ARMI E BAGAGLI, UN DIARIO DALLE BRIGATE ROSSE

corraini

Cause ed effetti

di Emanuele Trevi

Per introdurre Armi e bagagli di Enrico Fenzi mi sarà necessario condividere almeno in parte gli stessi rischi che l’autore ha affrontato scrivendo la sua opera. A farmi accettare questi rischi non basterebbe nemmeno la profonda amicizia che mi lega a Enrico: l’argomento decisivo, in questi casi e di fronte a una materia così spinosa, non è, non può essere che il grande valore di questo libro, non a caso arrivato alla sua terza edizione (ora alla quarta, ndr). Ma è proprio intorno e in conseguenza a questa nozione di “valore” che iniziano i guai. A primo impatto, infatti, potrebbe anche suscitare fastidio e addirittura ripugnanza l’elogio delle qualità letterarie di un libro che ha per sottotitolo Un diario dalle Brigate Rosse.

È inutile negare che su un discorso che abbia questo tipo di intenzione pende come una spada di Damocle l’accusa di un cinismo sordo al male e al dolore reali evocati in Armi e bagagli. Ma questo rischio (l’accusa infamante di “fare della letteratura” di fronte a tragedie reali) è corso, in maniera molto più radicale, dall’autore in prima persona. Che al danno fatto avrebbe pure aggiunto la beffa di scriverci su un “bel libro”. Questa diffidenza per la letteratura e per il “fare della letteratura” ha radici antiche e profonde, e può vantare anche, non costa nulla ammetterlo, dei buoni argomenti.

Scegliendo nonostante tutto la letteratura, a Enrico Fenzi non è rimasta che la più svantaggiosa delle scommesse: si è affidato alla sua opera, le ha delegato interamente il compito di parlare per lui. Il che significa, prima di tutto, rinunciare all’ombrello protettivo delle proprie intenzioni. Ci difendiamo meglio con le nostre intenzioni: perché sono malleabili, reversibili, plurali – tendenzialmente inesauribili.

Il vecchio proverbio ha davvero ragione: è proprio perché sono così tante, che le intenzioni bastano a lastricare le strade dell’inferno! Continuano a darci maggiori possibilità, anche di fronte al male compiuto. Un’opera invece è un fatto singolare, e irrimediabile. Sta lì, non può tornarsene indietro. La sua legittimità dipende solo da se stessa, dal suo essere così com’è. Ma se deve rinunciare a proteggersi con tutto ciò che non è se stessa, in cambio ha qualcosa di unico da offrire. Che la si ami o meno, non si può negare alla letteratura una forma particolare di potenza cognitiva, che altri generi di discorso non conoscono. Non è vero, è solo una petizione ideologica dei nostri nonni, che la letteratura sappia per forza qualcosa di più del mondo; di certo, però, il mondo lo conosce in maniera diversa.

Scrivendo Armi e bagagli, Enrico Fenzi si è voluto collocare in questa alterità. Proprio perché scrive di fatti reali, e lo fa anche con un certo scrupoloso spirito di esattezza, ci rendiamo ben presto conto, fin dalle prime battute del discorso, che quei fatti sono stati sottoposti a una specie di rotazione mentale, colorandosi di una luce insospettata, inedita. Riconosciamo subito, insomma, mentre il narratore guarda il suo riflesso sul vetro di un treno notturno che attraversa l’Italia, il timbro della soggettività, il timbro della letteratura.

Intendiamoci su questa infida nozione di “letteratura” che un libro come Armi e bagagli quasi ci costringe ad evocare. Perché un testo scritto abbia caratteristiche e prerogative inconfondibilmente letterarie, non è necessario che sia composto in maniera bizzarra, o con abbondanza di figure retoriche, o in versi, o ancora che esprima una prospettiva sulla vita per forza fantastica o allucinata. Tutte queste e infinite altre sono componenti importanti della scrittura letteraria, ma non ci aiutano a definire davvero cosa sia, in profondo, la letteratura.

