Perché il Mein Kampf non va pubblicato, né ora né mai

Il professor Carlo Ossola, docente al Collège de France: “quel libro prevede il suo compimento non nella lettura ma nell’azione: nessuna edizione critica potrà arginarlo”

 «Il primo provvedimento preventivo che prendemmo, fu la creazione d’un programma il quale spingesse verso un’evoluzione che nella sua più riposta bellezza sembrava adatto a rifiutare i meschini e i deboli, cacciandoli da quella che è oggi la nostra politica di partito». Così Hitler nel primo capitolo del suo Mein Kampf, 1925; il suo ordine mondiale prevedeva il trionfo della razza ariana, con l’eliminazione di tutto ciò che la rendeva impura, in particolare gli ebrei. Il programma venne realizzato nei campi di sterminio; l’azione sistematica di eliminazione era ben nota agli alleati: già il 22 dicembre 1942 il Corriere della Sera riporta la risposta tedesca alle dichiarazioni di Russia, Inghilterra e USA circa la questione ebraica (si veda il documento in Mario Lattes, Il ghetto di Varsavia, a cura di G. Jori, Lugano, Cenobio, 2015, p. 355), nella quale il Führer ribadiva che il programma era noto agli Ebrei sin dal suo libro di tre lustri precedente ed egli non faceva che applicarne i principi enunciati. Loro la colpa se non erano emigrati per tempo.

Il 1 gennaio 2016, Mein Kampf diventerà di pubblico dominio e due équipes, una in Germania e una in Francia, si apprestano a fornirne una edizione critica commentata. L’annuncio ha suscitato aspri dibattiti, ma basterebbe l’esempio sopra citato per ricordare che quel libro non è neutro proprio nella misura in cui prevede il suo compimento non nella lettura, ma nell’azione.

Esistono in molti Paesi europei leggi che puniscono la discriminazione razziale e l’incitamento o la propaganda nazista; la Francia stessa ha, sin dal 1881, leggi che sanzionano la diffamazione razziale, ulteriormente repressa con la Legge n° 72-546 del 1 luglio 1972 ; la Legge Gayssot del 1990 punisce egualmente la negazione dei crimini nazisti, e di recente una ex-candidata del Fronte Nazionale alle Municipali è stata condannata, il 15 luglio 2014, a nove mesi di carcere, 5 anni di ineleggibilità e 50.000 euro di ammenda per aver paragonato Christiane Taubira (Ministro della Giustizia) a una scimmia. E tuttavia una recente sentenza della Corte Costituzionale francese (decisione n° 2015 -492 QPC del 16 ottobre 2015), ha riaperto la questione – quanto alla libertà di stampa – di trattare i “crimini contro l’umanità”, lasciando al legislatore un anno di tempo per intervenire in materia.

Il dibattito dunque ferve: Pierre Assouline, nell’editoriale di questo mese di dicembre delMagazine littéraire, titola senza esitazione «Pourquoi il faut publier Mein Kampf», previsto presso Fayard nel 2016 o 2017. Riassume le ragioni per pubblicare (edizione critica, commento che storicizzi e controbilanci edizioni osannanti dei gruppi neonazisti), concludendo: «Qual è lo stadio di maturità di una società democratica europea che, settant’anni dopo la fine della Guerra, ha ancora paura a dare in lettura ai propri contemporanei questo sinistro e indispensabile documento storico che resta Mein Kampf?».

Ebbene a questa domanda propongo tre risposte:

1)Nessuna edizione critica renderà sana una mela marcia; come recita l’adagio antico basta una mela marcia a infettare un paniere.

2)Lo stato di maturità delle “società democratiche” europee è ben precario oggi: risorgono neonazismi e delitti razzisti in tutti gli Stati della Comunità europea; non si vede perché si debba gettare ulteriore benzina sul fuoco.

3)L’invocato primato della libertà di stampa non è preminente rispetto ai diritti che concernono il «bene comune» (pace, sicurezza, dignità dei singoli e delle comunità). Bertrand de Lamy ha osservato – nel giugno 2012 – nel suo saggio La Constitution et la liberté de presse, che se il Consiglio costituzionale qualifica la libertà di stampa come la «libertà fondamentale, tanto più preziosa in quanto il suo esercizio è una delle garanzie essenziali del rispetto degli altri diritti e libertà », riconosce tuttavia al legislatore – conformemente all’art. 34 della Costituzione francese – il dovere di regolarla al fine di «conciliarla con quello di altre regole o principi di valore costituzionale ».

È indubbio che la tutela dai rischi di un incremento dell’odio razziale sia superiore al dubbio beneficio di avere una edizione critica di un testo infetto: è come diffondere un’epidemia per vedere se il corpo sociale ha sufficienti anticorpi…

Resta infine sullo sfondo il vero nodo, che continua ad obnubilare, anche di fronte ai recenti fasti elettorali del FN di Marine Le Pen, gli intellettuali francesi: la pretesa e l’illusione faustiana di poter signoreggiare il demone al quale si dà vita. Siamo sempre alla presunzione prometeica che l’intelligenza non debba rispondere che a se stessa. Da parte mia resto fedele a Epimeteo, il fratello perplesso di Prometeo: quanto più si interpreta, tanto più cresce la responsabilità di fronte al bene comune. Una libertà incapace dell’autocontrollo che la responsabilità suggerisce, è mera licenza; e, in questo caso, insipienza storica; come reagirà il cittadino comune, già all’orlo della povertà e aizzato contro i migranti, quando leggerà in Mein Kampf le pagine contro «questi sporchi immigrati»? Sarà davvero una cura il somministrare, nell’edizione commentata, la ricetta in nota che «sporchi immigrati» vuol solo dire «miserabili stranieri»?

Avendo smarrito qualsiasi progetto etico di bene, ci si vota ora al ripristino corretto del Male. Da parte mia, nessuna pretesa di signoreggiarlo: so che è grave, che resta altamente infettivo, e pronuncio fermamente: «Non più».

18/12/2015
CARLO OSSOLA per La STAMPA

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