MAINSTREAM, IL PRESENTE DI CALCUTTA

calcutta

Si rese conto che stava scrivendo perché la scrittura come lui l’aveva sempre intesa era morta e sepolta, soppiantata dalla cosa fluida che l’aveva irretito: la connessione istantanea e costante a un magma di presenze e informazioni.

Tommaso Pincio, Panorama

Distanti quanto vogliamo, ho finito col trovare la migliore (tornerò su quello che intendo con migliore) rappresentazione del presente-presente di questo fine 2015 italiano dentro un libro e un disco. Il libro èPanorama di Tommaso Pincio, uscito in realtà qualche tempo fa – ma per me è come se fosse uscito ieri, e come se lo stessi leggendo adesso.

Il disco è Mainstream, il nuovo album di Calcutta, e qui invece posso iscrivermi all’insieme di quelle decine di persone che ascoltavano Calcutta quando suonava per pochi, mai pochissimi in verità, su un divano con chitarra tra gente che se la rideva, o proponendo cover di Cesare Cremonini. (No, il mio non è fiuto o animo da talent-scout, che è già partita tutta una gara vagamente pippobaudesca del genere l’ho-scoperto-prima-io… Va tutto bene, nel mio caso semplicemente capitavo da quelle parti.)

Dicevo, la migliore rappresentazione del presente: il che non vuol dire necessariamente la più bella, ed ecco il punto. Panorama è un libro intelligente, ironico, sinistramente profetico: non so se è veramente bello, ma so che all’interno del racconto e nell’alienazione disperata di Ottavio Tondi ho ritrovato frammenti di quello che stiamo diventando, o di quello che potremmo diventare.

Allo stesso tempo, ed è successo sin dalle prime volte, quando cantava e suonava con la chitarra sul divano e così via, da Calcutta arrivano immagini fluide e persino troppo eloquenti del nostro tempo. (Persino troppo eloquenti = corrono il rischio di invecchiare precocemente.)

Ma l’immediatezza è una chiave imprescindibile nella musica pop, e il nuovo album di Calcutta non è rivoluzionario o niente, parla perlopiù d’amore, di storie che finiscono, e di come possono finire, attingendo dal nonsense (“Preferirei perderti nel bosco che per un posto fisso“). Canzoni come Cosa mi manchi a fare, con il suo video girato negli autolavaggi o nelle lavanderie automatiche di Torpignattara, o Milano, che non è un trattato sulla freschissima querelle about la capitale morale eccetera, e che ha una coda finale di quelle disperanti che non si sentivano da tempo.

La ritrovi, l’immediatezza, nei versi delle sue canzoni – “Noi a questa America daremo un figlio/che morirà in jihad/Ti chiedo scusa se non è lo stesso/di tanti anni fa/Leggo il giornale c’è papa Francesco/e il Frosinone in serie A”: lo stesso Frosinone dove Chinaglia non avrebbe mai potuto giocare – e nell’urgenza del suo modo di cantare, che può richiamare ora Lucio Battisti (tipo quando canta “Dovrò soltanto reimparare a camminare”, in Cosa mi manchi a fare), ora Carboni ora Vasco Rossi, laddove un tempo eravamo più dalle parti di Daniel Johnston.

Già, Battisti, Carboni, Rossi, perché il disco di Calcutta si chiama Mainstream e infallibilmente arriva con le sue melodie dirette, sostenute ora da semplice chitarravoce (Le barche) ora da tastieravoce (Limonata, Del Verde), soprattutto con linee di canto immediate, quel genere di melodie che ti sorprendi a intonare durante il giorno, all’improvviso, che non riesci a scacciare dalla testa; canzoni che c’è gente che trascrive gli accordi e comincia a cantarle in casa.

Dalla testa, poi, non riesci a scacciare versi che non saranno da Grande Cantautore – Calcutta sembra non aver frequentato nessuna Schola Cantorum, tanto che a un certo punto intona “E non m’importa niente di tuo padre, ascolta De Gregori” – ma che comunicano elementi di malessere, rimandando continuamente all’aria malsana che c’è in giro (Gaetano, con il ghetto, i campi rom, youporn) o ricercando un’intima felicità quasi-domestica (Preferirei del verde tutto intorno/Vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo).

Perché Calcutta è venuto fuori da Latina – il New Jersey di Roma, ha scritto Francesco Pacifico – e poi s’è fatto conoscere nella Roma dei locali e forse non poteva venir fuori che da lì. Ma se arriva è perché ascoltandolo s’intuisce che è vero anche il contrario: cioè che poteva venir fuori da Saronno o Perugia o Modena. Poteva insomma venir fuori (soltanto) dall’Italia di questi anni.

di pubblicato sabato, 19 dicembre 2015

http://www.minimaetmoralia.it/wp/mainstream-il-presente-di-calcutta/

minima & moralia


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