Con una scelta che ha sicuramente a che fare sia con la gravità della materia che con il proprio temperamento umano, semmai Fenzi ha lavorato ad attenuare e smussare ogni superfluo orpello “letterario” della sua scrittura. L’eleganza, unita al fondamentale afflato razionale, della sua prosa autobiografica non è poi molto distante da quella che appare nei suoi lavori di studioso e interprete di fama mondiale dei nostri classici, da Dante e Petrarca a Tasso e Leopardi. Mi ricordo di aver letto un’intervista, rilasciata quando era ancora detenuto in qualche carcere speciale, dove Fenzi dichiarava che, se avesse scritto un romanzo, si sarebbe ispirato più a Tolstoj che ai modelli dell’avanguardia – e la cosa non mi stupisce affatto, come non stupirà i lettori di Armi e bagagli (per inciso, ricordo anche il terribile titolo dell’intervista: Da Petrarca al mitra). E invece, come si desume da molti punti del libro, l’attività di studioso e quella di dirigente clandestino delle Brigate Rosse arriveranno addirittura a intrecciarsi, all’interno di un’esistenza sempre più sprofondata in un senso di assurdo.

Difficilmente, del resto, chi “scrive bene” per inclinazione spontanea e per lunga abitudine scriverà “male” affrontando i nodi decisivi della sua vita. E mentre è forse inutile oltre che eccessivamente complesso definire che cos’è la letteratura, e si è costretti a rimanere sul vago, di sicuro ci si avvicina di più ad esperienze concrete e verificabili chiedendosi non più cos’è, ma a cosa serve la letteratura. A questo proposito Fenzi è molto sicuro, e la sua risposta, illuminante per il lettore, arriva proprio all’inizio del libro, al momento di accingersi ad affrontare la questione più spinosa di tutte. È la questione del perché.

Perché lo hai fatto? Perché sei diventato un terrorista? Perché hai rovinato la vita altrui assieme alla tua stessa? Osserva sottilmente Fenzi in un altro punto dell’opera, che questa domanda non può che esprimere inimicizia. Se viene posta è proprio perché l’altro non sa rispondere. O meglio: può dare risposte parziali. Risposte politiche, psicologiche, strettamente giudiziarie che possono contenere tutte il loro grado di utilità e verità. Ma che in fin dei conti a sciogliere il nodo di quel perché? non possono mai arrivare. Perché nessuna di queste risposte parziali, per quanto onesta, potrà mai scavalcare l’abisso tra le cause e gli effetti. Questo è il punto decisivo, a mio parere. Il terrorismo non è stato solo un trauma per gli individui e le collettività che ne hanno patito la violenza, sostiene Fenzi, ma anche per coloro che vi hanno aderito e partecipato in prima persona. La prima conseguenza del trauma, di ogni tipo di trauma, è proprio questa: una totale rescissione dei legami che legano cause ed effetti. «Che esistano le cause ­scrive Fenzi – è fuor di dubbio. Che esistano gli effetti è altrettanto certo. Ma che tra le une e gli altri ci sia un rapporto, beh, sarebbe azzardato dirlo. In ogni caso, occorre inventarselo ogni volta».

Si noti bene: inventarselo, scritto in forma riflessiva, dunque anche più forte di “inventarlo”, più legato a una sfera di decisioni e fantasmi interiori, più intimo alla soggettività e alle sue responsabilità… Ecco, nel frattempo, una buona definizione pragmatica del concetto così astruso di “letteratura”: l’invenzione di un rapporto possibile tra cause ed effetti, quando tutti i vecchi rapporti appaiono infranti e ormai inutilizzabili. Per un paradosso fecondo di conseguenze, l’invenzione genera dunque un tipo particolare di verità, che nessun altro discorso su questi argomenti potrà mai generare. L’invenzione in altre parole accetta la sfida del nemico, la sfida del suo «perché?» e muove d’assalto alla zona d’ombra, tenta di colmare la voragine che si è spalancata tra le cause e gli effetti. E come il fuoco della candela rende visibile una scrittura tracciata con il succo di limone, così l’invenzione fa apparire qualcosa proprio là dove fino a un attimo prima non c’era davvero niente da vedere. Questo qualcosa non possiede nessuna rilevanza storica, giuridica, politica. Non è insomma fagocitabile da finalità estranee al suo stesso manifestarsi. Qualcuno lo potrà anche rifiutare come “inutile”, senza rendersi conto che si tratta, semmai, di tutt’altro ordine di senso.

