Dal classico pugnale ai mostri moderni

Si direbbe quasi un giallo, dopo due secoli di tradizione letteraria, l’evolversi dei rapporti tra delitto e romanzo a sfondo storico. Per sbrogliare la matassa è necessario partire da Notre-Dame de Paris: anno Domini 1482, la notte della ville lumiere risuona di risa e canti gitani; nascosto nello sgabuzzino di una stanza affittata a ore, l’arcidiacono Frollo spia una coppia seduta al lume di candela, la zingara Esmeralda e il capitano Phoebus.

Dopo uno scambio di effusioni, la ragazza si ritrova seminuda tra le braccia dello spasimante. Il prete digrigna i denti e controlla l’affilatura del pugnale, pazzo di gelosia e di desiderio, finché Esmeralda non si trova di fronte a «una faccia livida, verde, convulsa, con uno sguardo di dannato». Si tratta di Frollo, che uscito allo scoperto pugnala alla schiena Phoebus. La zingara, atterrita, perde i sensi. Al suo risveglio l’arcidiacono si sarà dileguato nel nulla, fuggito da una finestra affacciata sulla Senna.

È dunque a Victor Hugo che dobbiamo uno dei primi delitti della narrativa di ambientazione storica: un assalto concluso in un rocambolesco balzo nel buio. Mentre quest’immagine rimbalzerà come un’eco sino alla fiction contemporanea, l’immaginario di Hugo influenzerà trasposizioni teatrali, musicals e film.Ma procediamo con ordine e torniamo al 1831, anno di pubblicazione di Notre-Dame de Paris. Ci si trova a cavallo tra due date cruciali per le vicende editoriali dei Promessi sposi, la cui prima edizione risale al 1827 e la definitiva al 1840. Benché il capolavoro del Manzoni si distanzi dalle ombre gotiche di Hugo, contiene anch’esso un delitto. Mi riferisco a una vicenda in cui è implicata la monaca di Monza, cioè la sparizione di una conversa informata della tresca tra Gertrude ed Egidio. L’autore resta sul vago, lasciando trapelare il sospetto di una sordida uccisione. Più esplicita è la testimonianza della vera monaca di Monza, al secolo Marianna de Leyva, resasi complice del suo amante in una serie di delitti degni della dumasiana Milady de Winters. Tra le vittime, un uomo ucciso da un’archibugiata e due monache (ex complici), una affogata e l’altra massacrata a suon di percosse.

Manzoni e Hugo non rappresentano casi isolati. Per tutto l’Ottocento, la narrativa a sfondo storico trattiene la violenza limitandosi a stroncare vite con la classica, teatrale coltellata. Ci cade persino Dumas, nei Tre moschettieri, allorquando Milady, imprigionata in Inghilterra, convince il suo carceriere ad assassinare il duca di Buckingham con una pugnalata. La diabolica donna cerca poi di riscattarsi dall’ovvio, servendosi della seconda tradizionale arma degli assassini da romanzo storico, il veleno, per eliminare Costance. Ma alla shakespeariana accoppiata pugnale/veleno non rinuncia neppure Stendhal, che mette in scena nella Certosa di Parma l’omicidio compiuto dal nobile Fabrizio del Dongo e la vendetta della duchessa Sanseverina. Si pensi infine all’illustre precedente del Castello di Otranto (1784), capostipite del filone gotico benché sobriamente ambientato nel Medioevo. Il principe Manfredi, a fine romanzo, viene informato di una dama appartatasi con uno spasimante nella chiesa di San Nicola e, credendola Isabella, sua promessa, la segue ingelosito. Attraversa una navata guidato dal bisbiglio di due voci e, sguainato il pugnale, infilza una persona «dalle spalle fino al petto». Si accorgerà però di aver ucciso non Isabella, bensì la figlia Matilda.

Se fin qui l’intento delittuoso trapela soprattutto dai pensieri e dai dialoghi, presto andrà a riflettersi in un’estetica più brutale e accattivante. Per comprendere questa «rivoluzione» sarebbe necessario scandagliare la percezione del delitto tra Otto e Novecento, tempi segnati dall’evoluzione socio-economica, da nuovi ideali e, più avanti, dall’antropologia criminale di Cesare Lombroso. In ambito narrativo ce ne faremo un’idea soltanto scostandoci dal filone storico. Dovremo seguire l’evolversi di un altro genere nascente: il giallo. Edgar Allan Poe, suo fondatore, pubblica nel 1841 I delitti della Rue Morgue e spalanca le porte dell’inferno: due donne, madre e figlia, vengono trovate morte presso un vecchio edificio di Parigi, una orrendamente mutilata e sgozzata, l’altra strangolata e nascosta nella cappa del camino.

