201/2015: Joël Dicker, Gli ultimi giorni dei nostri padri, Bompiani 2015, pag 462

 Joël Dicker, Gli ultimi giorni dei nostri padriJoël Dicker è uno scrittore svizzero di lingua francese, giovanissimo autore di un besteseller, La verità sul caso Harry Quebert. E quel successo ha richiamato l’attenzione sul suo precedente romanzo, Gli ultimi giorni dei nostri padri, che aveva stentato inizialmente a trovare un editore. Questo libro, appena tradotto, piacerà ai cultori del romanzo «ben fatto» che, per quanto gremito di personaggi, non lascia nulla in sospeso, mette tutte le caselle al loro posto. Ma interesserà anche gli amatori di storia contemporanea, in particolare della seconda guerra mondiale. A questo proposito Dicker offre quella che, sul piano narrativo, può essere definita una primizia, raccontando la storia del SOE (Special Operations Executive). Era stato concepito da Churchill all’indomani della disfatta di Dunkerque. Doveva reclutare volontari stranieri nell’Europa occupata, addestrarli in Gran Bretagna e rimandarli nei paesi d’origine per compiere sabotaggi e attentati, per organizzare reti di resistenza.

E’ il contesto in cui si svolge il romanzo, con riferimento alla Francia. Seguiamo così le vicende di un gruppo di agenti segreti che, sia pure costretti ad agire separatamente, conservano una forte amicizia. Come il gentile e raffinato Pal, che spasima al pensiero del padre, il quale ignora la sua scelta e lascia la porta sempre aperta per il suo ritorno. E la casa di quel vecchio solitario che si macera nell’attesa acquista una simbolica centralità, diventa un luogo di raccolta, in cui si addensano e sciolgono destini. Ci sono, con Pal, l’avvenente e innamorata Laura, il sensibile Claude che è stato seminarista, l’ingombrante e goffo Gros che conserva un animo fanciullesco, il torvo e micidiale Faron… Ciascuno di loro è messo alla prova – del coraggio, degli affetti dilacerati – contro un nemico spietato.

Il romanzo pecca di qualche lentezza nella prima parte, dedicata all’addestramento degli agenti, alla sperimentazione dei lanci col paracadute in territorio nemico, ma si fa via via teso e catturante. Non soltanto per le traversie che devono affrontare, ma per la definizione e trasformazione dei loro caratteri. E’ qui che Dicker offre il meglio di sè, entrando nelle insondabili complessità dell’animo umano, mostrando le debolezze, le ambiguità, il furore vendicativo, e le inattese, sorprendenti risorse morali. Avviene nel romanzo un ribaltamento, registrato con sottili trapassi, per cui i personaggi positivi rivelano le loro falle, fino a sfiorare talora il tradimento, mentre quelli apparentemente più fragili arrivano a sublimarsi nell’eroismo. E’ una dicotomia che può coesistere nello stesso uomo e sembra contendere nell’animo del tedesco Kunszer. Che, crudele con i nemici, cerca di placare i rimorsi facendo visita al vecchio padre solitario, sovvenendolo di vivande e di compagnia. D’altronde la serenità dei sopravvissuti è turbata dai ricordi di una guerra che ha lasciato in tutti strascichi dolorosi, di violenza subita e inflitta. Dicker apre il suo romanzo con una epigrafe di Hemingway che sembra racchiuderne, da ultimo, lo spirito: «Ma non crediate mai che la guerra, anche la più necessaria, anche la più giustificata, non sia un crimine. Chiedetelo ai soldati e ai morti».

“Gli ultimi giorni dei nostri padri” l’esordio (ripescato) di Dicker

Un francese volontario nei corpi speciali creati da Churchill per sabotare i tedeschi

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