Vorrei servirmi per chiarire questo punto di un esempio storico più tranquillo, perché riferito a tempi lontanissimi da noi, tali da non turbare nessuna coscienza. Tutti a scuola abbiamo imparato che cos’è la Fronda, la grande rivolta sia aristocratica che borghese che a metà del Seicento turbò la Francia del vecchio Mazzarino e di un Luigi XIV ancora troppo giovane e sotto tutela. Non si trattò certamente di “terrorismo” come lo intendiamo oggi, ma di sicuro in quegli anni fu arrecato un gravissimo turbamento all’ordine pubblico e alle autorità costituite. Ci furono fazioni, complotti, vinti e vincitori, tradimenti e rivelazioni. Bene, noi possiamo sapere tutto della Fronda, leggendo i diari, gli epistolari, i resoconti storici, le relazioni diplomatiche del tempo. La nostra idea di questo evento storico può progredire e raffinarsi ad libitum, senza mai dover scomodare la letteratura e la sua capacità di invenzione. Ovviamente, però, studiando i documenti di quel periodo non ci si può, prima o poi, non imbattere nelle Memorie del cardinale di Retz. Retz era un sublime gaglioffo, un libertino impenitente, un grande artista dell’intrigo. Inoltre, non lo sapeva nemmeno lui, ma era un grande scrittore. Acciuffato a un certo punto dagli ufficiali di Mazzarino, fu protagonista di una celebre evasione, destinata a essere soppiantata solo da quella di Casanova dai Piombi.

Una volta preso il potere, Luigi XIV gli risparmiò la galera o peggio, ma non volle più vederselo intorno, e lo spedì a vivere nel castello di famiglia, da qualche parte in provincia. Cosa sarebbe rimasto da fare fino alla morte al cardinale, nella gabbia dorata delle sue ricche proprietà, lontano per sempre dai salotti e dalle anticamere di Parigi? Retz inizia a scrivere le sue memorie, indirizzate a un’anonima, giovane amica all’oscuro di tutti i retroscena della Fronda. Non è né il primo né l’ultimo uomo d’azione che, costretto all’inerzia e alla meditazione sulla propria sconfitta, prende la penna in mano. Probabilmente non ha l’ambizione di comporre un capolavoro che sarà ricordato tra i grandi classici della letteratura francese; eppure, come dicevo, è un vero scrittore. Non ci rivela mai nulla di importante o sconosciuto sulla guerra civile di cui era stato protagonista, è molto spesso impreciso, si perde in dettagli insignificanti. Ma dopo aver letto queste Memorie, in apparenza simili a tantissime altre opere che parlano degli stessi fatti, la nostra idea della Fronda non sarà più la stessa. Storico inaffidabile e fazioso, Retz ci rivela un’intera antropologia dell’intrigo, del tradimento politico, del segreto come valore d’uso e valore di scambio. Gli eventi umani sono poliedri irregolari, e la faccia di questi poliedri illuminata dalla letteratura non assomiglia a nessun’altra, è il luogo di articolazione di un senso ulteriore, di un senso supplementare.

