre Best salutò l’Old Trafford, il teatro dei sogni, in piena solitudine. Nel 1974 Best appese al classico chiodo nello spogliatoio un paio di scarpini. Li aveva lasciati lì per ricordare a tutti la sua assenza. Charlton sussurrò al capezzale del compagno di squadra, all’amico, che la sua morte, quell’autodistruzione, era una vera stronzata.

Nessuno sa identificare il momento preciso in cui, dopo una sconfitta rimediata sul campo, Best iniziò a cercare sollievo nella bottiglia, però era certo che beveva a causa del calcio. Forse il 1970 rappresentò lo spartiacque. «La felicità e l’equilibrio di Best si fondavano sui risultati e lui aveva dato per scontato che allo United i successi sarebbero arrivati senza soluzione di continuità. Voleva anche che il pubblico lasciasse lo stadio parlando esclusivamente di qualcosa che lui, soltanto lui era in grado di fare. “Penserei di deludere il pubblico se non dessi spettacolo, sarei amareggiato con me stesso”», afferma il biografo. George Best will not be playing today,c’era scritto in uno striscione preparato dal Bournemouth. Non volevano truffare i propri tifosi, che affollavano gli spalti solo per gli ultimi lampi dell’immortale.

Il luminare Roger Williams, che curò a lungo Best, ha scritto in un biglietto alla famiglia: «In qualunque paese mi recassi mi ponevano sempre la stessa domanda: “Come sta George?” Dopo il trapianto del fegato ci sono state buone giornate, ma le tentazioni della vita l’hanno sopraffatto ancora. Si dice che i dottori non dovrebbero varcare il limite del coinvolgimento personale con il paziente. Non era semplice con George Best. “Hi prof”. “Hi George”. Cominciavamo così».

Fino a oggi Best è un calciatore senza epigoni. Le sue qualità tecniche non saranno mai dimenticate, ha scritto nel 2010 Edson Arantes do Nascimento. Pelé lo definì footbal-artist. A Best piaceva raccontare che di idolo, dal quale traeva ispirazione, ne aveva solo uno, Alfredo Di Stéfano. Ammirava la Saeta Rubia per la sua visione di gioco totale: «Riusciva a fare tutto ed essere dappertutto». I due, allevati dalla scuola chiamata strada, condividevano pure la solitudine di non aver mai preso parte alla fase finale di un Mondiale.

Alla Federcalcio argentina, quanto a Perón, non piacevano le rivendicazioni salariali per la categoria di Di Stéfano. Best intaccherà quei rapporti di forza. Nel 1963, da ultimo arrivato in prima squadra, guadagnava diciassette sterline a settimana. Quattro anni più tardi il reddito salì a cinquemila, perché aveva acquistato il potere contrattuale della pubblicità dei grandi marchi. Nel biennio 1967-’69 la retribuzione da calciatore non superava le 140 sterline settimanali. «George poteva vendere una scala a chiocciola a chi abitava in un monolocale», Ken Stanley sintetizzò così le potenzialità commerciali del gioiello che aveva intuito. Hamilton ricostruisce con pagine interessanti il ruolo e l’ascesa della figura, poi dilagante, del procuratore.

Per il Manchester, dopo il trionfo del ’68, Best anelava l’emulazione dell’epopea madridista delle cinque Coppa dei campioni (1955-’60). Busby come nel Real di Puskás voleva creare un modello, una “comprensione totale” tra i suoi giocatori. A Madrid pensarono a Best per compensare l’immaginario collettivo orfano della coppia Di Stéfano-Puskás. Poi esplose Johan Cruijff. Il calcio totale se l’erano preso gli olandesi. Best ne soffriva, pativa i numeri dell’altro talento. Non accettava di essere subordinato a Cruijff, che gli somigliava pure. Al Madame Tussauds decisero di sostituire la statua di Best con quella del nuovo Pallone d’oro. «Per un giocatore come George, lo stile dell’Ajax era una manna dal cielo. Avrebbe dovuto giocare per noi. Si sarebbe inserito alla perfezione», ammiccò Cruijff. Best è Manchester, è lo United. «La nostra storia gloriosa l’hanno fatta persone col carisma di Best. Ha arricchito le vite di chiunque l’abbia visto giocare», ha riconosciuto Charlton. George era la fantasia. Allora diede appuntamento a Cruijff qualche anno più tardi. Era il 1976, il mese d’ottobre. L’Irlanda del Nord opposta all’Olanda aspirava alla qualificazione al Mondiale. Il talento di Best resisteva ancora alla dissipazione. Danny Blanchflower lo convocò a distanza di tre anni dall’ultima volta e lui accettò senza esitazioni. Lo aveva preannunciato a Bill Elliot, cronista del Daily Express. Dopo cinque minuti dal fischio d’inizio Best si avvicina a Cruijff, doppia finta e gli fa passare la palla in mezzo alle gambe. Poi gli corre intorno, lo salta roteando il pugno destro in aria come nella notte perfetta di Wembley.

