IL MARE DENTRO DI PHILIP HOARE

Grande-Onda-di-Hokusai

di pubblicato su Sirene (che ringraziamo), una nuova rivista distribuita online e in alcune librerie o edicole.

 

C’è mancato poco che nascessi sott’acqua”, racconta Philip Hoare, scrittore e documentarista inglese di Southampton.

La madre era andata a visitare un sottomarino ed ebbe le doglie poco prima di uscirne, rischiando così di dare alla luce il figlio proprio lì sotto. Chissà se l’asimmetrica attrazione per la parte liquida del pianeta e la smisurata passione dell’autore per i suoi giganteschi e misteriosi abitanti sia da attribuire a questo scampato parto sott’acqua.

Dopo aver pubblicato svariati libri di argomento storico e biografico e collaborato per anni con la BBC, Hoare ci regala il suo capolavoro Leviatano, ovvero La balena (Einaudi, 2013), un’immersione appassionata e scientificamente ineccepibile nel mondo dei grandi cetacei. Partendo ancora una volta da aneddoti e ricordi personali, Hoare scrive quindi un nuovo magnifico omaggio al mare.

Un po’ memoir, un po’ storia culturale e naturale, un po’ travelogue, The sea inside (Fourth Estate) vaga dalle suggestioni della nativa Inghilterra alle amate isole Azzorre, dallo Sri Lanka alla Nuova Zelanda dei Maori. Un memorabile romanzo del mare, un viaggio, ma anche miraggio. Di un mare bianco, periferico, interiore, divagante o silenzioso. Lo abbiamo raggiunto a Cape Cod, negli Stati Uniti, dove trascorre molti mesi all’anno.

Philip, perché ha scelto proprio questo titolo? Che cosa significa per lei il mare dentro?

Non sapevo che ci fosse un film spagnolo che si chiamava allo stesso modo, volevo solo esprimere ciò che sento del mare, che in fondo è, fisicamente, dentro di noi: da quel liquido amniotico salato in cui diventiamo esseri viventi fino al nostro corpo, fatto per la maggior parte d’acqua. La vita è venuta dal mare. C’è una teoria evoluzionistica alternativa… ipotizza che discendiamo da scimmie acquatiche. E poi ci sentiamo carichi di energia quando ci avviciniamo al mare. Alcuni scienziati credono che le onde formino ioni negativi che ci fanno stare bene.

Nel capitolo d’apertura di Moby Dick, Herman Melville scrive che la gente ha bisogno di “andare vicino all’acqua quant’è possibile senza cascarci dentro”. Naturalmente a me piace anche cascarci dentro! Poco fa ho nuotato nelle gelide acque della baia di Cape Cod, per dire.

Melville, che per me è un mentore e una guida spirituale, andava avanti così: “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto con dentro un’anima sana e robusta ammattisce prima o poi dalla voglia d’imbarcarsi? Perché voi stessi al primo viaggio fatto da passeggeri avete avvertito un tale brivido misterioso al sentire che voi e la nave avevate perso di vista la terra?”.

C’è un’idea intima, quasi oscura, del mare in questo libro. Per lei è un’ossessione?

Monaci e poeti hanno trovato salvezza e contemplazione nel suo potere. Per altri il mare è una sfida, qualcosa da conquistare: personalmente trovo gli sport acquatici addirittura offensivi in questo senso. E non ho simpatia nemmeno per chi butta sassi in acqua. Il mare merita più rispetto di tutto ciò. Gli antichi avevano i loro dei del mare che onoravano con offerte. Io la penso come loro, e offro me stesso.

La più stupefacente meraviglia del mare è la sua insondabile crudeltà”, scriveva Joseph Conrad. Che cosa ne pensa?

Il mare è l’ultima frontiera della solitudine. È insensibile; ma anche un riflesso di noi stessi, come diceva ancora Melville. Il mare non ha colore di per sé. È solo un riflesso del fondo che c’è sotto e del cielo che sta sopra. Camaleontico. Per questo gli artisti, gli scrittori ne sono così affascinati.

Pura illusione, a partire dall’orizzonte, che è un’invenzione…

Il mare è un’illusione, sì – in un certo senso, nient’altro che un gas solido – ma anche un luogo sensoriale. Lo senti attorno a te, a differenza dell’aria, che cogli soltanto quando si muove. E, cosa fondamentale, il mare è un conduttore di suono. L’oceano sembra silenzioso, lo è sembrato a Jacques Cousteau quando scrisse il suo Mondo silenzioso. Naturalmente non lo è, ma noi non riusciamo a sentirlo. Il crepitio dei pesci mentre si nutrono sopra la barriera corallina o il canto del capodoglio così profondo risonante e ripetitivo i cui rimbombi servono proprio a portare le femmine in calore, come se il suono fosse un preliminare uditivo… o anche il canto ancora più profondo della balenottera azzurra che Chris Watson, il sound recordist di Sir David Attenborough, riproduce attraverso quelle casse subwoofer che si usano di solito per il dub reggae, ma anche così non riesce a registrarne la reale profondità.

Parliamo di lei adesso, da bambino odiava l’acqua e ha imparato a nuotare a 25 anni. Oggi non riesce a stare più di tanto lontano dal mare…

Eh sì, recupero il tempo perduto. Non posso perdere un’alta marea se sono al mare. È un richiamo, anche in piena notte. Se sento il rumore delle onde, mi alzo e vado in acqua. Nuotare al chiaro di luna è particolarmente magico. L’oscurità dell’acqua ha dei riflessi che sembrano di mercurio o d’argento. Ma continuo sempre ad aver paura di che cosa c’è sotto, non entro mai in acqua senza avere un brivido. Bisogna aver paura perché il mare è senza cuore, non gli importa se vivi o muori.