Tra i tanti esempi che si possono trovare in Armi e bagagli di questo modo di procedere della letteratura, vorrei indicare una pagina che a mio parere è la più bella e toccante di un libro che di belle e toccanti ne contiene non poche. Fenzi parla di “Lucio” e “Valentino”, che sono i nomi di battaglia dei due militanti delle Brigate Rosse che lo accolgono nell’organizzazione e gli danno le prime istruzioni. Come è facile capire, la figura di questi due reclutatori è importantissima in relazione all’identità del protagonista e al suo tentativo di rispondere a quelperché? al quale è impossibile rispondere. Bene, evocando la vita di Lucio e Valentino, Fenzi ci ricorda che la scelta di entrare in un’organizzazione come le Brigate Rosse non può essere stata, per centinaia di persone di ogni condizione e cultura, un gesto puramente razionale, l’adesione a un’ideologia, la conseguenza di una diagnosi storica. Così come, commettendo l’errore opposto ma simmetrico, è inutile mettere tutto sul conto di un’ipotetica follia collettiva, facendo della lotta armata una specie di sintomo psicotico. Entrambe queste spiegazioni possono contenere anche del vero, ma peccano di astrazione. Fenzi invece, interrogandosi sul motivo per cui è entrato nelle Brigate Rosse, schizza il ritratto di questi due tragici Lucignoli, Lucio e Valentino. In tale modo, ci fa intravedere l’ingrediente più impalpabile, ma forse anche più decisivo, di ogni scelta di vita: il magnetismo che un’esistenza concreta, e solo lei, può esercitare su un’altra esistenza.

Non è l’«organizzazione», il partito armato ad attrarre e infine cooptare il protagonista, ma due uomini che «ne impersonavano totalmente lo spirito, l’essenza». Così come il protagonista, a sua volta, incarnerà questa essenza e questo spirito agli occhi dei nuovi arruolati, in un fatale meccanismo di contagio dove i ruoli si invertono presto e davvero non si sa quale è il peggiore. Fenzi è magistrale nel descriverci il partito armato come uno spazio tragico – tecnicamente tragico, voglio dire, perché completamente assoggettato alla logica dello sguardo, al gioco di potere connesso al guardare e all’essere guardati. Dei brigatisti, ci arriva da questo libro un impressionante ritratto collettivo di uomini e donne totalmente assorbiti da un ideale di «velenosa perfezione dell’io» che corrode chi lo coltiva mentre conduce alla rovina chi ne subisce il fascino. È una storia terribile quella che ci racconta Enrico Fenzi. E prima di lasciare i nuovi lettori a tu per tu con Armi e bagagli, vorrei osservare che essa è tanto più terribile quanto più l’autore, scegliendo la verità inventata della letteratura, non può che farne una storia umana, integralmente umana.

Così che il racconto di quell’errore, pur così individuale e irripetibile, somiglia almeno un poco, ma quanto basta per dolersene, al racconto di tutti gli errori, che purtroppo è il racconto di tutti.

1. Sovrapposizioni

di Enrico Fenzi

La stazione di Milano, le nove e mezza di sera. M’infilo nell’atrio tenendomi addosso a una comitiva familiare, sino alla biglietteria. Vorrei una cuccetta, ma mi sento più sicuro in uno scompartimento normale. Sotto quella luce velenosa s’aggirano due poliziotti, con le trasmittenti a tracolla. Non mi devo preoccupare di loro, ma semmai degli altri: giovani con i capelli lunghi e la barba scura mal rasata, soli o a coppie, che stanno vicini alla scala mobile; uomini di mezza età, incappottati, con le palpebre socchiuse sugli occhi pigri e sospettosi, presso l’edicola e attorno alla cabina del telefono.

Salgo a piedi all’atrio superiore. A capo dei marciapiedi c’è sempre qualcuno, fermo, che frantuma il corso di chi va e di chi viene. Passo oltre, e piego per un marciapiede deserto, lungo una fila di vagoni vuoti. Salgo e ridiscendo subito dall’altra parte, e sono di nuovo tra la gente, davanti al mio treno. Di solito faccio così solo quando arrivo, per non passare sotto il controllo di chi aspetta in fondo. Ma stasera sono inquieto e stanco. Mi rode il pensiero che la stazione sia un punto pericoloso, per tutti noi. Milano, Torino, Bologna, Roma… dobbiamo passare di lì, non c’è altro. L’Italia è piccola, e dopo un po’ par di conoscere i controllori di quei soliti due o tre treni che vanno su e giù, e i soliti pendolari di lungo corso. Del resto, Giovanni Ciucci, brigatista-controllore del compartimento di Firenze, s’imbatte ogni tanto nei capi dell’organizzazione, in treno, e ne approfitta per consigliare sul campo le pratiche mimetiche della clandestinità ferroviaria.

