Le ambiguità del Pci. Quando mancò il coraggio di essere “eretici”

Giancarlo Bosetti per Reset
Agosto del 1968 fu una data importante, come si può dire di poche che davvero hanno segnato un prima e un dopo. Lo fu per chi c’era già e anche per chi, più giovane, ha ricostruito gli eventi da storico, come hanno fatto Luigi Scoppola Iacopini  e Tommaso Baris nel volume a cura, insieme a Scoppola, di Francesco Anghelone (Bordeaux ed. 2014). Quello fu il giorno dell’invasione di Praga ad opera dei Russi, o come correttamente si diceva, delle «truppe del Patto di Varsavia» e il volume in questione si intitola Praga 1968. La “Primavera” e la sinistra italiana. Per molti, per tutti, e di qualunque convinzione politica, quello fu un evento drammatico, la soppressione violenta di una speranza, lo spegnimento di una ipotesi ardita e luminosa, folle e ingenua insieme: che dall’interno del blocco comunista un disgelo riformista potesse generare pacificamente una fioritura di libertà. Per la sinistra in tutto il mondo fu un momento prima di entusiasmo e poi di paura, delusione, frustrazione: dalla sanguinosa repressione sarebbero scaturite nuove divisioni. In Italia gli eventi ridisegnarono la sinistra in modo irreversibile. Fu il Pci a trarne alimento, dal momento che proprio quella giornata segnò l’inizio di un suo percorso, di critica, che gli consentì di distinguersi dai partiti «fratelli», di osservanza sovietica, e di iniziare una traiettoria che, pur con molte ambiguità, gli avrebbe consentito una cavalcata di consensi. Ne sarebbe derivato, piacesse o no ai suoi nemici, il consolidamento di una «egemonia culturale» (come piaceva chiamarla agli avversari) che sarebbe arrivata fino al crollo del Muro di Berlino e, in forme diverse, anche oltre.

Il Pci ebbe l’ardire, in quella sofferta giornata di mezzo agosto, nel cuore delle vacanze di massa in tempi di fastosa crescita industriale, di esprimere il suo «grave dissenso» nei confronti della brezneviana invasione. Il dado era tratto. E non era mossa indolore. Quel che non fece Togliatti nel 1956, dopo la repressione ancora più cruenta di Budapest, in osservanza alla disciplina internazionalista (cosa che costò la perdita di Antonio Giolitti, passato poi al Partito socialista), lo fece invece il più umile e sottovalutato Luigi Longo. Se non l’avesse fatto, la storia successiva della sinistra italiana sarebbe stata più simile, probabilmente, a quella francese, e i tentativi dei decenni successivi di fare del Psi la forza guida del «movimento operaio», come allora si diceva, avrebbero avuto il successo che arrise a Mitterrand ai danni di un partito comunista, ridotto a servo fedele di Mosca, nonostante qualche successivo sussulto «eurocomunista».

primavera-pragaE’ vero che il Pci mantenne poi un atteggiamento incerto e continuò a lasciar credere che il legame «antimperialista» con il Pcus andasse preservato, nonostante tutto, ed è vero che il suo appoggio convinto al «nuovo corso» cecoslovacco era in contraddizione con quel legame. Eppure andò così: l’immagine dei comunisti italiani nel ’68 e poi quella di Berlinguer non potevano più essere confuse con quella della nomenclatura di Mosca. Non fu solo apparenza e neppure solo opportunismo: la differenza era tremendamente forte e le tensioni in agguato tra Mosca e Botteghe Oscure erano mortali (e continuarono a esserlo). Mortali nel senso che Mosca ne percepiva la portata potenzialmente distruttiva, più di quanto non fosse chiaro al «revisionista» Pci. Quelle tensioni sarebbero diventate sempre più forti e ricattatorie (da parte sovietica), dal momento che una minoranza di osservanza ortodossa avrebbe continuato a minacciare, sotto la guida di Armando Cossutta, la maggioranza berlingueriana, di una scissione, che avrebbe avuto l’appoggio sovietico. La scissione sarebbe poi avvenuta al momento della nascita del Pds di Occhetto. Ma questi sviluppi successivi sono fuori dal campo di osservazione del libro, che invece ben descrive umori e giudizi dell’epoca.

