Cucinare come a casa, in un libro le ricette dei rifugiati siriani

L’idea è di una 22enne di Barcellona che ha visitato i campi profughi in Giordania. “Mantenere il vincolo culturale con i piatti di famiglia è importante quando si è lontani dal proprio Paese”. Parte del ricavato della vendita del libro andrà a una ong sirio-americana

Cucinare come a casaHalima, è siriana e ha circa trent’anni. Sta aspettando il suo turno in un centro di accoglienza per rifugiati di Amman, in Giordania. Con lei c’è la sua famiglia, il marito, una figlia adolescente, due bambine di 6 e 7 anni e due maschi di poco meno di 5 anni. Intanto parla con un gruppo di giovani occidentali, grazie all’aiuto di un interprete. Uno di loro le chiede qual è il suo piatto preferito e lei risponde, senza esitare: “Il kousa mahshi, a base di melanzane e zucchine ripiene di carne, verdure e riso”. E inizia a raccontare la ricetta, elencando gli ingredienti e spiegandone il procedimento. Le sue parole suscitano l’interesse di altre persone nel centro che danno la loro ‘versione’ del piatto e la conversazione si anima. Questa è una delle storie, e delle ricette, contenute in “Cooking a home: a collection of the recipes and stories of Syrian refugees”, libro autoprodotto (in lingua inglese) da Pilar Puig Cortada, 22enne di Barcellona, che, insieme a un gruppo di amici che stava lavorando a uno spettacolo teatrale basato sulla storia di alcuni rifugiati siriani, ha visitato la Giordania, Paese che ne accoglie più di 600 mila. “I rifugiati sono in una condizione di fragilità, ma le persone che abbiamo incontrano erano forti, positive, creative e cercavano di ricreare la loro ‘casa’ lontano dalla patria. E ci riuscivano”, ricorda Pilar che dalla Spagna si è spostata in Olanda e a Londra per studiare e ha sentito spesso la mancanza del gazpacho e delle tortillas di casa. Nelle sue chiacchierate con i rifugiati in Giordania, Pilar ha rafforzato la sua teoria sull’importanza di mantenere il vincolo culturale con i propri piatti quando si è lontani dal proprio Paese di origine.
Secondo gli ultimi dati, a ottobre sono circa 4 milioni i rifugiati siriani accolti nei Paesi vicini, poco più di 2 milioni sono stati registrati dall’Unhcr in Egitto, Iraq, Giordania e Libano, 1,9 milioni in Turchia e circa 26 mila nel Nord Africa. A questi si aggiungono i 7,5 milioni di sfollati interni al Paese. I dati ufficiali ovviamente non tengono conto dei rifugiati che decidono per qualsiasi motivo, in genere la paura, di non registrarsi né di quelli che sono scappati aiutati dai propri familiari. La scrittrice e attivista siriana che vive in Canada Afra Jalabi, che ha scritto la prefazione del libro, suggerisce non solo di leggere il libro ma anche di “invitare i propri amici a casa, cucinare per loro un piatto siriano e pensare insieme a come poter aiutare i siriani in maniera concreta”. L’80 per cento del ricavato della vendita del libro andrà a una ong sirio-americana che si chiama Syrian Expatriates Organization che ha patrocinato la pubblicazione del libro e ha appoggiato Pilar durante tutta la realizzazione. (lp)La necessità di mangiare “come a casa” si sente di più quando le circostanze sono difficili come nel caso dell’esodo forzato a cui sono costretti i rifugiati. Per questo Pilar ha deciso di realizzare un ricettario pieno dei sapori e degli aromi che davano conforto e buoni ricordi ai rifugiati, mentre raccontavano la loro storia. “Alcune ricette le ho imparate da persone che mi hanno invitato a casa, nella loro cucina, e che hanno dedicato del tempo a insegnarmi a preparare il piatto preferito – racconta – Altre sono state scritte in arabo, spagnolo o inglese nel quaderno che portavo sempre con me”. E continua, “quando vivi in un posto in cui non c’è niente da fare e la tua casa è una tenda di plastica, il tempo non passa mai e cucinare diventa un piacevole contatto con la realtà che sei stato costretto a lasciare”.

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