Mi siedo nell’ultimo posto libero, vicino alla porta dello scompartimento di prima classe. Apro il giornale: per non essere guardati è meglio non guardare, almeno finché il treno non si muove. Ma ho una notte di viaggio davanti a me, e avverto la pressione di chi mi sta attorno, nello scompartimento, negli scompartimenti vicini, nel corridoio… un’intimità forzata e strana ma non sgradevole. Con il gomito destro sfioro ogni tanto l’impugnatura della pistola, badando che sia ben coperta dalla giacca.

Ma è anche come toccare un bubbone: la peste, il colera… Sorrido a questa immagine, e mi guardo attorno di sfuggita. Gli uomini che credo di vedere laggiù, fermi, mi cercano. Questi, che passano per i corridoi e guardano, mi cercano. E il rigonfio della pistola è lì a ricordarmelo. La si deve portare non tanto per difesa, credo, perché se fosse necessario usarla sarebbe anche troppo tardi per farlo: no, non per difesa, ma piuttosto per sentirsi in ogni momento, e specialmente in mezzo agli altri, diversi. È come andare attorno con una palla di piombo al piede: non si può andare dove si vuole, non si può parlare con chi si vuole, e occorre invece seguire vie proprie, percorsi obbligati, incontri prestabiliti. Un mondo parallelo, un’organizzazione del tempo e dello spazio parallela… non è neanche una palla di piombo ma una lunga catena, legata ad altre catene. Con la pistola addosso è un andare alla catena.

Il treno si muove, lentamente, ed esce dalle nere volte della stazione verso l’alta oscurità del cielo di dicembre. Non riesco a distrarmi più d’un istante. La diversità, ecco… si tratta di sapere quel che si è. Non le chiacchiere sull’utilità o meno della pistola, che si possono sempre tirare là dove si vuole. Quella diversità che va cercata e cristallizzata per alcuni, e che va sfumata e quasi nascosta per altri. Sono due modi opposti che ormai saltano fuori nelle forme e nelle occasioni più disparate, sempre più spesso, e tutti ne siamo coinvolti e lacerati. E anche i legami e gli affetti più vecchi si corrompono.

Mi stacco con fatica da questi pensieri e mi guardo intorno con attenzione. Il primo momento di impaccio che irrigidiva i viaggiatori si è sciolto nel caldo e negli odori del-lo scompartimento, al ritmo monotono e pacificante del treno. Sono passate da poco le undici. Lodi, e poi Piacenza, e poi Parma… È ancora lunga. Mi alzo, per respirare l’aria fredda del corridoio.

Vorrei parlare con qualcuno. Con chi? Mi vedo riflessosul vetro del finestrino, contro lo sfondo nero della notte punteggiata dal veloce bagliore di qualche luce isolata. Sono io, quell’immagine trasparente e incerta? Quell’immagine attraversata dall’invisibile fuga della campagna, dall’istantanea apparizione di una strada, qualche casa e qualche lampione che ruotano velocissimi davanti agli occhi come le quinte di un teatrino esploso nel vuoto – attraversata dall’Italia?

Mi guardo cercando tra le postille di quel cupo riflesso qualcosa che non ho visto alla luce degli specchi. Mi attira il mio fantasma. La mia inconsistenza, non la mia realtà. Faccio una smorfia a me stesso. Sono tentazioni notturne che non mi posso permettere.

Il dondolìo del treno, le luci basse e ipnotiche, la stanchezza che comincia a formicolarmi su per le gambe, tutto ciò mi riporta fastidiosamente alla labile figura sul vetro che inghiotte ogni domanda, se ne lascia attraversare e resta lì, incerta e incancellabile con i suoi pallori e le sue ombre. Avevo sempre avuto i baffi? No. Allora il viso era più liscio e chiaro, un po’ infantile. Un viso disposto a diventare altri visi, a moltiplicarsi, proprio come quello in cui ora mi vedo.

