Conversazione tra Casale Monferrato e Bhopal

Il lavoro culturale

 

 

Con questo dialogo a distanza tra Bhopal e Casale Monferrato diamo inizio a una serie di post dedicata ai disastri industriali.

Nel corso del tempo seguiranno altri interventi volti a cartografare una rete di luoghi investiti dai disastri e le dinamiche di resistenza di chi ne ha subito l’impatto umano e ambientale. Segnaliamo che il 2 dicembre, a Siena, la Corte dei Miracoli ospiterà unaserata in solidarietà con le vittime della strage di Bhopal del 1984. L’evento prevede un dibattito, una mostra fotografica, cena e danze indiane e un racconto dal Mahabharata dell’attore Massimo Schuster. 

La farmacia del Sambhavna Hospital, clinica creata da alcuni attivisti di Bhopal che fornisce cure gratuite ai sopravvissuti. Foto di Daniela Neri

La farmacia del Sambhavna Hospital, clinica creata da alcuni attivisti di Bhopal che fornisce cure gratuite ai sopravvissuti. Foto di Daniela Neri

Alberto Prunetti: Poco più di un anno fa, nel novembre 2014, io e Tommaso Sbriccoli ci siamo incontrati a Roma nel Palazzaccio della Cassazione. Eravamo lì per la sentenza del caso Eternit e ci siamo ritrovati a sentir parlare di disastri industriali in una maniera che ne alimenterà di nuovi, con buona pace della giustizia sociale e di chi è morto per aver respirato le fibre prodotte dalla fabbrica di cemento-amianto di Stephan Schmidheiny. Ci aspettavamo, forse per ingenuità, la riconferma di una condanna per disastro ambientale doloso, una sentenza che avrebbe costituito un precedente su scala globale e che avrebbe aggiornato ai mala tempora che corrono il diritto italiano. Invece il diritto non si smuove in avanti e negli ultimi tempi la giurisprudenza italiana ha dimostrato più volte (caso Montedison di Bussi, caso Marlane di Praia) di saper scegliere bene da che parte far pesare il piatto della bilancia. Quanto alla sentenza Eternit, la prescrizione ha cancellato la condanna. Con la condanna sono scomparsi anche i risarcimenti che avrebbero permesso di bonificare e quindi di salvare tante vite umane nei prossimi anni. Perché quel disastro non è finito ma è un evento in divenire, si sta trasformando in un genocidio di lavoratori e cittadini comuni. Cittadini che oggi si chiedono se abbia ancora senso aspettarsi qualcosa dalle istituzioni e dalla politica di palazzo, che si fa viva solo per battere tardive pacche sulla spalla e poi girarsi altrove, a sorridere ai nuovi imprenditori industriali che vogliano aprire mercati in un Paese così sicuro, per loro, dal punto di vista penale. Non siamo i soli a garantire l’impunità al ricco, rincuoriamoci: come noi c’è l’India, dall’altra parte del mondo.

Trentuno anni fa, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1984, dagli stabilimenti della Union Carbide di Bhopal è partita una fuga di un gas caratterizzato da un sentore strano, quasi di cavolo lesso: era isocianato di metile. Per farla semplice, cianuro. La Union Carbide era una multinazionale statunitense che in India produceva un pesticida che avrebbe dovuto far meraviglie nel contesto della green revolution, imposta ai contadini indiani dal neocolonialismo occidentale. Il trucco era semplice: per aprire nuovi mercati, bisognava vendere ai contadini che facevano agricoltura tradizionale input chimici. Questi in un primo tempo spingevano le produzioni ma poi impoverivano i terreni: per due anni producevi tanto, poi il miracolo finiva, mentre nel frattempo per comprare concimi e pesticidi il contadino si era dovuto indebitare con qualche usuraio. Non sono mancati i casi di chi, per chiudere il cerchio, ha usato i pesticidi della rivoluzione verde per suicidarsi. Ma torniamo al disastro di Bhopal. La nuvola di isocianato di metile fuoriuscita dalla fabbrica americana di pesticidi, spinta dal vento, alla mezzanotte e cinque del 3 dicembre 1984 attraversa alcuni slum e quartieri adiacenti all’impianto industriale, abitati da lavoratori che gravitavano attorno allo stabilimento o che speravano un giorno di ottenervi un impiego. Il gas letale si insinua nelle capanne, nei rifugi puntellati alla buona e coperti con incerati di plastica blu. L’isocianato di metile entra nei polmoni di bambini e di adulti, di uomini e di vacche sacre. Pochi secondi bastano a rovinare l’apparato respiratorio e il sistema nervoso. Mezzo minuto e arriva la morte. Al confronto, il disastro di Seveso della diossina del 1976 è poca cosa, anche se in realtà la regia sembra la stessa: ma questo, in termini cinematografici, non è un corto ma un colossal dell’orrore. La più grande tragedia industriale di ogni tempo: non ci sono cifre attendibili, ma sembra che nei primi minuti dalla liberazione della nube tossica siano morte alcune migliaia di persone, circa tremila. Molte altre sono morte però nei mesi e negli anni successivi per i tumori correlati mentre ancora oggi nascono bambini con malformazioni genetiche. Non esistono stime ufficiali del numero delle vittime, ma sedicimila è una buona approssimazione. Inoltre si calcolano circa quaranta-cinquantamila persone che hanno portato le conseguenze della nube tossica come stigmate visibili sul proprio corpo, mentre ancora oggi a Bhopal si nasce deformi o si muore di tumori precoci.