Best sognava un’Irlanda unita, liberata dall’odio settario. Unita sarebbe stata una Nazionale competitiva. In tredici anni indossò trentasette volte quella maglia, segnando nove reti. Numeri tutt’altro che esaltanti, ma quanto era elegante e luminoso con quel verde smeraldo addosso. Il 21 ottobre 1967 non se lo scorda nessuno. A Windsor Park architettò con una prestazione abbagliante la sconfitta della Scozia. Best tenne la palla solo per lui. Il controllo della palla era connaturato: nessuno gli ha insegnato come si gioca. Suo l’assist, un cross dopo una splendida triangolazione, per il gol vittoria di Clements. Unbelievable, unplayable, uncatchable, lo definì Sir Alex Ferguson. I titoli d’apertura se l’erano presi i Troubles: Barricades in the streets as shooting war breaks out in Belfast. Subito sotto sul Sunday News strideva una foto felice della famiglia Best al completo. Tutti festeggiarono il pareggio, due a due, ispirato dal ragazzino che aveva ali e una sete troppo grande per preservarsi.

Raccontano che a fine gara Best si sia sottratto all’eccitazione generale. Farfugliò a stento qualche parola, mentre il terzino sinistro Gemmell lo paragonò al vento, impossibile da catturare. Non funzionava neanche prenderlo a calci.

Best era dipendente dal sesso come dall’alcol. Chissà se divertendosi smodatamente non abbia anche amato un po’. Le folli sessioni alcoliche, le scopate, non hanno colmato quello che chiamava il “vuoto terribile”, la depressione. Georgie, il quinto Beatle, gli occhi azzurri, i soldi, il senso dell’umorismo: irresistibile. Narrava di essere andato a letto con almeno sette Miss Mondo. In realtà furono due, ma cosa importa. Cambiava versione di volta in volta, ed era divertente starlo a sentire, perché i migliori lasciano in eredità storie da tramandare. Conscio della propria benedizione, maledizione, in una pubblicità della Stylo invitava a mettersi nelle sue scarpe.

La prima superstar del calcio moderno da Manchester alle albe di Marbella, il re del gossip: «Beh, so quello che penseranno i tifosi. Quando me ne sarò andato dimenticheranno tutta la spazzatura e ricorderanno il calcio, semplice com’è. Fino a quando si ricorderanno del calcio e anche una sola persona mi considererà il migliore giocatore al mondo, avrò compiuto la mia impresa». Dennis Law disse di averlo scambiato per un cantante pop, che si apprestava a esibirsi sul palco. Poi però scattava, faceva i tackle ed era quel qualcosa che non si può insegnare o capire, ma solo godere.

In questa vicenda spicca una persona apparentemente laterale. Best la chiamava la signora F. Mary Fullaway veniva da una generazione di edoardiani della classe operaia. Giovane vedova, madre di due figli, lavoratrice instancabile, accudì in Aycliffe Avenue, grazie alla fiducia di Busby, un terzo figlio speciale pieno di insicurezze. Divenne una casa lontano da casa, perché aveva capito Best, ma soprattutto gli voleva bene. Il 14 settembre 1963 la signora Fullaway, Dickie e Ann Best seppero dalla radio che era giunto il tempo della scoperta, il gran giorno del ragazzino. Alla vigilia dello scontro al vertice tra Manchester e West Bromwich Albion all’Old Trafford s’era infortunato Moir, una distorsione al ginocchio. Busby ruppe gli indugi, scrisse Best sul foglio di carta intestata dello United. Era nell’undici titolare. La radio gracchiò che l’allenatore aveva compiuto un grande passo, convocando un ragazzo di Belfast, un ragazzo di nome George Best. La maglia numero 7 sulla stampella chiedeva di essere indossata.

Dieci anni fa sfilarono migliaia di persone a Belfast per il congedo. Una fotografia aerea del corteo funebre ha la pretesa di raccogliere l’amore che c’è. Anche nei corridoi delle prigioni di Robben Island, ricorda Desmond Tutu, nell’ora d’aria del sabato pomeriggio, i resistenti all’apartheid invocavano quel nome, George Best, che teneva su il morale, aspettando avidamente notizie sui risultati calcistici del weekend. Oggi ne cantano le gesta nel Teatro dei Sogni e nei pub. Sir Busby preferiva evocarne il genio. Sosteneva che non bisognava provare ad allenarlo. Il ragazzo è speciale come uno spirito nel cielo.


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