Chiarissima vi appare la contraddizione logica che attraversava la condotta del Pci. Essa  era forte e non mancava di farla notare nelle riunioni del Comitato centrale la mente «geometrica» e implacabile di Umberto Terracini. Se si approva il «nuovo corso» del socialismo dubcekiano «dal volto umano» come si può continuare a negare la natura «disumana» di quell’altro. Ma il fatto è che l’appoggio del Pci al nuovo corso, già agli albori della primavera di Praga, e poi durante, e ancora dopo, non era momentaneo o tattico. Preannunciava un distacco che non avvenne e che rimase in qualche confuso modo implicito, creando situazioni imbarazzanti ad ogni incontro internazionale, in cui il rappresentante del Pci, a Mosca, era trattato come un intruso pericoloso, da silenziare. Però presente.

C’era una convergenza sostanziosa del gruppo dirigente comunista italiano nella cultura democratica e riformista di cui era impregnato il tentativo di Dubcek e dei suoi: libertà di critica, caute riforme economiche, autonomia dei sindacati dai partiti. E altre simili «eresie», come le chiamava con coraggio e limpidezza Pietro Nenni, il segretario del Psi, che però non riuscì a raccogliere i benefici di quella sua posizione più coraggiosa, sia perché i socialisti attraversavano una stagione negativa, quella del fallimento della unificazione con i socialdemocratici, sia perché la rottura del Pci con Mosca aveva una forza indubbia. Era una scelta attraente davvero. Non era una mossa di facciata, conteneva un messaggio di irreversibile distacco, anche se questo distacco non fu conseguentemente consumato fino all’estremo. Così certamente la percepì la mia generazione, quella che in quei giorni era alle soglie di scelte politiche ed esistenziali che poi condizionano il resto dell’esistenza. La condanna dell’invasione da parte del Pci era un messaggio fortissimo, carico di una gigantesca ambizione: quella di prefigurare un possibile cambiamento dell’intero campo comunista. Questa ipotesi si sarebbe rivelata sbagliata, ma la dissociazione dalla natura autoritaria, illiberale, dittatoriale del comunismo era una strada senza ritorno. E il Pci, grazie alla sua forza, incuteva certamente qualche timore nel potente Pcus. Paura del contagio, paura che l’89 avrebbe mostrato fondatissima. Realtà percepibile nelle mosse e nelle ostilità di Mosca e satelliti. In quei giorni la solidarietà con le vittime della repressione, con Dubcek, Smrkovsky, Svoboda la leadership della primavera (segretario del partito, presidente del Parlamento, presidente della Repubblica), insieme a tanti altri, era espressione di una scelta politica di campo, che non lasciava dubbi. Il Pci diventò, in tutte le sue sezioni, il teatro di una battaglia durissima tra filosovietici «carristi» e difensori del nuovo. Quella durezza segnava la strada per chi si affacciava dentro il Pci in quei giorni; c’era da dare sostegno alla novità. Quei giovani il Pci non l’avrebbero mai preso in considerazione se il 21 agosto non ci fosse stata quella rottura.

Gli Editori Riuniti, di proprietà del Pci, allora rappresentavano direttamente le linee politiche e culturali del partito, e pubblicavano con entusiasmo nelle loro collane tascabili gli autori della Primavera, le famose Tesi di aprile, i testi di Dubcek, di Ota Sik, di Goldstücker, provocando le ire di Suslov e dei custodi moscoviti della ortodossia. Il Pci aveva un legame umano stretto e diretto, con i protagonisti di Praga; lo teneva un grande conoscitore della lingua e della cultura di Praga, Luciano Antonetti. Un legame che sarebbe poi rimasto vivo, clandestinamente, con l’Unità, anche nei vent’anni dell’anonimato di Dubcek e sarebbe poi riemerso nell’88 con lo splendido viaggio in Italia dell’eroe della Primavera, accolto festosamente a Bologna per una laurea honoris causa.