Rivedo oltre il vetro, oltre il buio, Alberto Franceschini, nella mezza luce della nostra cella, nel supercarcere di Palmi dove l’ho lasciato quasi un anno fa. La sua branda è nell’angolo opposto. Di fronte ho Bertolazzi, detto il Nero, e di fianco Curcio, il Cane. Ogni sera Alberto stende con cura un asciugamano sopra la coperta, prima di coricarsi diritto e composto: dice che gli dà il giusto rapporto peso-calore. E ogni mattina, alle sette e mezza, serve a tutti il caffè a letto. La scena è chiara ma lontana, sprofondata. Come se vedessi in fondo a un nero cunicolo quel piccolo scompartimento minacciato dal vuoto che è la cella: una capsula spaziale, una «cellula di miele/di una sfera lanciata nello spazio». Specie la notte, specie quando piove, la cella è un piccolo mondo perduto che rotola via nel nulla. Appena oltre il muro si spalancano distanze irreali, fantastiche, e l’unica geografia è quella che il cuore continuamente disegna ai suoi movimenti.

Mi inseguono da qualche tempo alcune parole che avevo isolato tra le prolisse chiacchiere del carcere, sulla prima rapina in banca compiuta da chi aveva allora fondato le Brigate Rosse. Mi avevano fatto capire l’emozione, la paura che attanagliava quei pochi che erano stati scelti, o che si erano scelti. Il problema dei soldi si era rivelato troppo importante, per le case, le armi, i documenti, e avevano infine concluso che non c’era altro modo. E l’avevano fatta: la prima di una lunga serie. Avevano scelto una piccola banca di provincia, e avevano preparato il colpo con perfezionismo persino eccessivo. Erano andati seri e decisi, senza guardarsi in faccia, il cuore stretto da un solo ossessivo pensiero. Non dobbiamo fallire. Non dobbiamo fallire…

Non perché era la prima volta. Non perché il loro piccolo gruppo sarebbe stato distrutto. Non perché quella rapina aveva per ognuno un valore anche simbolico, di rottura definitiva, di salto. Non dovevano fallire per gli altri: per i loro padri – qualcuno era operaio, qualche altro contadino, quasi tutti erano del pci e avevano combattuto nella Resistenza – ai quali non sarebbero mai riusciti a far capire quel che erano e quel che volevano. Per le mogli e le compagne, alle quali avevano spezzato la vita. Per gli amici di un tempo, che non li avevano seguiti e li condannavano. Per il movimento, che mormorava e li attaccava alle spalle… Non dovevano fallire perché non potevano ancora dimostrare nulla, e finire subito in galera per una rapina in banca li avrebbe cancellati. Sembrano, oggi, sentimenti irrecuperabili, quasi debolezze da adolescenti, affondate in quella stessa vaga e pungente nebbia autunnale della Bassa padana che allora, presumibilmente, li aveva avvolti e protetti. Un’immagine vecchia: poca gente tranquilla in piazza, una fila nera di biciclette, i piccoli ciottoli tondi e lustri del selciato. E quella paura di sbagliare, quel pugno doloroso alla bocca dello stomaco, reale com’erano reali le cose che lasciavano.

Guardo, e penso ancora una volta che oggi è diverso. Perché? Non è una domanda semplice. Forse perché non c’è da dimostrare più niente a nessuno. Esistiamo e basta. Ma questa è la cosa veramente tremenda. Esserci. Abbiamo rapinato e sequestrato e ucciso, abbiamo subìto molti arresti, qualcuno di noi è stato ammazzato, siamo cresciuti di numero e godiamo persino di qualche simpatia. Allora? Allora, non può durare così. È un inferno. Non sono il solo che se ne accorga. Ci vorrebbe forse un’altra decisione radicale, il coraggio di tagliare la corda alla quale ci stiamo impiccando. Quello scrupolo verso gli altri, quella devozione, d’un tempo, non esiste più. È stata superata dai fatti, sepolta con i morti ammazzati. Oggi non siamo più noi a dover qualcosa agli altri, ma gli altri a noi. O si arruolano, o ci sono contro. Non si può fare la lotta armata se non si crede che non c’è proprio altro da fare. Ma se è così, come la si può fare stando in mezzo a tutti quelli che non ci credono, che non la fanno? Gli operai, per esempio… Non dobbiamo imparare più da niente e da nessuno?