 Tutto questo per presentare e riassumere la cornice del disastro della Union Carbide. A questo punto vorrei chiedere a Tommaso, che mi risponde direttamente da Bhopal, di illustrare alcuni dettagli e di approfondire il quadro. Mi interessa avere un’immagine più precisa del disastro industriale di Bhopal, per comprendere meglio la natura di questi grandi eventi distruttivi creati dalla megamacchina industriale. Questo può servire anche a confutare la tesi della Cassazione italiana che ha considerato il disastro un atto puntuale, terminato nel 1986 quando la Eternit è fallita. L’interpretazione del procuratore Guariniello invece considera il disastro industriale ancora in corso, perché la gente muoreoggi per aver respirato allora le fibre di amianto, oppure perché la gente respira oggi le fibre liberate allora dalla Eternit e morirà tra quindici anni. Venendo a Bhopal, si può dire che il disastro è avvenuto nel 1984 ed è terminato allora oppure ha avuto un carattere continuativo, che non si può considerare terminato all’alba del 3 dicembre 1984?

Champa Devi Shukla e Rashida Bi, sopravvissute e attiviste di Bhopal e fondatrici del Chingari Rehabilitation Centre. Foto di Daniela Neri

Champa Devi Shukla e Rashida Bi, sopravvissute e attiviste di Bhopal e fondatrici del Chingari Rehabilitation Centre. Foto diDaniela Neri

Tommaso Sbriccoli: Intanto ti ringrazio, Alberto, per aver iniziato questa conversazione. Collegare Bhopal e Casale Monferrato non è un puro gioco retorico, e neppure un mero esercizio investigativo. È un procedimento invece dal forte potenziale euristico. Ritengo infatti sia fondamentale guardare a questi disastri con uno sguardo che cerchi di indagarne aspetti in comune e somiglianze. Non solo perché questi ci dicono di come grandi multinazionali agiscano in situazione di crisi spesso secondo le medesime logiche e secondo le stesse strategie di disimpegno e deresponsabilizzazione. Essi ci dicono anche che queste logiche sono iscritte in più ampi sistemi le cui coordinate giuridiche, economiche e sociali sono estremamente simili e ci permettono di indagarne la forma e il contenuto. Ci dicono, anzi, che queste stesse crisi sono parti integranti del sistema industriale. Non situazioni fuori dalla normalità, inattese, esse sono spesso il risultato di specifiche politiche e scelte strategiche da parte delle grandi multinazionali.