Se è troppo presto per creare un nesso con Jack the Ripper, non lo sarà certo per Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Londra che ispirò un classico del gotico uscito anonimo nel 1850. Ma sarebbe un errore riferirsi alla narrativa nera senza considerare la figura di Vidocq (1775-1857), celebre criminale e poi investigatore presso la Sûreté di Parigi. La sue memorie offrirono spunto a una quantità di scrittori, oltre a favorire l’invenzione di personaggi indimenticabili come il Dupin di Poe, il Jean Valjean dei Miserabili e molti altri. Infine c’è Sherlock Holmes, con il suo Canone venato di uccisioni misteriose, tra cui l’agghiacciante caso del mastino dei Baskerville che fa il verso ai racconti di licantropi, vampiri e altre creature sanguinarie. L’orrore però galoppa verso il Novecento in sella a un’altra forma di letteratura popolare: la stampa. Il processo di Henri Landru «Barbablù» è memorabile, mettendo in scena un caso di dieci donne adescate con la promessa di matrimonio, strangolate e bruciate in una stufa dopo aver ceduto benefici economici al loro carnefice. A riempire la cesura dei due conflitti mondiali, inoltre, vi sono le suggestioni di narrative parallele, prime fra tutte le dime novels, i penny dreadful, quindi i fumetti e il cinema.

Così, poco per volta, l’assassino diventa un mostro e in quanto tale deve compiere atti mostruosi. Anche nella narrativa a sfondo storico, la cui fusione col giallo è fondamentale per comprenderne la metamorfosi. E sarà proprio una giallista ad aprire le danze. Agatha Christie, ispirata della cultura archeologica del suo secondo marito, pubblica nel 1945 Death Comes as the End. Si tratta di un mistery ambientato nella Tebe del 2000 a.C., in cui le persone cadono come mosche: la concubina di un sacerdote spinta giù da una collina, un sospettato trovato affogato in un lago e un altro ucciso dal vino avvelenato, fino all’eclatante morte della schiava Henet, soffocata con dei rotoli di lino.

Tuttavia il connubio perfetto tra macabro e ambientazione storica si verifica nel Nome della rosa (1980). In un’autentica mattanza di monaci, ci si imbatte in un miniaturista precipitato da una torre, un traduttore dal greco ficcato a testa in giù in un orcio di sangue, un aiuto bibliotecario annegato nei balnea, un erborista con la testa fracassata da una sfera armillare… Per chiudere in bellezza, Eco ritorna al classico con il veleno, impregnandone il manoscritto perduto di Aristotele. A partire da questo momento romanzo storico e crime si fondono, ibridandosi senza soluzione di continuità. Con i suoi mistery medievali, Ellis Peters uccide ripetutamente servendosi di ogni mezzo. In Due delitti per un monaco, una corda viene tesa alla giusta altezza tra due alberi per far cadere un cavaliere che verrà poi strangolato. Sempre usciti dall’immaginazione della giallista britannica, il cadavere di una ragazza trovato sotto l’acqua ghiacciata e vari avvelenamenti a base di aconito. Tra il XIII e il XV secolo si ambientano poi le indagini firmate talora con pseudonimo da Paul Doherty, che parla di spie sgozzate e ripescate dal Tamigi, re precipitati da scogliere, cadaveri rinvenuti in camere chiuse dall’interno (Conan Doyle docet). A volersi perdere in citazioni la lista sarebbe lunga, da Tremayne a Robb, Prévost, Doody, Schätzing, Goodwin, Kalogridis, Sansom. E mentre la violenza travalica il reale fin quasi al surreale, pur di sorprendere lettori sempre più disincantati, l’estetica dell’assassinio si carica di valenze psicologiche, esoteriche e simboliche. Diventa in sostanza una forma d’arte compiaciuta della propria mostruosità, rintracciabile per esempio nell’ossessione di Robert Bloch (che scrisse Psycho ispirando Hitchcock) per il vittoriano Squartatore.

Vale la pena ricordare Pérez-Reverte, che descrive giovani donne scorticate a colpi di frusta nella Cadice del 1811 (Il giocatore occulto). Tra gli italiani, Alfredo Colitto colloca nella Bologna del 300 un cadavere con il torace aperto da una sega e il cuore trasmutato in metallo. Non sono da meno Giulio Leoni e Martigli. A chiudere le fila c’è lo scrivente, che tra Medioevo, libri e delitti ha ricavato un mestiere fatto di suggestioni. E di misteri che serpeggiano, attraverso la storia, lungo una traccia scarlatta. Marcello Simoni

http://www.ilgiornale.it/news/classico-pugnale-ai-mostri-moderni-1203708.html


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