La sinistra italiana seguì con una apprensione oggi inimmaginabile le giornate di Cierna Nad Tisou, quando all’inizio di agosto si tennero gli ultimi incontri del vertice comunista di Praga con quello di Mosca, prima del naufragio. Appeso a quel nome di città sconosciuta ai confini tra la Slovacchia e l’Ucraina, allora Urss, c’era la speranza di una svolta. Gli eventi di vent’anni dopo, con la perestroika e la glasnost di Gorbaciov avrebbero rivelato (o confermato) che nessuna svolta riformistica del genere era possibile e che l’apertura alle riforme significava per il comunismo un collasso di sistema, valutazione in cui convergevano le tesi «carriste» insieme a quelle del più rigoroso anticomunismo. Eppure le «ingenue» speranze di Dubcek, con la forza liberatoria che avevano nel ’68  non possono essere archiviate solo e semplicemente come un fallimento, come «una pietra tombale» del revisionismo comunista, come un «suicidio» che vanificò l’ultimo tentativo di salvare l’eredità della Rivoluzione d’Ottobre (Antonio Ghirelli). Furono tutto questo, ma anche la preparazione di quel finale incruento che accadde poi nell’89.

In questo libro Scoppola e Baris si sono divisi il lavoro di introspezione nell’animo della sinistra italiana, al primo i socialisti nelle loro varie correnti e riviste, al secondo i comunisti. E ne risulta una ricostruzione che rispecchia con fedeltà e intelligenza il senso del dramma che si stava consumando e dello spessore delle scelte che si compivano, attraverso le pagine delle riviste, attraverso le testimonianze, come quella di Jirí Pelikán, il capo della televisione cecoslovacca della Primavera, che sarebbe poi vissuto in Italia e che avrebbe affidato a Antonio Carioti e a «Reset» il suo racconto autobiografico (Io esule indigesto, Il Pci e la lezione del ’68 a Praga, I Libri di Reset, 1998). Le pagine di Scoppola raccontano in particolare la coerenza con cui Nenni, e poi, Craxi espressero e difesero la loro piena sintonia con l’«eresia» di Dubcek e poi con i dissidenti dell’Est, denunciando i limiti e l’ambiguità della posizione comunista, ma mostrano anche come nell’ambito della sinistra, accanto alle voci squillanti di Mondoperaio o di Critica sociale, si facessero sentire voci filosovietiche nel Psiup di Vecchietti, Valori e nella rivista Mondo Nuovo, in esponenti diversi e influenti come Lelio Basso e nello stesso Vittorio Foa, che avrebbe poi  bene individuato, onestamente, le gravissime debolezze dell’esperienza del Psiup.

Tutti fattori che mettevano in luce come la posizione, a suo modo «eretica», del Pci – nonostante i limiti che sarebbero emersi soprattutto negli anni successivi, quando il Psi, e non il Pci, candidò Pelikan al Parlamento europeo – avesse della sostanza riformista anche se non completamente esplicitata. Nota con efficacia Scoppola come l’operato di Dubcek e compagni emanasse «odore di riformismo e di socialdemocrazia, vale a dire un paio di concetti che all’epoca» venivano percepiti «come un insulto, come un anatema da scagliare  contro l’avversario» nella maggioranza della sinistra. Parole che mostrano quanto lungo ancora fosse il cammino perché quelle idee assumessero anche in Italia il loro appropriato valore, ma anche quanto l’esperimento politico praghese facesse sentire i suoi non inutili riflessi. Nel senso esattamente contrario a quello indicato da Fausto Bertinotti, in appendice a questo volume, così come all’epoca da Rossana Rossanda e Luigi Pintor, fondatori delManifesto. Invece di cogliere in quegli eventi la necessità di una svolta riformista e socialdemocratica, continuarono a invocare una svolta verso una rivoluzione contro il capitalismo, come se il fallimento già consumato del comunismo dell’Est Europa non fosse ancora una prova sufficiente.

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