Attraverso un leggero velo di vertigine torno a rivedermi nel vetro buio del finestrino. Il treno dondola veloce nella notte e il corridoio è deserto. Mi colpisce un filo d’aria fredda. M’appoggio alla porta dello scompartimento e muovo la testa qua e là, per togliermi di dosso la stanchezza e l’intontimento. Nello scompartimento non riesco a vedere quasi nulla. Hanno lasciato accesa la luce blu, e dormono abbandonati alle scosse del treno. Dall’altra parte, appena delineata controluce, distinguo una donna, sveglia, che sembra guardare fuori con una sorta di rigida attenzione.

Ha i capelli grigi, forse bianchi. Torno al mio finestrino. Mi pare di intravedere delle chiazze chiare, forse un po’ di neve. Sono incerto se rientrare nel caldo dello scompartimento e dormire, oppure stare ancora in piedi, al fresco, aspettando la visita di pensieri limpidi nel buio e nel silenzio della notte. Fuori le luci sono più frequenti, e il treno sobbalza rallentando. Sento un leggero movimento dietro di me, e mi scosto. La vecchia signora ha fatto scorrere la porta, e cerca di afferrare la valigia, in alto, senza disturbare gli altri. M’infilo a mezzo nello scompartimento toccandole il braccio, con un sorriso d’intesa che lei ricambia. Ha un volto largo, segnato da tante piccole rughe, e strani occhi chiari pieni di cordialità. Esce velocemente, e io con un movimento rapido tiro giù la valigia e le faccio ancora cenno, senza aprire bocca, che si avvii pure, che l’avrei seguita verso l’uscita. La luce del corridoio la mostra più vecchia di quel che mi era sembrato, ma è diritta e robusta. La lascio accanto alla porta mentre s’annoda sotto il mento un grande fazzoletto azzurro, e torno nel corridoio: il treno sta entrando nella stazione di Bologna, gli orologi segnano l’una appena passata. Apro il finestrino e mi sporgo un poco. Dal marciapiede una coppia fa un segno di saluto, e l’uomo s’affretta alla porta della vettura, e allunga le mani per prendere la valigia: aspetta che scenda anche lei, e le porge il braccio, per sorreggerla. Suo figlio, di sicuro, con la moglie, che se ne sta un passo indietro, pallida nella gran sciarpa che le avvolge la testa. È un po’ in imbarazzo. Almeno, a me vien fatto di immaginarla così. La madre che va a passare le vacanze di Natale dal figlio… forse hanno lasciato il bimbo addormentato, il tempo di correre in stazione a prendere la nonna… Sono già spariti tutti e tre, nel sottopassaggio. Sul marciapiede resta un brigadiere della polizia ferroviaria che va su e giù infreddolito, sbattendo i piedi. Ho ancora più di cinque ore di viaggio, e devo cercare di dormire. Mi accomodo nello scompartimento, vincendo l’istantanea repulsione per l’aria viziata, e chiudo gli occhi. «Signora, lei fa la lotta armata?» Rido piano tra me. È la stanchezza che mi fa dire delle cazzate.

di minima&moralia pubblicato lunedì, 14 dicembre 2015

Abbiamo pubblichiato di Emanuele Trevi a Armi e Bagagli, il memoir di Enrico Fenziripubblicato da Egg Edizioni, e un estratto dal primo capitolo del libro. La prefazione di Emanuele Trevi, che ringraziamo, accompagnava l’edizione Costa & Nolan.

L’illustrazione è di Pietro Corraini.

http://www.minimaetmoralia.it/wp/armi-e-bagagli-un-diario-dalle-brigate-rosse/


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