Per tornare alla sentenza della Cassazione su Casale, essa ci spinge per prima cosa a riflettere sull’inadeguatezza della legislazione, ma anche sui limiti interpretativi della legge attorno al problema del tempo e dell’evento in situazioni come queste. Inadeguatezza e limiti in cui le grandi multinazionali si rotolano come il maiale nel fango. Tornerò in seguito su una presa di posizione politica, questa volta positiva per le vittime, che negli stessi giorni è venuta fuori a Delhi e che verte su simili problematiche. Quello che vorrei approfondire ora è proprio questa dimensione temporale di un disastro industriale. A Bhopal abbiamo un’ora e un giorno precisi in cui collocare l’evento scatenante la tragedia. Tutto quello che è avvenuto prima, quali segnali di inadeguatezza delle strutture, della catena di controllo, delle procedure di sicurezza, e cosi via, punta a una precisa responsabilità della Union Carbide (ora Chemical Dow, e su questo punto anche bisognerà tornare). Costituisce, diciamo, l’orizzonte della sua colpevolezza. L’evento e le sue conseguenze immediate stabiliscono invece il tipo e l’entità di questa responsabilità. Ma come valutare invece gli effetti continui e a lungo invisibili dell’evento? Come inserire in questa logica temporale avvenimenti posteriori, che hanno con l’evento principale un indubbio collegamento ma che si dispongono nel tempo in fasi successive, talvolta di decenni? A Bhopal esistono almeno due piani di questo tipo. Il primo è l’inquinamento del terreno e delle falde acquifere a seguito della fuga di circa trenta tonnellate di MIC (isocianato di metile) da un serbatoio della fabbrica. Poiché a trent’anni di distanza nessuna bonifica è stata ancora compiuta, l’evento del 3 dicembre 1984 ha continuato ad avvelenare le persone quotidianamente. Da questo punto di vista, ogni giorno, ogni istante addirittura, si rinnova la responsabilità della UC, e nel momento in cui le conseguenze delle sue azioni agiscono puntualmente nel provocare nuove sofferenze, malattie e morti non si può che accertare una volta di più di essere di fronte a un disastro. Il disastro ambientale non è che la categoria giuridica cui si può ricorrere nel momento in cui se ne individuino le conseguenze sull’ambiente (esseri umani compresi). Esso non è a mio avviso categoria assoluta, puntuale, evento unico e separato dalle sue precise conseguenze, queste sì sempre puntuali purtroppo. Forse che una persona ammalatasi oggi, a causa di una sostanza versata nell’ambiente trent’anni fa dalla UC, è morta secondo una logica differente da quella morta trent’anni fa, nell’immediato lasso di tempo seguente la fuga di MIC? La metafora della bomba a orologeria utilizzata da Bruno Pesce, dell’AFEVA di Casale Monferrato, per chiedere conto della sentenza della Cassazione è a mio avviso estremamente efficace. Basterebbe infatti posizionare il timer della bomba su un tempo sufficientemente lontano per mandare completamente in tilt la connessione giuridica tra volontà, azione ed effetto e farla franca.

Il secondo piano in cui a Bhopal si gioca col tempo del disastro concerne una relazione ancora più complessa: quella tra ambiente, persona e trasmissione genetica. Il MIC, i cui precisi effetti erano al tempo sconosciuti (come al tempo della diossina a Seveso, ma non dell’amianto a Casale), sembra avere, da molti studi condotti, un carattere mutageno. Ovvero, agisce sul patrimonio genetico delle persone e colpisce di conseguenza non solo la salute dei singoli, ma anche quella dei loro figli. Per rimanere nella metafora della bomba a orologeria, siamo qui di fronte a una situazione in cui le persone stesse sono trasformate in bombe, pronte a esplodere a ogni passaggio di materiale genetico. Anche se, dopo l’incidente, una persona fosse andata a vivere lontana da Bhopal, evitando dunque che i figli potessero bere acqua o mangiare verdure inquinate, essa potrebbe ugualmente avere dei figli malati o disabili. Il tempo, in questo caso, ci attraversa come una lama pronta a colpire a freddo non appena se ne presenti l’occasione.

A Bhopal si parla di questi eventi come del “secondo disastro di Bhopal”. Questa definizione non è che il tentativo di rendere esplicito per chi viene da fuori qualcosa che qui è per tutti scontato: non c’è soluzione di continuità tra la notte del 3 dicembre 1984 e un qualsiasi giorno seguente. Il “secondo disastro” non allude infatti a un evento specifico, con una data e una faccia riconoscibili. Esso indica invece tutte le conseguenze che quotidianamente colpiscono gli abitanti di Bhopal, la loro vita per quella che è, il rischio continuo di svegliarsi al mattino con un nuovo sintomo, una nuova malattia, un nuovo dolore, col fiato ancora più grosso del giorno precedente e il mal di testa che non ti permette più di alzarti dal letto. E il rischio che tuo figlio nasca disabile, malato, o che ci diventi bevendo l’acqua che è l’unica che puoi offrirgli o semplicemente giocando nel campo di cricket dietro casa, la cui terra è pregna di veleno.

[Questo è un estratto di una conversazione che i due interlocutori hanno iniziato e tengono in corso d’opera. Il dialogo scritto continuerà a voce il 2 dicembre nell’evento organizzato presso la Corte dei Miracoli in omaggio alle vittime di Bhopal].


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