Ho letto che fa il bagno “ogni giorno, in mare, spesso prima dell’alba, in inverno, primavera, estate e autunno. Difficilmente è un hobby, ancora meno uno sport. Lo faccio per lasciarmi la terra e la gravità alle spalle”. In sostanza va a nuotare tutti i santi giorni. Quanti bagni all’anno?

Oh sì, tutti i giorni, anche tre volte al giorno. Direi 1000 bagni all’anno! Vado sempre da solo ed è qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’esercizio. È semmai un istinto, addirittura un ostacolo. Il mare è la mia padrona, o il mio padrone, lui/lei esige obbedienza.

Non mi piace tanto essere guardato e una volta in mare, divento invisibile. Solo i pesci, gli uccelli e le balene possono vedermi, solo loro sanno chi sono davvero. E assolvono i miei peccati.

Quante balene ha avvistato nella sua vita?

Non ho idea. Ho visto più di venti specie di cetacei e partecipo a una cinquantina di spedizioni di whale watching all’anno. A volte se ne avvistano cinque, altre volte 50. Quindi è difficile fare un conto.

Cetacei con cui mi sono guardato negli occhi: orca, tursiope, megattera, balenottera, balenottera minore antartica, globicefalo di Gray, balena franca, capodoglio, stenella maculata atlantica, stenella striata, stenella dal lungo rostro, balenottera azzurra, lagenorinco scuro, cefalorinco di Hector, mesoplodonte di Sowerby, zifio, balenottera di Eden, balenottera boreale, beluga, delfino di Risso, focena, delfino…

Il mare slega tutti nodi”, ho sentito dire una volta. Il mare ha un potere curativo o perfino religioso secondo lei?

Ho evocato spesso la spiritualità in connessione con il mare, e non me ne vergogno. Il mare rappresenta una comunione con la Natura, e con Dio se vogliamo chiamarlo così. È un promemoria fisico del nostro passaggio provvisorio nel mondo.
Il mare è così più vasto di noi. Non mi sono mai sentito più inetto di quando sono stato nell’acqua insieme alle balene. E allo stesso tempo non mi sono mai sentito così in salvo. Le balene sono totalmente connesse le une alle altre, come in una gigantesca comunità. Casa per una balena sono le altre balene. Sono una lezione per noi.

Esprimono se stesse come individui collettivi e hanno anche un senso astratto di sé, infatti alcuni scienziati credono che abbiano cominciato a razionalizzare il senso dell’esistenza: chi siamo o cosa siamo e perché siamo al mondo. Questo è analogo alla religione. Se essere una balena è un’esperienza religiosa, allora essere testimone di questi animali – che alcuni considerano alla stregua di “persone non umane” – di sicuro ci porta più vicino alla nostra spiritualità. È il punto di contatto tra arte e scienza, io credo. Nel mare, nella balena.

Qual è una parola del mondo marino di cui le piace molto il significato?

Mi piacciono tutte. Perché tutte richiamano, per sinestesia, l’oceano. I nomi latini delle balene mi affascinano particolarmente. Per esempio Balaenoptera musculus – la balenottera azzurra – vuol dire “balenottera piccolo topo”: forse Linneo, che le ha dato il nome, ha voluto giocare sull’ironia del doppio senso.
Alcuni dei nomi comuni delle balene invece sono terribili: la right whale (balena franca) è stata soprannominata così perché era quella giusta da cacciare, la humpback whale (megattera) per la gobba che ha sul dorso o la sperm whale (capodoglio) perché i cacciatori credevano che il grasso che usciva dalla testa fosse sperma. Un modo orribile per chiamare questi splendidi animali.

Come descriverebbe in poche parole il mar Mediterraneo e l’Oceano Pacifico?

Il Pacifico non è placido come il suo nome. Ha un colore diverso da tutti gli altri mari. La sua immensità è veramente sconvolgente, incomprensibile. Il Pacifico rappresenta il futuro del pianeta. Il Mediterraneo è un mare interno, un cuore acquoso e un utero. Rappresenta un passato inconoscibile.

Il mare ci definisce, ci connette, ci separa”, ha scritto. In definitiva, che cos’è il mare per lei?

Tutto quello di cui ho parlato. Mi ossessiona, mi attrae, mi respinge, mi eccita, mi fa paura. È bellezza profonda in ogni momento del giorno e della notte. Non è mai lo stesso, nemmeno per un attimo, come ci potrebbe annoiare? In un mondo che può essere pieno di monotonia, dove l’unico blu delle nostre vite è lo schermo del computer davanti al quale passiamo ore e ore di lavoro, abbiamo bisogno del blu primitivo che ci redima.

Qual è l’avventura più bella che ha avuto in mare? E la più spaventosa?

Nuotare con le balene. Mostri marini negli abissi. Non ho una particolare paura di affogare, in ogni caso. Alcuni dicono che è un modo piacevole di andarsene.

Le piace viaggiare sul mare? E vivere a bordo di una barca a vela?

Mi piace la sensazione di andare a vela, ma trovo la cultura attorno a questa attività vagamente sgradevole. Un po’ da club esclusivo. Sembra che tu debba essere ricco per far parte del gioco. Non fa per me.

E non mi piace nemmeno l’idea di vivere a bordo. Amo stare in mare, ma parte del fascino è tornare a terra, dare un contesto all’esperienza. È importante conservare un senso di realtà, in contrasto con il mondo fantastico dell’oceano.

 


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